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Pastorale veneta

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Illustrazione di Agrin Amedì
La notte che Berto nasce – una tipica notte di piena estate in pianura padana, nera e densa come la pece – la quiete ovattata, ronzante di zanzare, è rotta dal grido acuto di sua madre, che muore mettendolo al mondo. Il silenzio inghiotte quell’urlo e torna compatto.

La notte che Berto nasce – una tipica notte di piena estate in pianura padana, nera e densa come la pece – la quiete ovattata, ronzante di zanzare, è rotta dal grido acuto di sua madre, che muore mettendolo al mondo. Il silenzio inghiotte quell’urlo e torna compatto. Non si ode il pianto del bimbo, il che suscita un fitto mormorio  fra le donne del paese nei giorni seguenti. Il loro brusio concitato serpeggia fra le viuzze, dietro ai banchi in chiesa, davanti alle botteghe, agli angoli delle case, simile a uno sciame d’api. Un bambino che non vagisce, nato in silenzio! Quel neonato deve essere strano. E d’altronde, la madre é morta di parto: Iddio si é pronunciato, a suo modo. Così, a quel parlottare, s’intrecciano preghiere, avemarie sussurrate con la voce rotta, scongiuri e bestemmie, finché il parroco, don Terenzio, non decide di mettervi fine. Si sa che la madre di Berto, pace all’anima sua, è rimasta incinta da un foresto passato al villaggio per una notte e poi subito ripartito all’alba. Il piccolo, dunque, non ha neppure un padre. «Alleverò io l’orfano – dichiara una domenica il parroco con voce tuonante dal pulpito – finché non sarà adulto». Si smorza il chiacchiericcio fra le file a messa, finalmente, ma per poco. Perché Berto cresce e non parla ancora, o meglio, non sembra interessato a farlo coi propri simili. In compenso si siede sul bordo dei fossi facendo cic-ciac, cic-ciac, coi piedi nell’acqua e intrattiene discorsi afoni con le nutrie o con i merli. Non passa molto che in paese si inizi a chiamarlo Berto lo Scemo.
Trascorrono anni e un giorno una carrozza entra in paese in un gran scalpitio di zoccoli che richiama tutti i paesani in strada. I passi sicuri di un uomo ben vestito con costose scarpe di cuoio ticchettano fin davanti alla canonica, poi si ode bussare con decisione alla porta di don Terenzio. Nell’arco di una mezz’ora le novità serpeggiano da una bocca all’altra, in un crescendo di voci ora eccitate, ora tremanti: il paese vibra come un alveare. «Berto xe diventà ricco!» si ripete, mentre la storia già si gonfia, si arricchisce di dettagli, riecheggia nel coro di voci confuse. Alla fine tocca alla Bruna, moglie del fornaio, ufficializzare il racconto: è arrivato un parente di Berto, con grandi notizie. Il ragazzo ha ereditato una fortuna da quel padre sconosciuto che non si è mai più fatto vedere in paese. L’anziana Adelina, che fatalità si trova in canonica in quel momento – come fa sempre, per riassettare le stanze del religioso – ha sentito distintamente lo schiocco della serratura di un forziere provenire dal salottino degli ospiti. E poi, a seguire, un’esclamazione soffocata di don Terenzio, il quale le conferma poi che si tratta di una fortuna, una vera fortuna! Inutile dire che quella sera nelle case si spengono molto tardi, nel buio, gli ultimi bisbigli. Il paese, sfinito dalle troppe emozioni della giornata, boccheggia sotto un’afa micidiale, stesa sulla pianura come una coperta di piombo. L’oscurità notturna pullula di ronzii, di fruscii, di sospiri…
Ma ecco, nel cuore di quella stessa notte, il silenzio è squarciato da un suono che fa sobbalzare tutti nei letti. Le campane! A quest’ora? Non si saranno dimenticati di qualche solennità, è forse san Lorenzo o l’Assunta? No, via, siamo a luglio, ci manca più d’un mese! E allora che succede? Che sia scoppiato un incendio? Don Terenzio! Oh Signore, cosa mai…! Nel tumulto generale, fra i rintocchi spettrali, stridono già i pianti nervosi di alcune donne ma, per fortuna, non tutte si abbandonano a simili debolezze. Sulla via principale risuonano i passi pesanti della Bruna del fornaio che, raccolta fra le braccia la camicia da notte al di sopra dei polpacci robusti, corre ballonzolando e ansimando verso la chiesa da cui riecheggia quello scampanio indiavolato. Chiamate don Terenzio! Ma dov’è quel prete? I fedeli lo invocano agitati mentre molti altri corrono dietro alla Bruna per andare a vedere. Mentre un gruppo di gente si è ormai radunato nel piazzale davanti alla chiesa, le campane pian piano si sono fermate, il loro suono si va smorzando. Si leva nel buio una risata surreale che gela il sangue nelle vene. «Don Terenzio!» grida la Bruna. Ed ecco una voce sconosciuta che fra uno scoppio di risa e l’altro le risponde: «El paroco xe andà!». E giù ancora risate. Ma di chi è questa voce? Da dove arriva? Di sottofondo si sente un fortissimo cic ciac, cic ciac, cic ciac, come di piedi frenetici nell’acqua. Oltre la chiesa si stendono prati e fossi: c’è qualcuno che si aggira, senza dubbio. E poi ancora quel ghigno grottesco da demone! Si sente un vicino fruscio d’erba alta, mentre la risata sconvolgente riprende e con essa di nuovo quel cic ciac, cic ciac
«El me ga ciavà i schei, el prete el me ga ciavà i schei!» Alcuni hanno portato delle lanterne, le alzano per illuminare la scena: intorno al campo che circonda la chiesa, intento a saltare come un invasato da un fosso all’altro, c’è Berto lo Scemo. Il volto deformato da una smorfia grottesca ripete forsennatamente la sua scandalosa denuncia. Qualcuno invoca ancora don Terenzio, ma il buon padre non risponde, non può rispondere, perché è sicuramente già lontano dal paese, da qualche parte nell’oscurità fluida. «Venti ani passadi a taser, ma adesso no taso più!» urla Berto fuori di sé, percorrendo su e giù il campo a salti. Le pie donne si fanno il segno della croce e gridano al miracolo, i volti atterriti, mentre Berto, con quella voce rimasta inedita dalla notte in cui è nato, lancia risa sfrenate e impudenti a un cielo senza stelle.

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