Condividi su facebook
Condividi su twitter

Qualcosa succederà

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Come tutte le mattine fisso il soffitto sicura che prima o poi qualcosa succederà. Oggi è domenica, l’unica giornata della settimana che potrei dedicare a me stessa, ma questo non mi provoca buon umore.

Le stirpi condannate a cent’anni di solitudine non avevano una seconda opportunità sulla terra.

Gabriel García Márquez

 

Come tutte le mattine fisso il soffitto sicura che prima o poi qualcosa succederà. Oggi è domenica, l’unica giornata della settimana che potrei dedicare a me stessa, ma questo non mi provoca buon umore.
Mi alzo e mi preparo per uscire. Indosso un fresco vestito color sabbia lungo fino ai piedi e un infradito di cuoio, raso terra. Il mio programma domenicale prevede colazione al bar sotto casa. Ordino la solita brioche vuota di farina integrale e mentre sorseggio un tiepido cappuccino di soia vengo rapita da maestosi ciliegi in fiore che in un tripudio di rosa impreziosiscono il parco qui di fronte. Anche la fermata dell’autobus è qui di fronte. Non ho l’auto, in verità non ho nemmeno preso la patente per paura di ricevere insulti o suonate di clacson se mi si spegne la macchina in mezzo alla strada e non riesco più a riaccenderla, se impiego un’infinità di tempo per parcheggiare, se sbaglio la partenza in salita e urto la macchina che sta dietro la mia. Mentre con l’autobus l’unica cosa di cui mi devo preoccupare è sedermi e guardare fuori dal finestrino fino all’arrivo della mia destinazione.
La domenica vado sempre a trovare mio padre che risiede in una casa di cura non troppo distante da qui e insieme ascoltiamo la santa messa celebrata alla televisione. A pranzo lo imbocco di una minestrina inodore, la pasta è talmente incollata che devo spezzarla col cucchiaio mentre pezzi di verdura le galleggiano intorno immersi in una specie di brodaglia. A fine pasto gli pulisco il mento con un tovagliolo di carta e gli porto un bicchiere di plastica alle labbra così da versargli un po’ d’acqua. Lo bacio sulla fronte e me ne vado con la promessa di ritornare la domenica successiva.
Arrivata a casa mi preparo un tè, scelgo con cura un libro dalla vetrinetta di legno antico che riveste l’intera parete del salotto e mi accomodo sulla poltrona posizionata al lato della finestra con vista sul parco. Apro il libro prescelto su una pagina a caso e ne respiro l’odore della carta, dell’inchiostro stampato, del genio di chi l’ha scritto lettera dopo lettera, del sudore di chi ha levigato il legno della vetrinetta, centimetro dopo centimetro.
Adoro perdermi tra le pagine di un buon libro, sorseggiare del tè caldo accompagnato da deliziosi biscotti secchi al cioccolato e a tratti rubare fugaci momenti di vita a dei perfetti sconosciuti.
Spogliata di ogni pensiero mi immergo nel rilassante bagno caldo della lettura.
Molti anni dopo, davanti al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía avrebbe ricordato quel pomeriggio remoto in cui suo padre l’aveva portato a conoscere il ghiaccio.
Nel frattempo una ragazza di corporatura longilinea percorre la strada che costeggia il parco con passo incerto, fino a bloccarsi davanti alla fermata dell’autobus. Ha capelli lunghi e lisci, castano scuro, che le cadono a cascata sulle spalle. Indossa un vestitino bianco appena sopra al ginocchio con una fantasia floreale sulle tonalità del rosso e un semplice paio di sandali in cuoio, rialzati di qualche centimetro. Verifica gli orari delle corse e poi si siede sulla panchina lì a lato, sistemandosi con cura la gonna del vestito. L’aria sa di primavera, intrisa di gelsomino e dolci alla vaniglia. Dalla borsa estrae un libro abbastanza spesso e inizia a leggere, non la distrae l’insistente cinguettino degli uccellini né il fastidioso suono dei clacson delle auto che le sfrecciano davanti. Ogni tanto le cade un ciuffo di capelli lungo il viso e prontamente lo riporta dietro le orecchie, senza mai distogliere lo sguardo dal libro, finché un’ombra le si incolla addosso oscurandole la luce del sole. La ragazza alza la testa, di fronte a lei la schiena di un uomo.
Si schiarisce delicatamente la voce portando la mano davanti la bocca. «Mi scusi?»
L’uomo si gira verso di lei. «Dice a me?»
«Sì, mi scusi, gentilmente potrebbe spostarsi? Così mi oscura la luce del sole.»
«Ma certo, mi scusi lei» e con fare garbato si avvicina alla panchina, come se volesse sedersi.
«Posso?»
«Prego.»
La ragazza scorre velocemente verso l’estremità opposta della panchina, il suo corpo si irrigidisce come un vecchio pezzo di legno. Riabbassa subito gli occhi sul libro, non ama conversare soprattutto con le persone che non conosce.
«Cosa sta leggendo?»
Combattuta da una forza interna che vorrebbe impedire ai suoni di fuoriuscire dalla sua bocca, la ragazza risponde a denti stretti «Cent’anni di solitudine.»
«Ottima scelta» continua lui.
«Lo ha letto?» chiede lei.
«Certo, un capolavoro della letteratura, a parer mio il miglior libro scritto da Gabriel García Márquez.»
La ragazza lo guarda incuriosita. Solo ora nota che si tratta di un uomo distinto, di bell’aspetto, capello brizzolato, occhi di un profondo azzurro, vestito con una polo bianca e dei calzoni di tessuto blu notte. Il vecchio pezzo di legno sta magicamente tramutando in un giovane ramoscello.
«Le piace leggere?» chiede ruotando con il corpo verso di lui.
E così iniziano a parlare, parlare, parlare. Le parole le scorrono dalla bocca come un fiume in piena tanto che lei stessa si stupisce di tale loquacità. E ridono, ridono, ridono così forte da farsi sentire fin dentro le palazzine adiacenti. All’improvviso arriva l’autobus, che come un inaspettato nuvolone nero eclissa l’intera panchina e loro con essa. La porta si spalanca davanti a lei, investendola di quell’odore acre che contraddistingue i mezzi pubblici. Si alza un po’ spaesata, con il vestito inzuppato di sudore, stordita dall’intensità di questo incontro come quell’unica volta che insieme a un’amica aveva bevuto del vino rosso all’insaputa dei genitori, che non si sa bene come ma hanno subito notato qualcosa di diverso in lei e lei andò nel panico più totale perché aveva fatto una cosa che non doveva fare e si vergognava tanto e aveva provato vergogna. Con quello stesso stato d’animo si alza dalla panchina e fa un passo verso l’entrata dell’autobus.
Non vorrebbe salire ma deve, ha promesso al padre che sarebbe andata a trovarlo. È stato ricoverato per via di un mancamento dovuto alla recente perdita della moglie, sua madre. I dottori sono positivi ma in ogni caso stanno eseguendo un check completo per escludere ogni ipotesi.
L’uomo si alza dietro di lei e le afferra una mano. Vorrebbe dirle un’infinità di cose per convincerla a restare ma gli esce solo un flebile «Non andare.»
«Mi dispiace ma devo.»
«Non andare» insiste stringendole forte la mano.
La ragazza confusa si libera dalla presa e sale sull’autobus senza dire una parola.
Prende posto vicino al finestrino mantenendo lo sguardo a terra, colpevole di aver inavvertitamente bevuto dell’altro vino.
Mi faccio coraggio, alzo gli occhi e lo guardo. Anche lui mi sta guardando. Ci guardiamo, certi di esser stati destinati a incontrarci, consapevoli che il senso della nostra vita è stare insieme. Ci guardiamo, per pochi secondi che resteranno scolpiti per sempre nella mia mente, sicuri che qualcosa succederà prima che l’autobus parta. Ma non succede niente, nessuna calamità naturale, nessun gesto eroico, nessuna presa di posizione. L’autobus riparte. Tramortita continuo a guardalo finché la sua immagine non sparisce all’orizzonte. Lentamente sposto dietro le orecchie un ciuffo di capelli che mi è caduto lungo il viso e riprendo in mano il libro.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'