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Il tempo opportuno

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Illustrazione di Agrin Amedì
Otto meno venti. O meglio, sette e quaranta. Perfetto, come ogni mattina. E come ogni mattina l’ascensore è occupato. Su queste scale una volta ci passavano nobili destrieri, giovani cavalieri difensori dello Stato. Ora giusto qualche somaro con la ventiquattrore.

Otto meno venti. O meglio, sette e quaranta. Perfetto, come ogni mattina. E come ogni mattina l’ascensore è occupato.
Su queste scale una volta ci passavano nobili destrieri, giovani cavalieri difensori dello Stato. Ora giusto qualche somaro con la ventiquattrore. Preferisco passare sulla parte esterna dove i gradini sono più larghi e meno scheggiati.
«Buongiorno eminenza!»
Un cenno del capo, sorriso e cedere il passo. Un saluto sobrio ma soprattutto schivo. Per quanto non sia frequente incontrare qualcuno sulle scale non vorrei pensasse che ho voglia di perdere tempo in chiacchiere; è vero che ho tutto il corridoio per poter recuperare, ma non più di venti secondi, non posso mica mettermi a correre.

Otto meno cinque. O meglio, sette e cinquantacinque. Apertura della segreteria generale della direzione del dicastero della comunicazione. Perfetto.
Mi piace essere puntuale, la considero una questione di rispetto. Il tempo è la cosa più preziosa che abbiamo e sapersene prendere cura significa sapersi prendere cura di sé stessi, ma anche di tutti gli altri.
Per arrivare puntuale alla mia giornata sono solito svegliarmi molto presto. Me l’ha insegnato mia madre, e a lei lo insegnarono in convento.

Cinque in punto. Per la toletta, barba e capelli ci vogliono circa dieci minuti, a volte anche venti, dipende dalle esigenze fisiologiche, è chiaro, ma non è un problema, perché la sera lascio i vestiti pronti sulla poltrona. Scelti e abbinati, dopo aver controllato l’ultima previsione meteo poco prima di andare a letto. Non vorrei certo rischiare di finire sotto la pioggia senza ombrello o impermeabile.

Sei meno venti. O meglio, cinque e quaranta. Cioccolatino con granella di nocciole nel taschino di destra e uscita di casa.
In venti minuti riesco a raggiungere comodamente la chiesa per la funzione delle sei. D’inverno, i vicoli di borgo pio sono ancora immersi nel buio. Passando si sentono i ‘buongiorno’ ovattati dalle spesse sciarpe e lo sgorgare dei primi caffè nei bar. La tentazione è forte, ma non ora, non è questo il momento per la colazione. Raggiunta la chiesa entro dalla porta di destra, arrivo al primo banco della fila di destra e mi siedo sul bordo di destra della panca dove Don Valerio ha già sistemato il libretto della liturgia e dei canti.
Don Valerio è sempre molto buono con me e dopo la messa mi fermo volentieri a parlare con lui. Massimo quindici minuti, ma è un punto di riferimento, e i suoi consigli sono sempre preziosi. Mia madre, da quando lo hanno trasferito qui vicino casa, mi ha sempre spronato al dialogo con lui. Si conoscevano da molti anni e più volte ho fantasticato sul fatto che potesse essere mio padre, ma non mi somiglia molto, delle mattine arriva perfino in ritardo.

Mezzogiorno meno un quarto. O meglio, undici e quarantacinque. Che fame, fortunatamente al refettorio sono puntuali e in massimo trenta minuti il pranzo è concluso. 

Tre e trenta. Mancano trenta minuti al termine della giornata lavorativa ed è il momento del mio asso nella manica. O meglio, del mio cioccolatino nel taschino. È una coccola, un piccolo vezzo, mi piace pensare che è il modo giusto per terminare la mia giornata lavorativa con l’umore migliore e che domani sarà più facile ricominciare. Dieci minuti al massimo, fino alle quattro meno venti. O meglio, tre e quaranta. Insomma, in tempo per scendere le scale e uscire alle quattro in punto.

«Buongiorno, le dispiacerebbe sedersi un pochino più in là? Questo è il mio posto.»
Si sposta senza neanche degnarmi di uno sguardo, maleducata. Ma io dico, anche alle sei di mattina non c’è più pace. È vero che i foglietti della liturgia sono solo in questo posto, ma non le è venuto in mente che forse non è sola? Sicuramente no. Come non è venuto in mente a Don Valerio che questa mattina ha ben quattro minuti di ritardo.
«Signorina, prego. Se vuole può tenere lei il libretto dei canti, io li so a memoria.»
Sembra giovane, almeno dal viso, il resto è coperto. Sarà una vedova, è tutta nera.
«Signorina, mi scusi, vado a vedere se Don Valerio è in sagrestia. Cortesemente potrebbe tenermi il posto?»
Quindici minuti di ritardo, mi sentirà! Se tarda ancora dovrò rinunciare alla colazione.
«Signorina, mi dispiace, è la prima volta che succede… Don Valerio è molto preciso e rispettoso delle vite altrui, a volte ha ritardato ma mai così tanto.»
Mi guarda. Non solo è giovane, ma ha degli occhi meravigliosi. Il cuore.. oddio, fermati! Non hai tempo per confessarti e poi come si confessa questa cosa, ci vorrà troppo e di conseguenza la penitenza sarà più lunga. E poi…
«Come? Ha fame? Sì, anche io, e sinceramente spero che Don Valerio non tardi oltre altrimenti dovrò resistere fino alle dodici in punto. Quando aprirà il refettorio e in circa trenta minuti mangerò.»
Non riesco a crederci, è saltata la messa. Se esco ora faccio in tempo a fare colazione per arrivare in ufficio in orario perfetto.
«Signorina, mi dispiace per la messa ma io devo andare altrimenti non posso fare colazione. Vuole venire con me? Cioè, sarà come dare da mangiare agli affamati, no? L’unica cosa le chiedo è di non metterci molto altrimenti farò tardi in ufficio.»
L’inverno i vicoli di borgo pio sono bui e piuttosto silenziosi, ma non stamattina. Il tacchettio delle scarpe rosse della signorina risuona sui sanpietrini duri e grigi, scandendo il tempo del mio ritardo.
«No no, non il solito. Aggiungici un cappuccino e un cornetto.»

«Signorina, è stata veloce come le avevo chiesto grazie. So che forse non dovrei e perdoni la mia sfacciataggine, ma lei ha un viso bellissimo e luminoso.»
Ride. Oddio, un infarto. È meravigliosa. È diventata rossa, si è imbarazzata. Forse ho esagerato.
«Come? No, non possiamo pranzare insieme, il refettorio è chiuso agli esterni. Sì, certo che potrei uscire, ma purtroppo i ristoratori della zona sono molto più lenti del refettorio e non riuscirei a consumare il pasto in trenta minuti. Però potrei prenotare e ordinare telefonicamente, in modo che quando arriviamo troveremmo già i piatti al nostro tavolo…»
Ma che cosa sto facendo? Non sto considerando il tempo per uscire e rientrare, e poi potrei incontrare qualcuno per le scale.
«Sì, mezzogiorno meno un quarto. O meglio… Allora sì, qui. A dopo. Ciao.»

Otto meno dieci. O meglio, sette e cinquanta. L’ascensore è libero, il corridoio vuoto. 

Otto meno cinque. O meglio, sette e cinquantacinque. Apertura della segreteria generale della direzione del dicastero della comunicazione. Perfetto. Ce l’ho fatta.

«Ciao! Tutto come previsto. Vieni, il ristorante è qui dietro l’angolo.»
Alla luce del sole è ancora più bella, il tacchettio si confonde con i suoni – o meglio, rumori – della città.
«Lascia che ti prenda il cappotto.»
In un attimo sboccia la primavera, il lungo cappotto nero scopre spalle e ginocchia mentre il resto è avvolto in un vestito rosso. Rimango pietrificato all’ingresso del locale, salivazione azzerata. Devo avere una faccia da idiota perché lei mi guarda e comincia a ridere.
I piatti sono già al posto.
Le vorrei dire di essere rapida come stamattina ma non ci riesco, in realtà non riesco proprio a parlare. Le vorrei dire che è la prima donna con cui parlo da molto tempo e che non sono stupido, ma solo stordito dalla sua bellezza. Credo che se ne sia accorta. Dice che è un’artista, una ballerina e che si esibisce per gente molto importante. Le chiedo quanto dura uno spettacolo e per quanto tempo riesce a ballare di seguito, ma devono essere domande stupide perché si incupisce. Vorrei non si incupisse, vorrei conoscere quel pensiero nero per poterla difendere. Non so ballare ma conosco il significato del tempo che scorre e cancella via tutto. Le confesso che la mia passione è il tempo nei suoi tre significati: quello eterno, quello che scorre e quello opportuno; e quello che stavo passando con lei era meravigliosamente opportuno.
«Perdonami ma devo scappare, sono in ritardo!»
Quarantacinque minuti di pranzo più quindici minuti di ritardo più il tempo di salire in ufficio, sperando di non incontrare qualcuno che abbia voglia di conversare.
«Vediamoci per le cinque meno un quarto. Solito posto. Ti va?»
Le lascio il mio cioccolatino e scappo via.

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