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Iside

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Illustrazione di Agrin Amedì
Aveva iniziato a sentirlo nel giorno del suo compleanno. Quella mattina, i capelli crespi le erano stati pettinati, divisi in migliaia di ciocche sottilissime, trattati con oli che avevano un sentore di latte e di erba bagnata, infine intrecciati fin sotto alla nuca, aderenti alla pelle.

Aveva iniziato a sentirlo nel giorno del suo compleanno.
Quella mattina, i capelli crespi le erano stati pettinati, divisi in migliaia di ciocche sottilissime, trattati con oli che avevano un sentore di latte e di erba bagnata, infine intrecciati fin sotto alla nuca, aderenti alla pelle. Il capo le era stato poi coperto con un mantello turchese bordato d’oro, i buchi alle orecchie dilatati di un centimetro. Le donne avevano assistito, silenti e compunte, poi l’avevano abbracciata e lei aveva notato che, come sua madre, odoravano del pastone di mais che si cucinava ogni mattina e ogni sera.
La madre, racchiuso il capo della figlia con una spilla poggiata sul collo ambrato, aveva estratto dal cassettone di legno le stoffe color avorio, profumate dell’alloro contro le tarme. Aveva avvolto la figlia dentro quel quadrato di lino e le donne l’avevano sorretta, l’avevano aiutata a prenderle le misure, scambiandosi aghi e fili rossi. Si era concluso così il rituale, con doni di poco conto lasciati sul bordo del suo letto da ragazza, col buon auspicio che quelle lenzuola restassero infine vuote e lei, ormai donna, lasciasse la casa.
Iside si era addormentata nel caldo del pomeriggio vinta dalla stanchezza e dal pulsare delle trecce strette sul capo.
L’aveva svegliata, poco dopo, quell’odore.
I cani avevano guaito sentendola destarsi di colpo.
Quell’odore, già troppe volte avvertito, per lei sovrastava e annullava tutti gli altri: quello del mais appena cotto, togliendole l’appetito; quello degli oli spalmati in testa e degli abiti nuovi, rubandole già il sorriso, nel giorno del suo sedicesimo compleanno.
Lo sentiva così esattamente che, affacciandosi alla finestra, poteva quasi vederlo, come la striscia già segnata del destino, che si intrufolava tra le vie della città e disegnava tornanti nell’aria.
Inizialmente volle illudersi di sbagliare, d’essere confusa dall’eccitazione della nuova età. Ma i cani, strettisi intorno alle sue gambe, ringhiavano e sbavavano in direzione della finestra.
È solo l’odore della battaglia, che nei giorni più violenti giunge fino a me dal confine, dove sta cadendo, forse proprio oggi, mio fratello, si ripeteva Iside, carezzando le orecchie mozze dei suoi tre cani per calmarli.
Ma i giorni passavano, diventavano settimane e quell’odore si faceva sempre più vivo e pungente, sempre più distinto e inconfondibile. Non veniva dal confine, era vicino. Iside lo riconosceva come fosse un vecchio nemico scomparso e ritrovato, un male cronico e incurabile che torna di stagione in stagione. Guardava sua madre cucirle per tutto il giorno il vestito bianco avorio dal lino prezioso, custodito per anni al sicuro dalla guerra e dalla fame.
Cuciva e cantava commossa, sua madre, muovendo la testa coperta, facendo tintinnare i grandi pendagli appesi ai lobi cadenti. Alla vista della figlia sorrideva, stendendo le labbra.
I cani, inquieti, ringhiavano tutta la notte.
Una sera, quando ormai quell’odore era talmente forte da accecarla, disorientandola come un bagliore continuo di lama affilata mentre la madre fuori cuoceva il pastone di mais, lasciò i cani di guardia alla porta. Inspirò forte e si avvicinò alla veste da sposa, sul tavolo pieno di spilli e nodi contorti. Sapeva bene dove guardare. Scucì, strappandolo, l’orlo casto e pesante che l’abito aveva sul collo e lo aprì. Vi trovò, nascosto, un filo nero, a tracciare la traiettoria esatta, futura della spada. Trasalì e per un attimo gli occhi le si appannarono.
I cani presero ad abbaiare per avvertirla del ritorno della madre, ma Iside non si mosse, fece ai suoi paladini segno di calmarsi e quelli le si affiancarono subito, mansueti, leccandole le dita della mano.
La madre, giovane ma precocemente appesantita e avvizzita, entrò zoppicando e si fermò sulla soglia, nel rosso tetro del tramonto.
«Io già l’avevo capito», iniziò a parlare Iside, accennando col capo al filo nero che stingeva tra due dita, sfilato con decisione dal collo sdrucito dell’abito. «Ma tu avresti dovuto dirmelo.»
«Come l’hai capito?”» chiese la madre.
«Mamma, io sento l’odore della terra bruciata.»
Il sole tramontò. La madre tacque e accese con cura una lampada, deglutendo. I cani si stesero ai piedi di Iside, immobile nella larga veste azzurra da donna finita.
«Mamma, lo sento da tre settimane, dal giorno del mio compleanno. Proviene dal tempio nuovo. È l’odore della terra da poco seminata buttata nel fuoco con tutti i germogli. Il vostro dio chiede il sangue di un’altra donna vergine.»
La madre, sistemata la lampada, si sedette nel cono di luce. «Tu, Iside, hai sempre sentito tutti gli odori. Quand’eri bambina se nel pastone ti mettevo un bianco di uovo provavo a nasconderlo con una spezia. Ma tu, prima ancora d’averlo assaggiato dicevi “mamma, c’è un uovo” e quando tuo fratello prendeva la medicina…»
«Il succo per crescere» la interruppe Iside, beffarda.
«Sì… Lo prendeva di notte e tu il mattino dopo da lontano lo vedevi e gli dicevi che aveva preso quel succo,  che lo sentivi. Quel succo lo salvò.» Sorrise la madre e, senza più inghiottire, si lasciò cadere alla rinfusa le lacrime sul viso.
«Sarebbe cresciuto lo stesso, mamma. Aveva solo dieci anni. Quel succo era acqua col sale e la menta. Ha salvato un bambino perché morisse alla guerra.»
La madre pianse più forte.
«Quando sarà il mio sacrificio?» chiese Iside con voce ferma, preparando una cena ai tre cani.
«Tra due giorni» rispose la madre tirando col naso.«Ho supplicato i capi, ho preso tempo, non ho ottenuto nulla. Non ho trovato nessuno che prendesse le nostre parti.»
Una nuova manciata di terra ed erba giovane dovette essere lanciata sulla pira al tempio, perché Iside trasalì e si sedette. Immaginava con disgusto la madre implorare.
«Molte ragazze lo hanno fatto prima di te» aggiunse la madre, rassicurando più sé stessa che la figlia.
Iside si girò di scatto come un animale selvatico: «Dodici ragazze, mamma, prima di me. Io ho sempre sentito l’odore in anticipo, ma per paura non dicevo niente. Alcune le conoscevo, pensavano davvero di sposarsi. Qualcuna fu più delusa di non prendere marito che di dover morire». Sorrise amaramente. «Dodici sedicenni da quando sono nata io, e prima della mia nascita altre ancora. E la guerra non è mai finita!»
«Quindi ami la guerra?» scattò in risposta la madre.
Iside rispose con uno sguardo più infuocato di tutte le pire del tempio.
«Puoi sempre scegliere, Iside. Se vuoi sottrarti alle nostre leggi puoi lasciare la città» disse la madre, guardando per terra. «Ma dovrai attraversare il deserto. Lì l’odore di sabbia bruciata è più forte. Lì c’è l’odore dei cadaveri di tutti quelli che prima di te ci hanno provato. Vuoi morire da sola laggiù? Impazzire e morire di sete? Non preferisci che io ti accompagni, che la città ti pianga e ti veneri come una santa? Non vuoi dare una speranza ai tuoi?» E così continuò a parlare, ormai rauca, ormai sfinita la madre, finché fu spenta la lampada e scese la notte.
Iside non dormì. Restò sveglia, e ogni volta che il fuoco veniva alimentato nel tempio avvertiva un brivido. Ogni volta i cani digrignavano i denti. Sentì bruciare i grani di orzo e comprese che i riti preparatori erano al culmine: non aveva più molto tempo. Stringeva il filo nero in mano e, mettendosi davanti allo specchio nella luce della luna, se lo provava sul collo, tendendolo con le due mani e poggiandolo sulla pelle scura fino a incresparla.
Era notte fonda, quando decise.
Questa guerra è nata prima di me, non è la mia guerra. Io non credo nel loro dio. Io credo che vivere male sia comunque meglio che morire, e che morire da sole sia sempre meglio che farlo per mano di un uomo o per volontà di un dio, si disse.
Prese un coltello e si tagliò la veste in modo che le arrivasse sopra le ginocchia, così da non intralciare il passo. Poi usò lo stesso coltello per rasarsi i capelli. Caddero in trecce perfette.
Col turbante turchese dai bordi d’oro, ridotto a strisce, legò tre guinzagli.
Prima di uscire notò che i cani non avevano mangiato. Si accorse allora di non avere fame o sete, né più paura.
Tutto ciò che sentivano, Iside e i tre cani, era l’odore del sacrificio umano e la necessità di allontanarsene.
Per quaranta giorni e quaranta notti camminarono nel deserto, senza mangiare né bere, senza fermarsi, senza dormire, senza bruciarsi i piedi o le zampe; la pelle insensibile al sole.
Camminarono tesi come segugi, guidati solo dalle narici per le distese di sabbia dorata.
Di notte le stelle apparivano a mera conferma di un percorso già noto, già giusto.
Il quarantunesimo giorno sentirono un odore misto di vegetazione e selvaggina e procedettero a passo più svelto.
Il sessantesimo giorno videro in lontananza una catena montuosa, una vallata, qualche casa sparsa. Siamo salvi, pensò Iside, e i cani scondinzolarono e bofonchiarono di contentezza, come quando da cuccioli si nutrivano dalle sue mani di bambina.
Sentirono odore di brace, come di un banchetto di cacciagione già imbandito per loro, da qualche parte ai piedi del pendio.
Negli anni e nei decenni a seguire, a chi glielo chiese – a figlie, nipoti, serve, e talvolta a tutti i sudditi nelle sere in cui si raccoglievano nella sua dimora per ascoltare la sua voce e godere della sua compagnia – Iside raccontò quel momento. Quando, sentendo l’odore di carne cotta, di un pasto pronto, di una tavola apparecchiata, comprese che si era illusa di fuggire dal proprio destino e l’aveva, in realtà, solo compiuto. Riconobbe nella vallata quasi deserta il compito che la dea le aveva assegnato: fondare una città nuova, pacifica, ma chiusa agli stranieri, dove fossero vietate le superstizioni ma ammessi tutti i culti. Fino alla fine dei propri giorni, nella nuova città di cui fu la benevola regina, Iside continuò a raccontare di quando, appena uscita dal deserto, ebbe pietà della madre e provò nostalgia.
Nell’ultimo tratto, eccitati dal profumo della salvezza, i cani ripresero ad avere fame e così anche Iside. Percorsero gli ultimi chilometri correndo leggeri.
Alcuni abitanti delle case sulla vallata giurarono negli anni a seguire d’aver visto quel giorno una cerva nera galoppare portando tre segugi sul dorso. Altri invece ribatterono che c’era stata solo una nube argentata, un banco di nebbia a contatto con l’erba che si era mosso, spinto dal maestrale, come spesso accadeva in quella zona di montagna.

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