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L’uomo con la bolla in testa

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Illustrazione di Agrin Amedì
In paese lo chiamavano l’uomo con la bolla in testa. Era un uomo strano ma tutti lo conoscevano e gli volevano bene, la sua era una stranezza di quelle carine, di quelle che generano affetto.

In paese lo chiamavano l’uomo con la bolla in testa. Era un uomo strano ma tutti lo conoscevano e gli volevano bene, la sua era una stranezza di quelle carine, di quelle che generano affetto.
La storia della bolla era cominciata durante la sua adolescenza. Fu la mamma a vederla per prima, convinta che si trattasse di un semplicemente un brufolo. Capì velocemente che si sbagliava, ma continuò a non preoccuparsi: era un rigonfiamento all’altezza della tempia che assomigliava a una piccola cisti. Man mano che il tempo passava, però, diventava sempre più grande e allora decise di parlare con un medico, e poi tanti altri, ma nessuno era in grado di capire cosa stesse accadendo. «Non è una cisti, signora, mi dispiace. Non si può operare signora, mi dispiace. Dalla radiografia sembra una bolla vuota, non possiamo farci niente signora.»
L’unica che era giunta a una tesi era stata la psicologa, quando a venticinque anni la situazione era diventata poco sopportabile da spingerlo a parlarne con qualcuno. A quel tempo il rigonfiamento si era fatto più grande persino del suo enorme naso a patata. «Sono i pensieri» disse la terapeuta. «Più si accumulano i pensieri pesanti, quelli esistenziali, più quella bolla diventa grande.» Solo il ragazzo ci aveva creduto però, nessun altro.
A trent’anni quella bolla era diventata grande come una palla da baseball, ma lui aveva deciso di non farci caso perché evidentemente era destino che gli fosse capitata.
A quarant’anni era grande come un pallone da calcio e lui era ancora l’unico a credere che fosse colpa dei pensieri. La psicologa continuava a dargli qualche consiglio per alleggerirli, soprattutto quelli notturni. «Sono i peggiori» gli disse. Lui, dal canto suo, continuava a cercare qualche medico che fosse in grado di operarlo, ma niente. Non è facile la vita con una bolla sulla testa, tutto diventa più difficile. Ma lui non si era mai arreso perché dell’aspetto fisico aveva imparato a fregarsene. Gli dispiaceva non trovare mai cappelli che gli stessero bene, quello sì, ma se n’era fatto una ragione. La sua mente, nonostante tutto, era a posto.
Il problema fu quando a cinquant’anni a lavoro conobbe una donna con la quale si divertiva a perdersi in chiacchiere. Era gentile, e il fatto che riuscisse a non tenere lo sguardo fisso su quella bolla – come facevano tutti – lo aveva ammaliato. Aveva trovato il coraggio di chiederle di uscire e di dichiararle il suo interesse. La sera di quel rifiuto, però, si rese conto che con ogni probabilità sarebbe rimasto solo fino alla fine dei suoi giorni. Fu una notte piuttosto lunga e difficile, invasa da pensieri orrendi.
La mattina successiva capì che cercare nuovi medici era inutile perché la psicologa aveva ragione. Al solito controllo mattutino, infatti, trovò la bolla ancora più grande: sembrava un cocomero, che se ne stava lì, appiccicato alla sua tempia.
Nel giro di qualche giorno quel rifiuto amoroso provocò una reazione a catena. Col passare delle notti si rese conto di come si ritrovasse a cinquant’anni senza aver mai avuto qualche progetto per la sua vita e, ancora peggio, senza averne per il futuro.
Fu così che entrò in una crisi esistenziale piuttosto profonda mentre la sua bolla diventava grossa come un sacco di patate. Cominciò a pesare, a quel punto. Era come se ogni notte si aggiungesse una patata e il peso gravava sul suo collo al punto che iniziò a tenere piegata la testa per rimanere in piedi. Mantenere l’equilibrio era una gran bella sfida: spesso rischiava di cadere di lato e, se non riusciva ad aggrapparsi al muro per tenersi dritto, si ritrovava a terra come uno scarafaggio al contrario.
Quella crisi non sembrava intenzionata a passare velocemente. Una mattina, notando che la bolla si era ingrossata ancora di più, prese un sacco della spazzatura di quelli neri ed enormi, e fu con grande sorpresa che riuscì a infilarlo tutto, coprendo completamente la bolla. Ci stava a pennello. Beh, almeno ho trovato un cappuccio utile per quando piove visto che l’ombrello non basta, pensò. Quella mattina capì di dover fare qualcosa, perché cominciava a sentire un gran casino nella testa e aveva bisogno di mettere un po’ d’ordine.
Innanzitutto pensò che di giorno era in grado di non lasciarsi sopraffare dai pensieri grazie al lavoro, mentre era di notte il problema. Perciò trascorse la giornata in ufficio con tranquillità. Quando tornò a casa, la sera, decise di stilare una lista di dieci motivi per cui essere felice, ma alle quattro di mattina era arrivato soltanto al numero uno, avere un buon lavoro, e per questo trascorse il tempo fino all’alba pensando a tutto ciò che non aveva e il risultato fu che, la mattina dopo, dal sacco nero fuoriusciva un pezzo della bolla. Perciò la sera decise di scrivere su un quadernino tutti i ricordi felici che aveva, ma gli bastò arrivare all’adolescenza per bloccarsi sulla nascita della bolla e tutti i piaceri che gli aveva negato. Così quella alla mattina si era ingrandita ancora e dal sacco ne sbucava circa un terzo. Uscendo di casa si accorse che non riusciva più a tenersi in piedi per il peso che gravava sul suo collo e così cominciò a muoversi lentamente, un passo alla volta, appoggiandosi alle superfici laterali che via via incontrava.
Fisicamente esausto dal viaggio di ritorno, a casa racimolò un coltello lungo e ben affilato, una bottiglia di disinfettante, due pacchi di ovatta e li posò sul tavolino davanti allo specchio del bagno. Poi, per sicurezza, andò a prendere due rocchetti di filo nero con ago e pinzette.
Iniziò a seghettare la congiunzione della bolla con la tempia. Piano piano, su e giù, cercava di lacerare la pelle con attenzione, mentre a ogni movimento stringeva i denti sempre più forte per il dolore. Graffiava e graffiava mentre cominciava a piangere. Cercava di convincersi che ne sarebbe valsa la pena. Quando riuscì a fare un piccolo buco, però, si rese conto del rischio di finire a testa in giù senza la possibilità di potersi rialzare, nel caso in cui l’operazione fosse andata male. In più capì che non aveva alcuna idea di come gestire la faccenda. Posò il coltello sul lavandino e guardò la bolla allo specchio per qualche minuto.
«Tu devi andartene» le disse. «Non posso convivere con te, cerca di capirmi» aggiunse guardandola affranto, quasi sconfitto. Cominciò a tastarla lentamente, quasi come se si stesse accertando della sua esistenza. Poi prese a toccarla come fa chi è intento a misurare qualcosa. Sembrava la stesse studiando. Proprio mentre la analizzava gli ritornò per un attimo in mente il momento in cui la donna dell’ufficio gli chiese il permesso di toccarla e la accarezzò leggermente, con le sue dita dolci e delicate. In un attimo rivide tutta la sua vita a ritroso fino ai suoi primissimi ricordi, quando ancora quella bolla non esisteva. Furono secondi lunghissimi. Secondi in cui i suoi occhi si gonfiarono di lacrime, il suo viso divenne rosso assumendo l’espressione di chi sta per scoppiare definitivamente, mentre le sue mani cominciarono a tremare incontrollatamente, emettendo al contempo versi di dolore.
Fu in quel momento che qualcosa si ruppe.
«Devi proprio andartene, sì» disse con tono aggressivo, in preda al panico, mentre i suoi occhi si strinsero leggermente in segno di battaglia. Afferrò in mano il coltello stringendo tutte le dita attorno al manico. Serrò i denti con tutta la forza che aveva e posò la lama sulla congiunzione tra la bolla e la tempia. Irrigidì tutto il braccio finché non smise di tremare. Con gli occhi pieni di lacrime, spinse la lama in avanti. Poi la ritirò indietro, premendo sulla pelle. E così dopo i primi lenti passaggi, riprese a seghettare disperatamente lasciando che fosse il panico a dettare il ritmo alla sua mano. Finché, a un certo punto, cominciò a intravedere un’apertura. Allora iniziò muovere il coltello all’impazzata avanti e indietro fino al punto in cui ci fu come una piccola esplosione e la bolla si staccò completamente e cadde a terra, seguita dall’uomo.
Dal pavimento, con gli occhi stanchi, quello vide la bolla aprirsi completamente e una serie infinita di pezzetti di carta piegati ad aeroplanino schizzare fuori all’impazzata dal suo interno e prendere il volo, diretti chissà dove.
In bagno si creò una certa confusione quando l’uomo lentamente socchiuse gli occhi, disteso sul pavimento con una mano tesa verso la bolla esplosa, come a cercarla, e il suo viso assunse un’aria rilassata, distesa, liberata. 

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