Condividi su facebook
Condividi su twitter

La gallina dalle uova d’oro

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
La chiamavano “la gallina dalle uova d’oro”. Faceva guadagnare parecchi soldi a Carlos. La mandava in giro in tutti gli aeroporti d’Europa imbottita di ovuli di cocaina.

La chiamavano “la gallina dalle uova d’oro”. Faceva guadagnare parecchi soldi a Carlos. La mandava in giro in tutti gli aeroporti d’Europa imbottita di ovuli di cocaina. A ogni viaggio poteva trasportare anche trenta, quaranta uova. Forse perché era molto bella, forse perché aveva una falcata così elegante che lasciava di stucco tutte le guardie che incontrava, nessuno si era mai sognato di fermarla. Era l’unica donna del gruppo a fare questo speciale servizio di consegne.
«Tu mi farai ricco» le diceva sempre Carlos agli inizi, e la abbracciava con quelle mani viscide. Poi le toccava il viso, le accarezzava le guance e, piano piano, scendeva giù lungo i fianchi, fino al sedere. Era un uomo brutto, gonfio per tutta la droga che si faceva, costantemente sudato. Basso, tarchiato, grasso ma non obeso. Aveva la testa grande rispetto al resto del corpo, con un muso che si allungava a terminare in un grugno cattivo, lo stesso con cui si infilava in qualsiasi affare losco in città. Il collo corto e tozzo, come se la testa fosse attaccata direttamente sulle spalle, i capelli neri acconciati alla moda tedesca degli anni ’80, in omaggio all’amatissima serie dell’ispettore Derrick. Gli occhi piccoli e labbra sottili e strette. Quando apriva la bocca gli si potevano vedere i denti macchiati di giallo e le gengive consumate che arretravano di giorno in giorno (la cocaina ti chiede sempre di pagare pedaggio). Lo stile anni ’80 tedesco la faceva da padrone anche nel suo abbigliamento: camicie a maniche corte marroni o giallo paglierino, rigorosamente infilate nei pantaloni tenuti stretti da una cintura di cuoio consumata. Giocava sempre con un coltello con la lama affilatissima, non se ne separava mai, ci andava anche a dormire. A volte le accarezzava perfino il viso con quella lama. Era attaccatissimo ai soldi, li ammassava tutti in uno sgabuzzino, e ogni giorno andava a controllarli. Davanti a quelle banconote perfettamente impilate – l’unica cosa ordinata nel suo ufficio lurido – il suo sguardo da cinghiale brillava di una luce cattiva. Con i soldi delle uova si era fatto una casa in centro a Milano. La tana del cinghiale in apparenza era molto discreta, mentre al suo interno aveva ogni elemento di volgarità che il genere umano potesse concepire: rubinetti d’oro, pelli di animali esotici sul pavimento, statue di nudi femminili a grandezza naturale. Insomma, tutto il corredo del boss rampante. Grosso e forte non esitava a eliminare chiunque si mettesse di traverso nella realizzazione del suo progetto di conquista. Si era guadagnato il suo nomignolo per via di una brutta storia che sapeva di faida con i calabresi, fino ad allora monopolisti assoluti del malaffare nella zona. Il capo dei calabresi era “il lupo”: alto, nero, elegante, bello e pieno di donne. Carlos l’aveva trucidato in un agguato di notte, da solo, nel retro del Karma, il suo quartier generale in zona Porto di Mare: l’aveva sventrato usando il coltello che si portava sempre dietro e poi l’aveva eviscerato per bene spargendo le sue interiora sul pavimento. Il cinghiale aveva fatto fuori il lupo ed era diventato il padrone assoluto di Milano sud.
Lei non amava quella vita. Anche se era la cocca di Carlos, e nonostante non se la passasse male a Milano, voleva andarsene a vivere al mare e non sentire mai più parlare di uova. Non voleva nemmeno più mangiarle, le facevano schifo. Ogni volta che ne apriva uno il giallo del tuorlo le ricordava il colore di quella plastica in cui avvolgevano gli ovuli per renderli più resistenti una volta ingeriti. Le sue amiche andavano con il pappone di turno a Santa. Quel nome le piaceva, era il nome di sua nonna, non aveva capito subito che era il nome di un paese. Col tempo poi si era innamorata della Liguria e ora aveva fissato l’obiettivo della sua vita in una piccola casa lì, con il balconcino piene di piante di rosmarino e basilico e la ringhiera dipinta di bianco. Voleva andare in giro in bicicletta nonostante il vento e godersi una spiaggia di sabbia fine e bianca, con l’acqua blu, fredda e profonda. Aveva voglia di fare colazione con focaccia e caffellatte, di poter dire che aveva anche lei il suo bar di fiducia con il titolare anziano e scorbutico che si faceva pregare per farle un caffè.
Negli ultimi tempi si era allenata a questa vita diventando cliente assidua del bar del genovese sotto casa sua. Sarebbe diventata amica di una vecchia vicina di casa che le avrebbe insegnato a fare il pesto e finalmente avrebbe potuto dormire come non dormiva da tempo, sballottata tra aerei e città che non amava e non voleva vedere. Non secondaria importanza rivestiva il fatto che nei suoi piatti liguri preferiti fossero pressoché assenti le uova: un paradiso.
Questo era di là, il dopo. Di qua, prima, c’erano solo il cinghiale e le sue uova. Aveva maturato un tale disgusto nei confronti di quell’uomo tanto da iniziare a pensare di ucciderlo. Non si trattava solo di pensieri in cui indugiare, si era prefigurata più di una scena in cui lo faceva secco. Avrebbe potuto avvelenarlo con del veleno da mettere nei tacos, così l’avrebbe visto morire strafogandosi; oppure avrebbe potuto pagare dei disperati che per cinquecento euro l’avrebbero freddato con un colpo di pistola di notte, all’improvviso. Altre volte, invece, aveva ragionato sul fatto che poteva ucciderlo nel sonno.
Spesso, negli ultimi tempi, sognava a occhi aperti il modo in cui avrebbe potuto liberarsi di lui. Immaginava i delitti più cruenti e ne studiava la messa a punto ispirandosi ai fatti di cronaca di cui sentiva parlare in televisione. Tuttavia era così terrorizzata dagli occhietti del cinghiale che non era mai riuscita a tradurre il proposito in azione. E, d’altronde, la sua inferiorità (sia di grado che fisica) era tale che nulla le dava la possibilità anche solo di sperare di liberarsi di lui. Non aveva mai rifiutato nessun incarico: Napoli, Barcellona, Amsterdam, Budapest. Aveva girato più o meno tutta Europa per le consegne; si fermava a malapena una notte e ripartiva subito.
Un bel giorno Carlos la fece chiamare nel suo ufficio. Pulendosi le unghie con il suo inseparabile coltello le comunicò che doveva andare a Bogotà a prendere in consegna delle uova di merce pregiata. Doveva stare attenta, il viaggio sarebbe stato lungo, ma lei era l’unica che poteva farlo. Partì qualche giorno dopo. Si disse, però, che quello sarebbe stato l’ultimo viaggio e poi avrebbe mandato al diavolo le uova d’oro e il coltello del cinghiale.
Sul volo di ritorno lo individuò subito. Un mulo. Come lei, soltanto uomo. Aveva tutto l’aspetto di un contadino. Molto probabilmente era la prima volta che prendeva un aereo in vita sua. Anzi, forse era la prima volta che usciva dal suo villaggio di miseria. Era sudatissimo e il labbro inferiore gli tremava. A tratti piangeva. Chissà quante uova era riuscito a portarsi, pensò, ma poi si addormentò, voleva arrivare rilassata ai controlli doganali.
All’arrivo in Italia il contadino le passò davanti. Ha fretta di arrivare, pensò. Si vede che non ce la fa più. Quando furono ai controlli lui fu fermato subito mentre lei riuscì a passare senza problemi nel momento esatto in cui lo trattenevano e lo portavano all’interno della saletta. Se lo immaginò in bagno ad attendere che le uova che aveva covato per tutto il viaggio uscissero. Se era fortunato si sarebbe fatto venti anni di galera. In alternativa un uovo gli si sarebbe rotto dentro mentre ne aspettava l’espulsione e lui sarebbe morto di overdose. Sorrise all’idea di questo contadino che non aveva mai visto nulla all’infuori del suo villaggio e che ora se ne stava accovacciato per terra in una stanza grigia di Malpensa con la polizia che aspettava soltanto che lui cagasse o avesse una crisi, e andò a prendere il taxi. Missione compiuta, anche oggi.
L’indomani andò da Carlos per consegnargli la merce. Mentre lui parlava di come sarebbe stata distribuita la droga che lei aveva portato in Europa, si accese una luce nella sua testa: non poteva lavorare per lui un solo giorno in più, e glielo disse subito. Lui rise. E mentre rideva si vedevano i denti gialli. Rideva talmente tanto che quasi sbavava. Si dondolava sulla sedia, e quasi stava per cadere, tante erano le risate che l’annuncio del suo proposito gli procurò. Ma lei lo ripetè forte: quello era il suo ultimo giorno di lavoro per Carlos, lei non era una schiava e lui non aveva il diritto di trattenerla. Lui continuava a ridere. Non l’avrebbe mai presa sul serio. Lei iniziò a passare in rassegna nella sua testa ogni idea pianificata nei mesi passati. Ora lo strozzo. Ora vado, mi avvicino e gli cavo gli occhi. Oppure potrei staccargli l’orecchio a morsi, forse basterebbe per farlo stare zitto.
Le risate continuavano. Senza capire bene come, si sorprese a buttargli addosso tutto quello che le capitava sotto mano: fogli, bicchieri di rum, bottiglie, fermacarte di cristallo, anche quella pacchiana cornice d’argento con la foto della madre: lanciava oggetti e piangeva.
Il cinghiale non rideva più. Incredulo, sulle prime non si era nemmeno difeso, ma adesso si era alzato e le si stava avvicinando. Quando fu abbastanza vicino lei iniziò a prenderlo a calci sugli stinchi, sul culo, furiosamente. Carlos la bloccò con facilità afferrandole i polsi sottilissimi. Stringeva così forte che subito le sue mani divennero viola. La gallina e il cinghiale, eccoli alla resa dei conti, uno di fronte all’altro. Nonostante stesse svenendo per il dolore lei lo fissava con ostilità e resisteva, poteva vedere da vicino i suoi denti gialli ridotti in una poltiglia vomitevole. Lui non mollava la presa, l’avrebbe uccisa presto, e si sarebbe sbarazzato del cadavere seppellendolo nel campo abbandonato dove lei aveva visto tante volte finire i componenti delle bande rivali.
Mentre si vedeva già morta notò che l’impugnatura del coltello spuntava dalla tasca dei pantaloni sudici di Carlos. Questo cedette la presa per un secondo, un attimo impercettibile di cui, forse, nemmeno lui si rese pienamente conto, il tempo sufficiente perché lei si liberasse dalla morsa e gli sfilasse l’arma.
Fu in quel momento che lei potè sentire il profumo di salsedine entrare dalla finestra e il campanello della bicicletta trillare: la meta era a un passo. Poteva farcela. Puntò il coltello alla base del ventre di Carlos, poi lo affondò nelle sue viscere. Sentì la pelle lacerarsi, oltrepassò lo strato di grasso e andò più a fondo.
Stasera avrebbe mangiato le trofie al pesto e i bianchetti fritti in quel ristorante che aveva provato l’estate passata, e poi fatto una passeggiata sul lungomare di notte, al buio.
Procedette senza esitazione. Non appena il sangue iniziò a scorrere dalla ferita si sentì molto più tranquilla: era caldo e sgorgava abbondante e lento. Il cinghiale perse i sensi. Avrebbe preso la stanza più bella dell’albergo, fatto un bagno e si sarebbe addormentata col balcone aperto, per svegliarsi l’indomani inondata di luce e frastornata dallo stridio dei gabbiani. Ma non si accontentò di averlo dissanguato: continuò a fendere le pareti del suo stomaco finché non l’ebbe aperto. Gli riempì lo stomaco di uova, di tutte le uova che trovò nell’ufficio di Carlos. Il verso dei gabbiani nella sua testa, poco a poco, fece spazio alle sirene delle volanti dei carabinieri.

Ora, dalla finestra della sua stanza, può vedere il mare. Blu come lo sognava da tempo. Nei giorni di vento, riesce anche a sentirne l’odore. Certo, non è la casa che aveva sempre sognato, a due passi dalla spiaggia e con la ringhiera dipinta di bianco, ma si è liberata della sua vita di sempre e questo è quello che le importa. Sì, ci sono i secondini, le compagne, i turni per le visite e la doccia in comune. Però, ha imparato a fare la focaccia e il pesto. E, soprattutto, ora può dormire.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'