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Il mio buio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Percorro un buio diverso da quello notturno che fendo tra la camera da letto e il bagno. L’inclinazione timida di quella che mi pare una pedana mi porta più in alto rispetto a dov’ero fino a un attimo fa. I piedi avanzano aspettando un tranello.

Percorro un buio diverso da quello notturno che fendo tra la camera da letto e il bagno. L’inclinazione timida di quella che mi pare una pedana mi porta più in alto rispetto a dov’ero fino a un attimo fa. I piedi avanzano aspettando un tranello. Ho paura di spezzarmi i denti come nel mio sogno ricorrente. Il mio udito riesce a isolare movimenti dell’aria quasi impercettibili. Non sono sola. Tendo il naso verso un odore per capire chi ho vicino. Borotalco. Un profumo che ha scritto la storia della mia famiglia. Lo sento nell’aria tutt’intorno a me. Ogni passo maschera la mia incertezza. Le orecchie e le mani mi allenano a riconoscere l’eco dei muri già percorsi. Le dita superano l’iniziale impressione di fastidio, prima ruvido poi soffice, carta vetrata a grana grossa e ovatta. Un labirinto tattile. Ma il mio è un ottundimento dei sensi pronti a riscattarsi, a reagire. Sto andando avanti o sto girando in tondo? Non capisco. Una frenata brusca e il suono di un clacson all’improvviso mi costringono all’immobilità. Ma io non sono in strada. Ascolto il sapore di quello che mi infilano in bocca. Sorrido: noccioline… E sono a Villa Borghese, bambina, insieme a mio padre, con un pacchetto di noccioline da sbucciare e tirare alle scimmie, credendole contente. Intanto l’acqua misura quante falangi già ho immerso. È fredda e scopro che ci galleggiano dentro delle palline che mi invitano al gioco. Ne conto 5. Forse è un modo per distrarmi ancora. Il cappotto nasconde il mio corpo malfermo, sta impedendo movimenti più agili. Non saprei dove andare. Qualcosa mi solletica sotto il palmo delle mani. Sembrano dita. Le seguo. Cannella, origano, noce moscata. Una cucina? Un tempo ero in giardino, sola, quando poco distante dalla porta finestra toccai le foglie di una pianta aromatica. Era un profumo denso e persistente, buonissimo, ma non c’era nessuno per condividerlo. Lo tenni per me e ne custodii il ricordo. Solo da adulta seppi che era salvia. La riconobbi dall’odore notandone inseguito i fiorellini viola. Respiro le spezie: cannella, origano e noce moscata, mentre le scarpe coinvolte in una danza inaspettata, nonostante il buio, seguono diligenti qualcuno che le guida. E percepisco, addosso al mio, il corpo di una donna: seno a seno, il suo è grosso e morbido, materno. Ma mia madre non c’era già più, era andata al nord e non l’avevo più sentita neanche per i compleanni. La cercarono senza trovarla, non poteva essere morta, però era sparita. Mi aveva lasciata. Mi lascio cullare in questo ballo così dolce, inaspettato, e giro e giro e giro. Mi stringe, mi sta stringendo: è un vortice che mi stringe forte. Mi lascia. Un carillon mi trasporta lontano, ha il muso di un cane giallo e le orecchie lunghe che a ritmo di musica gli nascondono gli occhi. Un’onda mi si infrange dentro, lo sento qui. Piccola, piccolissima. Ho una ferita, il sale me la fa sentire. Giocavo sola da bambina e avevo una tristezza di fondo a celarmi gli occhi. Prima vedevo due volte al mese mio padre, poi per anni non ho visto mia madre. La ferita è la stessa, e sanguina, ancora: il carillon l’ha riaperta. Le ruote di una macchinina di metallo mi saettano lungo il pollice mentre provo a indovinare di chi fosse quel giocattolino dal sapore di vecchio. Il freddo della carrozzeria contrasta col calore delle ruote in plastica. Con l’altra mano mi trovo ad accarezzare i capelli di una Barbie. Avevo sei anni e una casa delle Barbie rosa, con l’ascensore e mi entusiasmava quel sali-scendi da un piano all’altro della casa confetto. Era tutta in una valigetta. Una casa portatile come le roulotte, come gli astucci di Polly Pocket. Era sempre tutto pronto per essere chiuso e portato altrove. Finivo sempre per andare ad abitare altrove. Un altrove senza fine. Anche io vivevo in una villa come quella di Barbie, a due piani senza ascensore, e dormivo sola al piano di sopra. Sola, al buio. Lo stesso buio che mi circonda ora.
Devo uscire da qui. Una sensazione di malessere mi sale alla gola. Solo silenzio adesso, e null’altro. Nulla sopra, nulla di lato. Sotto di me c’è un pavimento di legno che scricchiola a ogni passo. Delle braccia mi spingono verso dei gradini metallici, li devo salire. La scala manipola la mia percezione, non comprendo la distanza che mi separa da terra. Sto piangendo e le lacrime e il freddo mi tagliano il viso. Qualcuno mi toglie via la benda inumidita.
Sono fuori, e il mio percorso sensoriale è finito. Non sono presente a me stessa, o lo sono fin troppo ora. Ora che ho visto il mio buio.

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