Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il dubbio

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
La goccia d’acqua sale i gradini della scala. Il liquido si deforma, si inarca e poi si rompe in quattro, sei, otto punte traslucide. Fattasi ragno, la goccia si arrampica, si nutre della polvere che la intralcia, si ingrossa della sporcizia del giorno passato senza cambiare colore.

La goccia d’acqua sale i gradini della scala. Il liquido si deforma, si inarca e poi si rompe in quattro, sei, otto punte traslucide. Fattasi ragno, la goccia si arrampica, si nutre della polvere che la intralcia, si ingrossa della sporcizia del giorno passato senza cambiare colore. È resistente, questa goccia. Prima dell’alba è già vicina alla mia porta, si assottiglia e si intrufola tra le setole dello zerbino, diviene bava filamentosa, lumaca filiforme e senza guscio. Poi torna goccia. E procede. Non ho ancora aperto gli occhi al giorno che la goccia è già sgusciata sotto la mia porta, facendosi piatta. Appena entrata in casa, esaltata dal freddo del marmo lucido, si rigonfia – eccola di nuovo tondeggiante, freme, erompe, gorgoglia, incede senza timori, senza tollerare resistenze. Spaventa il gatto schizzandogli sul naso e poi riprende la traccia che conduce a me, al mio respiro appesantito, al mio braccio che formicola. È scattante, la goccia. Quando mi sto agitando per l’ultimo sogno, il più tragico, quello che accompagna con il giusto sollievo al nuovo mattino, la goccia è ormai giunta sotto al mio letto. Riprende fiato per l’ultima volta, prima dell’impennata finale. Per l’impazienza si accalda e in un momento è bollente, per la fretta di prendermi accetta di alzarsi in uno sbuffo subitaneo di vapore. Imprevista, una rondine mattiniera si posa sulla finestra e mi sveglia quando la goccia, tornata in sé, condensata in una contrazione spasmodica, è appena planata ai piedi del mio cuscino.
Ma questa goccia è testarda. Ha puntiglio, la mia goccia. Con uno sforzo estremo fa un guizzo, un saltello, un temibile, orrorifico: tic! Prima che possa completamente ridestarmi, prima che riesca a muovermi di un soffio ed essere salva, è già entrata nel mio orecchio. Apro gli occhi. La sento.
Tic. Tic. Mi sollevo sulle braccia, sospiro, stringo le lenzuola tra le dita, cerco di rilassare le spalle e il ventre. Respiro. Mantengo la calma. Tic. Tic. Mi massaggio le tempie. Scuoto la testa in su e in giù e vorrei che la goccia mi sfuggisse dal naso. Scuoto la testa a destra e a sinistra, colpendomi la tempia col palmo della mano, e desidero vedere la goccia sbucarmi dall’orecchio opposto a quella in cui è entrata. Mi tocco con mano tremante il viso e il collo, sperando di pescarla mentre fa capolino da un poro qualsiasi della pelle, per poterla asciugare, schiacciare. Ma la pelle è asciutta. Anche la lingua, il palato: secchi e intorpiditi come se avessi masticato un batuffolo di cotone. Mi tasto invano cercandomi una ferita da cui spremere via quella goccia. Ma niente. Sono integra. Non ho vie d’uscita. Tic, tic. La goccia è ormai in me. Mi dirige, mi risucchia le forze, mi infiacchisce lo sguardo, mi tramortisce ogni idea. È in me e mi vince. Tic, tic. Stilla in ogni pensiero, mi tortura ininterrottamente dall’interno: tic, tic. Attraversa in lungo e in largo tutto l’apparato circolatorio, poi risuona nel mio petto come un gong. Tende i nervi, li fa vibrare. Si diverte ad accorciarmi il respiro. Si insinua in ogni muscolo e disarticola i movimenti. Tic. Le mie tribolazioni svegliano mio marito che mi chiede: «Stai bene?». Tic, tic.
«No.» Tic. Tic.
«Cos’hai?» Tic, tic, tic…
«Un dubbio.»

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'