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Una madre cattiva

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Illustrazione di Agrin Amedì
C’era una volta una madre infelice. Perché infelice? Perché un tempo era bella e tutti la volevano. C’era la fila, dietro la sua porta. Ma una sera, la sera dei suoi diciassette anni, pensò bene di andare a letto ubriaca con uno dei suoi compagni di scuola.

C’era una volta una madre infelice. Perché infelice? Perché un tempo era bella e tutti la volevano. C’era la fila, dietro la sua porta. Ma una sera, la sera dei suoi diciassette anni, pensò bene di andare a letto ubriaca con uno dei suoi compagni di scuola. E non uno qualsiasi: il più bello, il capitano della squadra di calcio. Alto, moro, occhi azzurri. Insomma, un bambolotto vivente. A quel tempo era una ragazza bellissima, alta, flessuosa, con lunghi capelli castani che le ricadevano sulle spalle come una cascata di seta lucente. Aveva vivaci occhi nocciola, con sfumature color miele, le gambe lunghe e snelle e piccoli seni tondi e sodi. Inutile dire che il bambolotto non si fece ripetere due volte l’invito: fecero l’amore nel modo goffo ed entusiasta che solo gli adolescenti hanno. Talmente tanto entusiasta che non si curarono delle protezioni. Ed ecco che, nove mesi dopo, nacque lei: Biancaneve.
Ovviamente il bambolotto sparì dalla circolazione: scaricò ogni responsabilità, disse che lui non c’entrava, che aveva bevuto e non si ricordava nulla. Andò a lamentarsi con i suoi genitori, dicendo che era stato incastrato. E i genitori pensarono bene di difendere il povero figliolo, pagando alla famiglia di lei un’ingente somma per il mantenimento della piccola Biancaneve. Ed eccola lì, una ragazza madre etichettata come “zoccola” dalle coetanee, abbandonata da tutti gli amici e dagli spasimanti che fino a qualche mese prima si prostravano ai suoi piedi promettendole castelli e carrozze. Tuttavia, la ragazza non si diede per vinta: quell’avventura di una notte non le avrebbe rovinato la vita. Cambiò scuola, continuò a studiare e si laureò in giornalismo. La sua ambizione era talmente feroce che in pochi anni fece una carriera lampo e si ritrovò vicedirettrice di una prestigiosa rivista di moda a tiratura nazionale. Era ancora una gran bella donna, ma di una bellezza cattiva, dura. La freschezza della sua giovinezza se n’era andata via quella notte, insieme al candore adolescenziale. Per sostenere ritmi lavorativi durissimi che avrebbero prostrato anche il più determinato degli stacanovisti, la bella madre infelice fumava, beveva litri di caffè e sì, sniffava cocaina in gran quantità. I vivaci occhi nocciola ormai erano spenti, privi della luce di un tempo. I capelli prima lucenti ora erano secchi, sfibrati, prostrati da ore e ore di parrucchiere che invano aveva cercato di restituire loro l’antico splendore. Erano ben curati, certo, ma delicati e tagliati in un rigido caschetto. Le lunghe gambe snelle ed eleganti che erano state il suo vanto si erano rinsecchite, la morbida pelle delle guance si era tesa sugli zigomi. Le labbra, prima rosee e carnose, si erano come rattrappite. A nulla erano valsi gli interventi di chirurgia estetica per rimpolparle: avevano ormai assunto un aspetto artificioso, così come i seni, ormai ridotti a due lucidi tondi di plastica.
E Biancaneve? Già appena nata la bimba dovette fare i conti con una madre assente che non la voleva,  vedendo in lei la rovina della sua vita. Venne di fatto cresciuta da svariate baby sitter e ogni sera, quando la madre tornava a casa impasticcata di ogni genere di schifezza, doveva affrontare il suo sguardo allucinato, quelle unghie aguzze laccate di rosso che le afferravano le guance, mentre la donna, con voce tremante e impastata, le chiedeva: «Biancaneve, chi è la mamma più bella del reame?». «Sei tu, mamma» rispondeva la bambina con un sussurro. E lo pensava davvero. Perché, nonostante tutto, era affascinata da quella donna sfuggente e bellissima che passava ore e ore a specchiarsi nella sua stanza, rimirandosi da ogni angolazione e impreziosendo il suo aspetto con trucchi e gioielli costosi.
Ma questo non aveva impedito che Biancaneve diventasse una bambina dolce e affettuosa, innamorata della vita e sempre ansiosa di esplorare il meraviglioso mondo che la circondava. E quasi come premio di consolazione per il suo triste destino di figlia illegittima, divenne di una bellezza stupefacente: aveva preso i capelli corvini del padre, che le ricadevano in una cascata di morbidi ricci lungo le spalle e i grandi occhi azzurri, coronati da lunghissime ciglia nere. Dalla madre aveva ereditato la figura elegante e flessuosa, le labbra rosse e il pallore della pelle, che la faceva risplendere di una luce tutta sua e a cui nessuno poteva resistere. Come la madre ai tempi d’oro, anche lei, crescendo, collezionò un bel po’ di ammiratori che si proclamavano disposti a fare follie per il suo amore e la sua attenzione.
Neanche le sofferenze avevano intaccato la sua bellezza: anzi, crescendo il suo viso aveva assunto un’espressione dolce e malinconica per cui i ragazzi stravedevano, e non solo. Perfino i suoi professori, rigidi e repressi padri di famiglia, si trovavano in difficoltà davanti a quelle lunghe gambe inguainate in jeans aderenti.
La vita però andò avanti quasi senza scossoni, almeno fino a quel giorno maledetto in cui un talent scout non si appostò fuori dalla scuola di Biancaneve, nota per ospitare fra le sue mura molti figli di star. Inutile dire che rimasero tutti colpiti dalla fresca bellezza di Biancaneve e in men che non si dica la ragazza venne reclutata come modella. La madre prima di allora non aveva fatto molto caso alla figlia: solo allora la guardò con occhio critico e attento. Si rese conto che era una giovane, bellissima, donna. Si guardò di sfuggita nel lucido specchio della sua camera da letto: era ormai la copia spenta, ingiallita di sé stessa. C’era qualche somiglianza con la figlia, sì, ma ormai in lei era completamente svanito il fascino della gioventù. Non avrebbe più ammaliato nessuno come Biancaneve, che aveva tutti ai suoi piedi senza neanche rendersene conto. La donna rimase bloccata davanti allo specchio, scossa da quella rivelazione improvvisa. La rabbia le montò dentro, inarrestabile. Come si permetteva quella stupida ragazzina di rubarle la scena? Non le era bastato rovinarle la vita con la sua venuta nel mondo?
Ormai erano anni che non lo faceva più, ma si precipitò in camera della figlia. Biancaneve era lì, che guardava incredula gli scatti che il fotografo dell’agenzia le aveva fatto quel pomeriggio. Anche con il trucco e gli abiti costosi la sua aria innocente e genuina resisteva. Sembrava che il suo volto risplendesse di luce propria. La madre si avvicinò, le strinse le guance con le lunghe unghie rosse e sussurrò: «Biancaneve, chi è la mamma più bella del reame?». «Sei tu, mamma» rispose Biancaneve. E lo pensava davvero.
Il tempo passò e la ragazza divenne una modella famosa e ricercata. Tutti gli stilisti la volevano per le loro sfilate. Non c’era neanche bisogno che facesse i provini, la convocavano e basta. In quel mondo di plastica e bisturi una creatura così fragile e innocente non si era mai vista. Sulle passerelle tutti i flash e i commenti entusiasti erano per lei, solo per lei. Si può solo immaginare la rabbia della madre, che lavorando in una rivista di moda doveva approvare e addirittura commissionare articoli e servizi fotografici per la figlia. E ogni volta, nel buio dell’ufficio deserto, si ritrovava a contemplare il volto di quella giovane donna che guardava il mondo con meraviglia e fiducia.
Naturalmente, essendo una modella in vista, la ragazza doveva presenziare a eventi come feste, première cinematografiche, conferenze stampa. I ritmi frenetici la stancavano e tornava a casa distrutta. E una sera, trovandola addormentata sul divano davanti alla televisione, alla madre sopraggiunse un’idea crudele.
Il giorno dopo a colazione, fingendosi preoccupata per le occhiaie che cominciavano a comparire sotto a quei begli occhi azzurri, la madre artigliò una delle piccole mani di Biancaneve. «Sei stanca, mia cara? So che i ritmi nel mondo della moda sono molto duri…» Biancaneve, per nulla abituata a delle premure materne, alzò lo sguardo stupita e le sorrise, felice. «Sì, mamma. È veramente pesante, a volte. Però tu sarai contenta, sto guadagnando soldi miei, no?» «Ma certo, cara» replicò la madre con un sorriso glaciale. «Sono solo preoccupata per te. A questo proposito, permettimi di suggerirti un piccolo aiuto, chiamiamolo così.» E così dicendo, con le lunghe dita poggiò sul tavolo davanti alla figlia un piccolo sacchetto con dentro una polverina bianca. Biancaneve la fissò sconcertata. «Non ti sto dicendo di abusarne. Però sai, può essere un aiuto per reggere questi ritmi asfissianti. Ti darà un sacco di energie!»
Insomma, la madre tanto disse e tanto fece, che la convinse. Biancaneve prese il piccolo sacchetto bianco e uscì di casa. La donna gongolò fra sé e sé: quella dose avrebbe steso un bisonte! Sicuramente ne sarebbe morta e lei avrebbe detto addio a quella ragazzina il cui unico scopo fin da piccola era stato quello di metterla in ombra.
E la sera, poco prima di una sfilata, accadde la tragedia. Biancaneve venne ritrovata riversa sul pavimento del suo camerino, con la bava alla bocca e il sangue al naso. Ma, incredibilmente, ancora viva. Fu trasportata d’urgenza in ospedale, dove cadde in coma. Gli amici, disperati, cominciarono a portarle fiori e regali. Perfino stilisti di fama mondiale decisero di sfidare i flash dei paparazzi per andarla a trovare. Tutti non facevano altro che ammirare, stupiti, la straordinaria bellezza della ragazza che, graziosamente stesa sul letto, pallida come la morte e con gli occhi chiusi, sembrava essere uscita da un dipinto. La sua bellezza non lasciò indifferente neppure il giovane medico che l’aveva in cura. Ogni volta che passava da lei a controllare i segni vitali si perdeva per ore a contemplare il suo viso, i lunghi capelli neri sparsi sul cuscino, e sospirava malinconicamente.
Poi un giorno, finalmente, aprì gli occhi. Il mondo della moda festeggiò entusiasta la sua ripresa miracolosa. Era ormai quasi data per spacciata. Solo la madre, alla notizia, non ne fu felice. In un impeto di rabbia sferrò un pugno al grande specchio della sua stanza, spargendo sul pavimento mille pezzi di vetro imbrattati di sangue.
Passarono le settimane. Biancaneve non poteva ancora tornare a casa e il giovane medico che l’aveva curata la assistette per tutta la convalescenza, senza mai abbandonarla.
Quando Biancaneve venne dimessa e tornò a casa, trovò la madre seduta sul divano, immobile. Il volto era ancora più affilato di prima, pallido, scavato. Gli occhi, enormi e spenti, la fissavano con uno sguardo allucinato. Si alzò lentamente, si avvicinò alla figlia e le afferrò le guance con gli artigli laccati di rosso. «Biancaneve – sussurrò –  chi è la mamma più bella del reame?» La ragazza esitò. Abbassò lo sguardo. Poi, con voce tremante, disse: «Sono io, mamma». E così dicendo, si abbracciò amorevolmente il ventre. «Aspetto un figlio. E sono felice.»
La madre si staccò da lei con tale foga da graffiarle le guance, facendogliele sanguinare. Poi, con un urlo da bestia ferita, corse verso la finestra aperta e si gettò nel vuoto. 

Questa fu la fine della madre cattiva. Ma nonostante le torture subite, Biancaneve pianse lacrime amare quando seppellì sua madre. Poco dopo si sposò con il giovane medico e nacque una bellissima bambina. E, come nelle migliori favole possibili, vissero tutti felici e contenti. 

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