Condividi su facebook
Condividi su twitter

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Giovanni si tolse gli occhiali e li mise in tasca. Aveva paura di perderli o di sfasciarli se il salto fosse riuscito male; poi per il sudore gli scivolavano dal naso. Ora tutto gli appariva sfocato, oggetti e colori si mescolavano senza confini certi. Si avvicinò lentamente al cornicione della Scuola, quello che dava proprio sull’entrata.

Giovanni si tolse gli occhiali e li mise in tasca. Aveva paura di perderli o di sfasciarli se il salto fosse riuscito male; poi per il sudore gli scivolavano dal naso. Ora tutto gli appariva sfocato, oggetti e colori si mescolavano senza confini certi. Si avvicinò lentamente al cornicione della Scuola, quello che dava proprio sull’entrata. Ricordava l’ansia di settembre: il primo giorno di Scuola Media era stato un salto nel buio. Chi avrebbe incontrato in classe? Come sarebbero stati i nuovi compagni? Lui alle medie era riuscito a farsi gli affari suoi, sempre con la testa fra le nuvole, fra i suoi disegni e con un solo amico, Sandro, che però un’estate era morto di malattia. Quel giorno aveva chiuso gli occhi ed era entrato. E dopo un anno eccolo qui, sul cornicione, pronto a saltare sulla ghiaia dell’entrata. Quanti metri? Boh. Cinque, dieci, non avrebbe saputo dirlo. Sapeva solo che in basso tutto era sfocato, quindi molto ma molto alto.

«Allora, quando ti decidi?» gli urlò Claudio da dietro.
«Facci vedere che sai fare!» disse Marco.
«Ciccio, sbrigati che fa caldo! » fece Mattia.

I suoi compagni stavano a pochi metri da lui. Si erano arrampicati sui ponteggi che gli operai usavano per verniciare la scuola ormai chiusa per le vacanze estive. Lo incitavano, ridevano, facevano battute, mentre si accendevano le sigarette. Ma lui esitava. D’altra parte si chiama prova di coraggio proprio quella che ti fa paura. Se voleva entrare nel gruppo, era giunto il momento. Una grande occasione per dimostrarlo. Si affacciò di nuovo sulla strada mettendo davanti il piede destro e sporgendosi per calcolare l’atterraggio. Calcolò i rischi. Se si fosse rotto una gamba? Che avrebbe detto sua madre? Che gli avrebbe fatto suo padre? E sua nonna? Ogni volta lei strofinava le sue sbucciature con quell’alcol che bruciava come il fuoco. Se si fosse rotto qualcosa, gli avrebbero dato il resto. Sicuro! Ma se non lo faceva era finito. Lo avrebbero preso in giro per un anno, lo avrebbero chiamato fifone, recchione, femmina. Da sotto sembrava meno alto, però. Ritrasse il piede per prendere fiato.

«Guarda che se non salti ti facciamo saltare noi» gli disse Claudio.
«Ahó, aspettate, mi devo concentrare» gli fece Giovanni.

Se ci fosse riuscito, però, sarebbe cambiato tutto. Avrebbe guadagnato rispetto. Avrebbe superato finalmente il senso di vergogna che lo torturava. Si vergognava del suo corpo troppo alto e troppo grosso, di come parlava con la sua erre strana, di come agiva sempre impacciato e scoordinato. Quel salto significava la fine della sua vergogna. Mise di nuovo il piede avanti…

«Ciao Giovanni, come stai?»

La voce gli arrivò inaspettata e familiare. Era Sandro e stava a un metro da lui, seduto sul cornicione con i piedi penzolanti nel vuoto. Si meravigliò, anche perché Sandro era nitido, si vedevano le sue lentiggini e i suoi ricci, nel panorama confuso che lo circondava.

«Sandro, ciao? Ma tu che ci fai qui? Ma tu non eri…»
«Ti sono venuto a trovare, mi mancavi. Tu piuttosto che ci fai qua?»
«Devo saltare. Una prova di coraggio.»
«Ah, ho capito. E perché non salti?»
«Ci sto pensando…»
«A te sono sempre piaciute le persone coraggiose, gli eroi. Soprattutto i supereroi.»

Giovanni si sporse di nuovo con la testa, poi si girò, perché aveva paura che lo spingessero.

«Se qualcuno si avvicina, io non mi butto.» gli gridò.
«Mi facevi sempre leggere i fumetti, soprattutto l’Uomo Ragno, io non potevo comprarli ma tu ne eri pieno. Non so se li leggi ancora…» disse Sandro.
«Qui però se cado male mi posso rompere pure la schiena e rimanere paralizzato a vita.»
«Mi ricordo che una volta hai scritto anche tu un fumetto, hai inventato un personaggio nuovo e una storia e l’hai riempita di disegni. Abbiamo passato un pomeriggio a leggerla. Era appassionante. Ricordi?»
«Se adesso mi tiro indietro che figura ci faccio? Lo direbbero a tutti. Un altro anno di prese in giro, non posso sopportarlo. Dovrei cambiare scuola.»
«Mi ricordo che il protagonista era un chimico ed era innamorato di una ragazza che viveva in un castello inglese, uno di quelli con tantissima campagna intorno, pieno di cavalli. Si dovevano sposare. Poi accadde l’incidente, l’esplosione.»
«Mi piacerebbe sparire. Adesso però basta, conto fino a dieci e mi butto.»
«L’esplosione lo aveva bruciato tutto, soprattutto in faccia, gli aveva “spianato” i connotati, era irriconoscibile e la ragazza lo aveva lasciato. Non poteva più stare con uno che non aveva più la faccia e lui era diventato tristissimo. E allora era andato a vivere da solo e si era talmente arrabbiato per la sua sfortuna che aveva dato un cazzotto a un muro e, sorpresa, invece di farsi male aveva fatto crollare il muro. Così aveva scoperto di avere dei super poteri.»
«6, 7, 8… Ma perché continuano a urlare, quei deficienti, vorrei vederli qui, vorrei vedere loro se lo sanno fare. L’importante è che mi concentro, l’importante è che non piango, non devo piangere, mi devo ingoiare le lacrime, se piango quelli mi ci buttano giù veramente. Dove ero arrivato? Ok, ricomincio.»
«Aveva la super forza e sapeva perfino volare. Allora era tornato a Londra e camminando una sera aveva visto che la giostra di Londra, quella gigantesca, stava per spaccarsi e crollare; allora lui era volato, l’aveva presa e adagiata piano in terra, salvando tutti i bambini. La gente lo aveva visto, lo aveva acclamato e un giornalista l’aveva fotografato. Il giorno dopo era uscita la sua foto su un giornale con il titolo gigantesco: Un nuovo super eroe, Senvolt. Così lo avevi chiamato! Sen-volt, cioè senza volto, in inglese.
«6, 6 e mezzo, 7, 7 e mezzo…»
«E poi la mafia aveva rapito la sua ex fidanzata. Allora lui era volato al castello, aveva scoperto dove la tenevano e aveva combattuto contro tutti i mafiosi inglesi, li aveva sconfitti, l’aveva salvata e l’aveva riportata al castello, ma lei non era più innamorata, anzi si era messa con un altro e lui era andato via, da solo, e siccome non  aveva i connotati, non aveva potuto piangere, ma lo avrebbe voluto fare.»
«9, 9 e mezzo, 9 e tre quarti…»
«E alla fine nonostante la superforza era rimasto solo. Solo e triste perché non aveva più una faccia e aveva tolto tutti gli specchi per non guardarsi. Anche tu sei solo. E se ti butti e ti fai male andrai in ospedale. Pensi che quelli ti verranno a trovare? Se non ti butti non entri nel gruppo e rimani solo uguale. Insomma, Giovanni, sei come Senvolt!»

Qualcosa lo colpì alla testa. Un sasso lanciato da Mattia. Quello stronzo però gli aveva fatto un favore. Ora aveva la scusa giusta. Si girò arrabbiato e sudato. Con i pugni serrati si ritrasse dal cornicione e andò verso di loro. Fu come togliersi un sacco di pietre dalle spalle e buttarlo per terra. Si sentì sollevato, la mente svuotata di ogni pensiero. Si girò e andò verso le scale per scendere.

«Me ne vado!»

Fu un coro di insulti: fifone, femminuccia, cacasotto, vigliacco, deficiente. Lo circondarono.
«Se non ti butti, ti buttiamo noi, brutto stronzo» disse Marco.
«Lasciatemi andare, voglio andare via!»
«Mi fai schifo!» gli disse Claudio, sputandogli in faccia.
«Ciccione di merda» gli urlò in faccia Marco.
«Levatevi, me ne vado» fece Giovanni, asciugandosi con le braccia lo sputo, il sudore, le lacrime.
«No, adesso, vieni con noi!» gli disse Claudio, dandogli una spinta.

Mattia gli afferrò le braccia, ma Giovanni arrabbiato e terrorizzato, riuscì a liberarsi con uno strattone violento, diede una spinta a Claudio che cadde, una spallata a Marco e cominciò a correre verso le scale, le scese a due a due mentre gli altri, stupiti dalla reazione, cominciarono a inseguirlo. Lo raggiunsero sulla strada e lo presero a botte. Fu un nugolo di calci, pugni, sputi. Giovanni si rannicchiò a terra, mettendosi la testa fra le mani. Cercando di resistere, con la mente che fuggiva per le praterie inglesi, i cavalli, le stanze piene di arazzi del castello e Senvolt con i suoi muscoli, la sua faccia-non faccia, il suo animo triste che avrebbe voluto consolare. Alla fine smisero e lo lasciarono per terra, andando via di corsa. Giovanni si rialzò, dolorante. Era finita. Gli faceva male dappertutto, ma era sano, tutto intero. Si pulì la maglietta piena di terra e polvere, gli faceva male un ginocchio e sentì che qualcosa gli scendeva dal naso. Era un rivolo di sangue. Si avviò zoppicante verso casa. Si sentiva triste e sconfitto, ma si sentiva anche euforico, come uno che era sopravvissuto. Ora sentiva di poter respirare liberamente. Prese gli occhiali dalla tasca. Per fortuna erano  ancora intatti. Lì ripulì con la maglietta e se li rimise. La strada, gli alberi, le nuvole ripresero i loro contorni, le linee nitide e precise che li definivano. E fu allora sentì qualcuno prendergli la mano. Si girò e vide Sandro che gli sorrideva.
«Mi manchi tanto, amico mio» disse Giovanni. E finalmente pianse, libero di farlo.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'