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Glicine

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Illustrazione di Agrin Amedì
La scuola di danza è un castello e la direttrice è tutta vestita d’oro. Ha capelli che sembrano zucchero filato, alti e vaporosi, giallo chiaro. Sei grandi cani fanno la guardia al castello, nel giardino davanti.

La scuola di danza è un castello e la direttrice è tutta vestita d’oro. Ha capelli che sembrano zucchero filato, alti e vaporosi, giallo chiaro. Sei grandi cani fanno la guardia al castello, nel giardino davanti. Attraverso una piccola porta rossa entriamo in un corridoio stretto e scuro: il pavimento è ricoperto di tappeti, uno sull’altro, senza nemmeno uno spazio vuoto. Da qualche parte arriva della musica. Ci stringiamo l’una all’altra, anche se non ci conosciamo. Le nostre mamme sono rimaste in giardino perché il tour della scuola è riservato alle sole allieve. La mia non era tanto contenta, ha fatto le sopracciglia a triangolo, come quando parla con la nonna. Anche le pareti sono ricoperte di fotografie, senza nemmeno uno spazio vuoto. C’è la direttrice vestita di rosa, sulle punte; poi la direttrice in una stanzetta con in braccio una bimba piccola con in testa una coroncina di fiori; poi la direttrice sul palco di un teatro, circondata da allieve come noi. La direttrice, quella vera, ci indica le immagini una per una e poi prende per mano una bambina bionda e ci guida in avanti.
In fondo al corridoio ci aspetta la figlia della direttrice: anche lei ha capelli come zucchero filato, ma più lunghi e rosso fuoco. Sembra una grande candela accesa, tutta vestita di bianco, lunga e magra. I nostri passi non fanno alcun rumore mentre entriamo in direzione perché anche questo è tutto ricoperto di tappeti. Si sentono solo la voce della direttrice e di sua figlia, ogni tanto uno dei cani abbaiare e poi la musica, che adesso è più allegra e sembra più vicina. La direttrice indossa un paio di scarpe da giovane color oro, come la camicia, anche se deve avere più di cento anni. Ha le unghie lunghe – meno male che la mamma non le ha viste: dice sempre che le vecchie non devono avere né unghie né capelli lunghi per non essere ridicole – e rosse. Sono unghie così lunghe che la direttrice non riesce a prendere dal cassetto i fogli con le regole della scuola che vuole consegnarci, deve pensarci la figlia candela.
Mentre la figlia candela scrive i nostri nomi sui fogli, la direttrice ci spiega fiera che da giovane è stata una ballerina famosissima. Come prova, punta il secondo artiglio rosso della mano destra verso una fotografia enorme in cui tiene un mazzo di fiori in mano e sorride in mezzo a degli sconosciuti vestiti di scuro. L’immagine dev’essere di almeno ottant’anni fa. Dietro di loro ci sono specchi con cornici di lucine. Le mie compagne piantano gli occhi sull’immagine e iniziano a sospirare speranzose mentre la direttrice picchietta affettuosamente le spalle di alcune di noi con le sue lunghissime unghie ridicole. Non avevo mai pensato che anche le ballerine diventano vecchie. E brutte. E spaventose. Più tardi dirò alla mamma che non sono tanto sicura di voler venire in questa scuola. Mi piacerebbe avere un’insegnante giovane, una ballerina che sia ancora ballerina, una bella ballerina. Adesso che abbiamo tutte in mano un foglio con il nostro nome, le regole della scuola e il programma per il saggio di fine anno, possiamo iniziare la visita vera e propria. La musica è sempre più vicina e ha cambiato ancora ritmo: ora mi sembra lamentosa, infatti i cani ci cantano sopra. Proseguendo sulla passerella di tappeti raggiungiamo la prima aula che ci restituisce la nostra immagine quadruplicata dalle pareti rivestite di specchi: siamo dieci (o quaranta?), abbiamo tutte otto anni. Io sono la più bassa. All’improvviso una vecchia, molto più vecchia della direttrice – avrà almeno centocinquant’anni – si muove in un angolo della stanza. Facciamo un salto tutte insieme, spaventate. È Olga, la pianista, ci dice la direttrice, molto orgogliosa che nella sua scuola, come alla Scala, la musica durante le lezioni venga ancora suonata dal vivo. Ci guardiamo un po’ confuse, non ci sembra gran cosa: a casa abbiamo tutte lo stereo! La signora Olga è ritratta anche in una delle foto sul pianoforte: è giovane ma già gobba e abbraccia la direttrice, che si riconosce dai capelli. Ai loro piedi una candela bambina spunta tra le gambe mostruose – sono ricoperte da uno strato di rete nera – della mamma, guardando all’insù. La direttrice invece fissa dritta il fotografo, la faccia tutta sporca di trucco, le mani sui fianchi. Aveva già gli artigli rossi e, a pensarci bene, non era bella nemmeno da giovane.
Usciamo dalla prima aula e la figlia candela richiude la porta dietro di noi, allontanando di nuovo la musica che ora sappiamo venire dalle dita della mostruosa signora Olga. Prima di scendere la scale che portano alla seconda aula che ci dicono essere molto più grande, passiamo per una piccola stanzetta con le pareti di carta rosa a fiori. Accanto alla scalinata c’è una porta chiusa. È bianca con una maniglia tutta luccicante e una targhetta con sopra scritto il nome della direttrice, ufficio privato. Sulle pareti della stanzetta rosa c’è una sola foto: ritrae la direttrice, da giovane, in posa con le scarpette con le punte e un tutù color glicine, che è il colore di quella pianta da cui devo stare lontana perché piace ai calabroni. Una delle mie compagne indica ridendo la foto, imitando l’espressione tragica dipinta sulla faccia della direttrice. Lei se ne accorge e improvvisamente diventa triste e, dopo aver scambiato poche parole con la figlia candela, sparisce dietro la porticina bianca. L’ultima cosa che vediamo di lei è un bagliore delle sue scarpe dorate sul tappeto.
La figlia candela ci fa mettere in fila per due e ci porta al piano di sotto, nella grande stanza da ballo. Qui ci mostra lo spogliatoio: una stanzetta piena di sedie rosa, tranne una azzurra. Non verrò in questa scuola di streghe, penso, ma se cambiassi idea vorrei che quella sediolina azzurra fosse la mia. Nell’aula numero due candela ci permette di provare a usare la sbarra. Le mie compagne saltellano felici, alzando una gamba, poi l’altra, si aggrappano alla sbarra cadendo da una piroetta. La figlia candela è impegnata con una bambina bruna. A passi svelti raggiungo la porta e imbocco le scale dove ritrovo la musica della mostruosa signora Olga. Sono di nuovo nella stanzetta rosa a fiori, da sola. La musica, questa volta, non viene dall’aula di danza ma da dietro la porticina bianca, ufficio privato della Direttrice. Non c’è nemmeno bisogno di camminare in punta di piedi, per via dei tappeti, basta fare piano piano abbassando la maniglia luccicante. Ora la porta è aperta, anche se di pochissimi centimetri.
Riconosco prima la signora Olga al pianoforte: suona una musica lenta e triste, ma questa volta i cani non ci cantano sopra. Non guarda i tasti bensì il centro della sala, ha gli occhi dolci e un’espressione simile a quella della nonna quando mi racconta di quando era giovane e c’era la guerra. È tutta curva, ma sembra un po’ meno mostruosa: la luce dell’ufficio privato è brillante e le illumina i capelli da dietro. La sua testa si piega un po’ a destra, poi a sinistra: sembra un batuffolo di polline che si muove a tempo di musica, in attesa di cadere. Seguendo il suo sguardo incontro una seconda figura che si muove, anch’essa lentamente, seguendo la melodia. Non la riconosco subito: lo zucchero filato è sparito, chiuso dentro una pettinatura tonda che lo fa assomigliare più a una pallina di gelato alla vaniglia. Anche l’oro è sparito, dalla camicia e dalle scarpe. Gli artigli rossi sono ancora lì, sospesi a mezz’aria; si bloccano di tanto in tanto in diverse pose, a ritmo di musica. Le braccia sembrano seguirli, e il busto seguire le braccia, e le gambe seguire il busto, e i piedi seguire le gambe, per poi ricominciare. Sento un impulso irresistibile di imitare quei gesti lenti che mi sembrano bellissimi, ma ho troppa paura di essere vista. Apro un po’ di più la porta fino a riconoscere il volto della direttrice riflesso nello specchio davanti a lei: ha gli occhi chiusi, come se stesse dormendo, l’espressione felice e stanca. Ai piedi ha le scarpette con la punta di gesso. È vecchia, mi ricordo, anche se adesso non lo sembra più. Le gambe sono nude, tutte piene di rughe e vene, come la mappa delle autostrade che papà tiene in macchina. Eppure sono meno spaventose di quelle stesse gambe giovani avvolte di rete nera che ho visto nella foto. Appena muove un passo il gesso picchia sul pavimento di legno della sala e fa “toc, toc” a ritmo di musica. Mi sembra un secondo strumento che accompagna il pianoforte della signora Olga, in duetto. Mi stacco dalla porta e di corsa scendo di nuovo le scale puntando verso lo spogliatoio. Lì poso il foglio con il mio nome sulla piccola sedia azzurra, la mia. Sopra la mia testa sento appena le scarpette della direttrice suonare, “toc,toc”. Risalendo le scale, indecisa se correre per non perdermi il finale o indugiare per muovermi anche io lentamente e a tempo di musica, come faceva lei, cerco di riprodurre quel “toc, toc” con le mie scarpette da ginnastica. Non ci riesco. Non ancora, ma lei mi insegnerà. Ritorno al mio posto di spia nel momento esatto in cui la mostruosa signora Olga termina di suonare la sua musica lenta e triste. La direttrice si ferma e, riaprendo gli occhi, si congela per qualche istante in quella esatta espressione tragica della foto appesa nella stanzetta rosa. Poi fa qualche passo avanti, verso il pubblico – la signora Olga riflessa nello specchio – e si piega leggermente in un inchino, le lunghe unghie rosse intrecciate e appena appoggiate sulla gonna del tutù color glicine, che è il colore di quella pianta da cui devo stare lontana perché piace ai calabroni.

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