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La strega con la pelle di fata

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Illustrazione di Agrin Amedì
Poco fuori dal centro della Grande Città, in un tranquillo quartiere residenziale immerso nel verde, viveva una strega di nome Lucilla. Una strega vera, eh? Non una di quelle annoiate signore borghesi che si dilettano nel tempo libero di aromaterapia ed erboristeria creativa o di leggere le carte sorseggiando una tisana detox.

Poco fuori dal centro della Grande Città, in un tranquillo quartiere residenziale immerso nel verde, viveva una strega di nome Lucilla. Una strega vera, eh? Non una di quelle annoiate signore borghesi che si dilettano nel tempo libero di aromaterapia ed erboristeria creativa o di leggere le carte sorseggiando una tisana detox. Niente di tutto questo. Parlo proprio di una donna tanto anziana da non ricordare lei stessa la propria età. Curva, con un vestito nero rattoppato e le scarpe rotte, il volto talmente pieno di rughe e bubboni da non lasciare intravedere l’espressione. A completare l’insieme, un naso ricurvo come il becco di una cornacchia, sormontato da un porro setoloso. La strega delle favole, né più né meno. Ma se qualcuno avesse potuto scorgere i suoi occhi nascosti fra strati di pelle raggrinzita, avrebbe potuto capire che una differenza c’era: Lucilla pativa profondamente da tanti anni a causa del suo aspetto. Sebbene non avesse specchi in casa, le poche volte che le capitava di scorgere il suo viso riflesso in un vetro, nel laghetto dove andava a lanciare pezzetti di cibo alle trote o nello specchietto retrovisore della sua Prinz, beh, le pareva di ricevere uno schiaffo. Chi era quella? Da quando l’apparenza e la sostanza avevano smesso di coincidere? Anche i ragazzini che venivano nel suo giardino di notte per le loro “prove di coraggio” glielo facevano notare con epiteti come “Corvaccio”, “Mostro”, “Strega Nasuta” e così via. Lucilla si prendeva una piccola rivincita spaventandoli un po’, urlando minacciosa: «Una di queste notti mi trasformo in pipistrello e vengo a cavarvi gli occhi mentre dormite». Ma, oltre al fatto che mai avrebbe compiuto un atto del genere, la rabbia svaniva subito in un’amarezza sconfinata. Era una signora affabile e gentile. Una volta, per esempio, aveva preparato una crostata al rabarbaro per i figli dei vicini e aveva pensato di portarla per la merenda. Il sorriso che aveva sfoderato appena la porta si era aperta era parso un ghigno malvagio e le urla di terrore dei fratellini e della madre erano state più eloquenti di mille parole. Lucilla soffriva. Avrebbe preferito mille volte avere un cuore di ghiaccio e un’armatura infrangibile per difendersi dalla cattiveria delle persone e trasformare questa ostilità in una forza indistruttibile. Aveva anche pensato a un incantesimo per migliorare la sua situazione, ma non poteva lanciarne su sé stessa e per quanto ne sapeva era l’unica strega rimasta da quelle parti.
Un giorno però, su una rivista trovata durante una delle sue passeggiate solitarie nel bosco per raccogliere piante officinali, trovò una pubblicità di un centro estetico che recitava così: “Offriamo trattamenti ringiovanenti e iniezioni botox. Su richiesta, offriamo per i casi più gravi anche consulenze con il prof. De Sanguis, nostro chirurgo plastico di fiducia, luminare di fama mondiale riconosciuta. Per informazioni, rivolgersi a Pelledifata S.p.A., telefono eccetera eccetera”. Quella notte Lucilla, e nemmeno quelle successive, riuscì a dormire. Stringeva quella rivista, arrovellandosi. Ma cosa voglio fare alla mia età? D’altra parte, come strega, potrei vivere ancora decenni. Potrei sempre andare per un consulto, che male mi può fare? Così il mattino dopo chiamò e prenotò un appuntamento per il giorno successivo. Ora non posso più tornare indietro, si disse. Al pomeriggio era seduta nello studio dell’illustrissimo prof. De Sanguis, ancora avvolta da uno scialle attorno al viso per non spaventare la signorina truccatissima con il sorriso tirato che l’aveva accolta alla reception. Il professore, appena entrata nell’elegante studio, la squadrò clinicamente per qualche istante. Parlava lentamente, come a voler scegliere le parole. Le confermò di essere nelle “mani migliori”, che la sua situazione, sebbene fosse “poco usuale”, era risolvibile senza problemi e che dopo gli esami necessari l’indomani Lucilla sarebbe stata una persona nuova.

Lucilla tornò a casa leggera e felice, come in un uno di quei sogni che non faceva da tempo. Le ore scorrevano lente, inutile dire che anche quella notte non dormì, che si alzò tre ore prima dell’appuntamento. Parcheggiò la Prinz, entrò in clinica assieme ai primi impiegati del mattino e aspettò immobile, con lo scialle attorno al viso malgrado la temperatura soffocante della sala d’aspetto. Passò ore guardando le fotografie alle pareti di donne di età indefinibile, perfette: gli ultimi successi di De Sanguis. Finalmente la vennero a chiamare, si mise il camice nascosta in bagno, si stese a fatica sul lettino ed entrò in sala operatoria. Poi sprofondò nel sonno artificiale. Si svegliò dopo un tempo che a lei parve brevissimo e per un istante le parve di avere sognato tutto, che si sarebbe risvegliata a casa sua come sempre, brutta e inadeguata; ma, ancora intontita dall’anestesia, le arrivava la voce stanca di De Sanguis che le chiedeva come stava, che il “luuuuuungo” intervento era stato un vero successo e che già poteva vederne i frutti. Socchiuse  gli occhi, frastornata; un’infermiera, fradicia di sudore, le mise in mano uno specchio mentre le svolgeva con cura le bende dal viso. Con titubanza si guardò e… per la prima volta si vide! «Sono io, ecco che fuori sono come mi sento davvero!» biascicò con la bocca impastata dall’anestetico. Iniziò a piangere, le lacrime scorrevano dagli occhi azzurri e profondi sulle guance lisce, scivolavano giù, alcune fermandosi sulle labbra rosse e carnose e  altre terminando la loro discesa fra i seni sodi, altre ancora indugiavano sulla punta graziosa del naso alla francese. Quando uscì dalla clinica le parve che anche l’aria fosse diversa: sentiva il vento accarezzarla audace fra le pieghe degli abiti lisi, quasi come se prima avesse timore a poter toccare quel corpo avvizzito. La prima cosa che fece fu entrare in un negozio di abbigliamento dove una perplessa commessa – stupita che una donna tanto affascinante osasse presentarsi con quegli stracci – la vestì da capo a piedi. Lucilla, per la seconda volta quel giorno, si guardò allo specchio ma questa volta non pianse, anzi, un primo timido sorriso si trasformò in una sonora risata che parve risuonare nell’intero quartiere: era così che si sente una fattucchiera? Sicura di sé e consapevole del potere che la pervade? Di certo era una sensazione nuova per lei, nuova e inebriante. Poi fu la volta di un magnifico paio di scarpe rosso fuoco col tacco alto, del parrucchiere, della manicure e della pedicure. Passò anche da un concessionario di auto elettriche dove scelse l’ultimo modello e rottamò senza rimpianti la Prinz. Il concessionario non le toglieva gli occhi di dosso e Lucilla percepiva l’eccitazione in quello sguardo, la cosa la divertiva. Era in estasi, non c’era nulla che ora non potesse fare. Ma l’estasi può precipitare nell’abisso e la caduta può essere spesso rapida e priva di appigli ben saldi. In questo caso bastarono solo poche ore. Quando il sole tramontò era già a casa, allungata languida sul divano, come aveva visto fare tante volte alle attrici americane d’altri tempi, quelle divinità che sbattevano gli occhi con simulato candore, ammaliando gli uomini nei quali si imbattevano. Si carezzava il corpo perfetto, quando sentì un fruscio nell’erba e alcune risatine soffocate. Sono tornati quei piccoli sgorbi, ora mi sentono sul serio!, pensò fiera. Si sentiva pervadere da una sicurezza che non aveva mai provato prima; il calore che percepiva e che la faceva sentire più viva che mai era ora in grado di ardere, di incenerire chiunque non avesse rispettato lei e la persona che era diventata. Lucilla uscì furiosa dalla villetta, gridando feroce una sequenza di insulti e minacce che avrebbero fatto rabbrividire chiunque si fosse messo ad ascoltarli con attenzione – cosa che i proprietari di quei giovani visi che ora la osservavano curiosi non stavano evidentemente facendo. Non c’era traccia di paura nei loro sguardi, ma stupore e ammirazione. Lucilla sulle prime non comprese, poi le fu tutto chiaro: era diversa da prima. Solo adesso capiva a cosa aveva rinunciato. E che cosa volesse dire essere davvero quel personaggio leggendario che abita le favole da tempo immemorabile e che turba il sonno dei bambini. Abbassò lo sguardo sulle sue forme: avevano ragione quei mocciosi, quella donna non era più Lucilla. A che cosa era servito ciò che aveva fatto se nessuno avrebbe mai potuto capire chi era tornata a essere: una Strega Cattiva? Cacciò indietro una lacrima solitaria. Indietro non si torna, neppure io posso farlo, pensò mentre, con lentezza, si voltava e rientrava in casa.

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