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Il traguardo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Oggi mi sposo, chi l’avrebbe detto. Io la bisbetica indomabile che si sposa. I miei genitori avevano perso le speranze, i miei amici nemmeno a parlarne. Dicevano che sarei morta zitella, ma a me non importava.

Oggi mi sposo, chi l’avrebbe detto. Io la bisbetica indomabile che si sposa. I miei genitori avevano perso le speranze, i miei amici nemmeno a parlarne. Dicevano che sarei morta zitella, ma a me non importava. Anzi, mi sembrava un complimento, la vivevo come se fosse un vanto. Ero riuscita fino al quel momento a non farmi a accalappiare da nessun uomo, perché nessuno era capace di stare al mio passo. Nessun uomo tranne lui. Eccolo, lo vedo all’altare che mi aspetta con i suoi capelli neri e gli occhi pieni del sole della Sicilia. Mi sorride, è imbarazzato, nervoso. È emozionato. Tengo il bouquet tra le mani come se fosse un bambino, o forse non è un bambino, è un testimone. Come quello che della mia ultima staffetta all’Olimpiade di Rio. Siamo arrivati primi, medaglia d’oro. Eravamo indietro di parecchio. Ma sono riuscita a portare la mia squadra alla vittoria. Poi lui, mentre sono sul podio, dopo aver ricevuto la medaglia, intenta a salutare il pubblico, si avvicina, si inginocchia e mi chiede di sposarlo.
La verità? È stato il momento più imbarazzante della mia vita. Tutti i miei meriti sportivi sono stati offuscati in un secondo dall’idea dell’amore eterno. Mentre il pubblico, in estasi da quel gesto romantico, applaude, mio padre che è con me come mio preparatore atletico mi sorride da lontano come per dire “ora cosa rispondi?”. Èd è proprio lui oggi a accompagnarmi all’altare, dandomi il braccio su questo tappeto rosso porpora che attraversa tutta la navata. Mi guarda e sorride come prima di ogni gara, ma io con questo testimone in mano penso che dovrei girare i tacchi e correre via. Ammettiamolo, come si fa a giurare amore per l’eternità? È come dire che si vincerà sempre a ogni competizione. A differenza di molte donne, il matrimonio non è mai stato un traguardo per me. L’unico traguardo che conosco e ho agognato è quello che ho raggiunto da sola, correndo, sudando. Attraversandolo con le braccia al cielo.
«Ti senti bene?» chiede mio padre. «Hai i crampi al polpaccio? Stenditi. Te li sciolgo.» A Pechino prima della gara ebbi dei crampi fortissimi al polpaccio sinistro, piangevo per il dolore. Stesa sulla pista mio padre mi massaggiava. «Va meglio?» «Sì papà, possiamo andare.» E rialzandomi, un passo alla volta procediamo insieme verso l’altare. Sono circondata da sorrisi emozionati degli amici e parenti che come ogni gara mi incitano a non mollare. Il traguardo è vicinissimo, avanti. Eccomi, lui saluta mio padre, mi alza il velo, mi dà un bacio sulla guancia. Io lo guardo dritto negli occhi. «Mi dispiace» gli dico , mentre la folla applaude impazzita. «Non posso. Non ora. Non qui. Oggi ho vinto le Olimpiadi. È il mio momento.»

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