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La mia prima volta

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Illustrazione di Agrin Amedì
«… e che bocca grande che hai nonnina, sembra un forno!» «È per mangiarti meglio, bambina mia!» Non appena il lupo terminò la frase saltò fuori dal letto e inghiottì la piccola Cappuccetto Rosso con un solo boccone vorace. Una volta soddisfatta la sua ingordigia, si sdraiò con le mani sulla pancia e si addormentò beato.

«… e che bocca grande che hai nonnina, sembra un forno!»
«È per mangiarti meglio, bambina mia!»
Non appena il lupo terminò la frase saltò fuori dal letto e inghiottì la piccola Cappuccetto Rosso con un solo boccone vorace. Una volta soddisfatta la sua ingordigia, si sdraiò con le mani sulla pancia e si addormentò beato.
«Fine!»
«Fine? Ma non finisce così!»
«Sì, la vera storia finisce qui!» disse Cristina soddisfatta, chiudendo il libro. Inutile protestare, questo ormai lo avevo imparato. Si divertiva troppo a farmi paura. La odiavo. E odiavo i miei genitori che mi lasciavano da solo con lei quando erano fuori città. Loro invece per qualche strano motivo la adoravano, soprattutto papà. Diceva che eravamo stati proprio fortunati a trovare una brava ragazza come lei per farmi da babysitter. Cristina spesso, quando gli parlava, lo guardava in modo strano e poi gli prendeva il braccio stringendolo contro il petto. Non capivo perché quell’invadenza non lo infastidisse. Misteri degli adulti.
«È tardi. Ora spegniamo le luci e te ne stai buono buono a letto. Ho invitato un amico e non voglio essere disturbata per nessun motivo.»
«Va bene» dissi, almeno mi avrebbe lasciato in pace.
«Questa però la prendo io» Afferrò la torcia che avevo già in programma di usare per fare luce nel rifugio che mi sarei costruito sotto le coperte.
«Ma io…»
Niente da fare. Era già vicino alla finestra. I suoi dispetti non erano ancora finiti. Non la chiuse del tutto.
«La lasciamo un po’ aperta, ok?» continuò, ignorando il mio sguardo contrariato. «Fa un po’ caldo e poi così se viene il lupo non deve rompere il vetro per entrare, sarebbe un peccato.» 
Aveva proprio l’aria di divertirsi un mondo.
«Prova a dormire ora» mi disse, prima di chiudere dietro di sé la porta della cameretta. Non era un “prova a dormire ora, mi raccomando, perché è tardi e devi riposare”, ma era più un “vedi di dormire ora, il prima possibile”.
Non ci riuscii. Quella notte un vento leggero scuoteva le fronde degli olmi che costeggiavano il viale. Sulle pareti diventavano braccia mostruose di creature diaboliche. Ero un bambino molto suggestionabile. Alla minima occasiona la mia fantasia volava libera, trascinandomi in storie piene di brividi.
Mi misi sotto le coperte, anche il rumore più insignificante mi faceva sobbalzare. La nostra casa, poi, ne faceva sempre così tanti, come se avesse bisogno di sgranchirsi alla fine di ogni giornata. La mamma mi aveva detto che non dovevo averne paura. La mamma però non c’era.
Sentii il motore di una moto che si fermava nel vialetto. La porta d’ingresso aprirsi, i passi veloci sulle scale e poi le risate soffocate. Silenzio. Poi sentii parlare di nuovo Cristina con un uomo. Erano in camera dei miei, ne ero sicuro. Avrei dovuto arrabbiarmi, Cristina non poteva entrare lì. Eppure, in qualche modo, le loro voci erano l’ancora alla realtà di cui avevo bisogno, tormentato com’ero dai miei incubi a occhi aperti.
Se solo avessi avuto almeno il coraggio di alzarmi per chiudere quelle tende invece di continuare a infilarmi sotto le coperte per poi guardare fuori timoroso, come se mi aspettassi che l’armadio si aprisse da solo o le ombre si staccassero dal muro per saltarmi addosso.
Per fortuna c’erano quei due a fare casino. Dal rumore mi sembrava che stessero addirittura saltando sul letto ora. Maledetti. Poi all’improvviso Cristina cominciò a lamentarsi, ripetutamente. Forse si era fatta male a un ginocchio. Ben le stava!
Quella notte sembrava non finire mai. Sotto le coperte finsi di essermi immerso nelle profondità dell’oceano e controllai l’orario sul quadrante luminescente del mio nuovo orologio subacqueo. Ancora le 2.30.
Di nuovo il motore della moto, che questa volta si allontanava. Di nuovo il silenzio. E il mattino dopo ancora troppo lontano. Pensai che almeno un tentativo di addormentarmi andava fatto. Provai persino a contare le pecore: saltavano allegre la staccionata tutte in fila, ma solo per trovare il lupo ad aspettarle dall’altra parte. Non una grande idea. Allora provai a tenere gli occhi chiusi e a non pensare a nulla, se non allo scorrere del tempo. Ma il nulla nell’interno delle mie palpebre diventava di nuovo lui, il lupo. Mi fissava in quel buio con grandi occhi gialli, ma non sembrava che volesse mangiarmi. Se ne stava lì immobile nella mia mente. Cominciavo a sentirmi strano.

Un chiarore pallido invase la stanza. Mi accorsi di essere in piedi ora, vicino alla finestra. Non ricordavo nemmeno di essermi alzato dal letto. Poi la vidi. La luna piena, come un enorme disco di luce bianca sospeso sopra l’orizzonte.
In quel silenzio irreale la luna mi stava chiamando. La testa prese a girarmi più di quella volta che avevo bevuto di nascosto il vino dalla credenza, più di quella volta che mi venne la febbre così alta che papà mi portò all’ospedale. Ma questa volta era una febbre diversa.
All’improvviso tutte le mie paure scomparvero, dissolvendosi nel bagliore d’argento che dipingeva la notte. Mi sentii rapito, attratto, travolto. Mi sentii più grande e più forte, molto più forte. Stavo cambiando. Come un supereroe dei fumetti, pensai, mentre una scarica di incontenibile energia scuoteva tutto il mio corpo.
Cos’ero diventato?
Seguendo un impulso a cui non potevo resistere, inarcai la schiena e con gli artigli penetrati nel legno del davanzale, sollevai il collo e ululai alla luna con tutto il fiato che avevo in gola. Ed era tanto, davvero tanto.
Esistevamo solo io e lei in quel momento, io e la mia luna. Continuai a guardarla rapito, poi sentii i passi di Cristina, risvegliata dall’ululato, che stava arrivando. Mi infilai di nuovo a letto in tutta fretta, cercando di restare nella penombra.
«Si può sapere che sta succedendo?» chiese infastidita dopo aver spalancato la porta.
«Niente!» risposi.
«Perché fai la voce roca? Hai gridato? Mi hai fatto svegliare…» disse avvicinandosi. Percepii un cenno di insicurezza nel suo tono, non era proprio da lei.
«Ma… le tue orecchie… si sono… gonfiate?» Ancora assonnata, si strofinò gli occhi e cercò di mettermi a fuoco. «Non è che ti sei preso un’allergia a qualcosa? Che palle…»
«Sto bene» risposi, senza mentire.
«E i tuoi occhi, sono… strani.»
Mi limitai a fissarla, mentre si avvicinava ancora, con un’espressione che ormai tradiva una certa inquietudine.
«La… tua bocca… è grande…» Si fermò di colpo, col terrore sul volto mentre il suo cuore saltava un battito. Sì, sentivo tutti i suoi battiti, era come se percepissi la realtà in modo diverso, in ogni dettaglio. Sentivo il sangue scorrerle nelle vene, il calore del suo corpo, il suo respiro irregolare, la vena sul collo che pulsava, così indifesa, così invitante.
«…i denti», le sue ultime parole.
«…per morderti meglio!» sorrisi euforico.
Non appena terminai la frase saltai fuori dal letto e…
Fu la mia prima volta. E fu bellissimo.

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