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Storia di un pallone gonfiato

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Illustrazione di Agrin Amedì
Questa è la storia di Spalding, un tipo con la puzza sotto al naso e l’aria da stronzetto. Un autentico pallone gonfiato che viveva in una camera d’aria all’interno dell’American Airlines Center.

Questa è la storia di Spalding, un tipo con la puzza sotto al naso e l’aria da stronzetto. Un autentico pallone gonfiato che viveva in una camera d’aria all’interno dell’American Airlines Center. Lavorava in media due o tre volte a settimana, quando i Dallas Maveriks giocavano le partite in casa. Viveva la sua vita rimbalzando sul parquet lucido dell’arena, dove un gruppo di energumeni lo lanciava più o meno ogni venti secondi dentro a un cestino piazzato a oltre tre metri di altezza. Una folla giocosa di spettatori strillava ogni volta che entrava dentro al canestro, mentre giovani ballerine interrompevano lo spettacolo di tanto in tanto durante le soste chiamate time out. Spalding adorava la vita che faceva, consapevole che tutta la baracca si reggeva sulle sue imprese e le parabole che prendeva dopo ogni tiro. Ogni volta che qualche playmaker serbo con il cognome che finiva in “ic” lo lasciava partire dalle sue callose mani, Spalding sperava sempre di finire dentro al canestro. Sia chiaro, a lui non fregava nulla che i Mavericks vincessero, adorava solo che la gente esplodesse di gioia per compiacere la sua vena narcisista. La sensazione di entrare dentro al cesto lo faceva impazzire, soprattutto quando non toccava il ferro del cerchio, creando quello splendido rumore. Ciaf. L’odore della morbida corda che lo sfiorava durante i tiri di qualche vattelapescatovic era come un orgasmo.
Un’altra cosa che Spalding adorava erano i giocatori neri, funamboli di Brooklyn che lo accarezzavano e lo facevano girare per il campo con passaggi no look e giocate al limite dell’umano. Li chiamavano assist. A lui piaceva un casino entrare nel canestro dopo un assist. In realtà lui adorava tutto ciò che dava spettacolo. Si vantava del suo aspetto arancione e delle linee a spicchi che lo attraversavano completamente, rendendolo simile a un’enorme arancia.
E così, tra un ciaf e l’altro gli anni lentamente passavano. Spalding, forse preso dalla noia o dal fatto che molti funamboli di Brooklyn avessero trascorsi nel mondo dello spaccio nei ghetti, si avvicinò al mondo della droga. Cominciò a incuriosirsi guardando film a tema sugli stupefacenti come Trainspotting o Requiem for a dream, finendo per interessarsi sul serio. I suoi amici videro la deriva che stava prendendo e cercarono di farlo ragionare. Andarono a parlare con lui Tango, Mikasa, Adidas e Gilbert, ma nessuno riuscì a farlo uscire fuori dal suo amore per le droghe. Persino Super Tele cercò di convincerlo, ma il disprezzo per quella bandieruola che andava dove portava il vento ebbe l’effetto opposto. Spalding si era rotto le palle. Paradossale vero?
Cercava emozioni forti che il parquet, le sirene e le cheerleader ormai non gli davano più.
Passò un periodo lontano dai riflettori, un periodo in cui si sentiva stanco e sgonfio. Incredibilmente sgonfio. Rimediava qualche pompa di tanto in tanto che lo faceva sentire vivo per quei cinque minuti, ma poi tornava solo e triste. Il pallone gonfiato non esisteva più, aveva perso la sua voglia di rimbalzare.
Cercò di capire chi fosse e quale fosse la sua attitudine in quel mondo così rotondo, ma pur sempre leggermente appiattito ai poli.
Perché sono tondo? Chi e cosa ha deciso che la mia vita debba essere questa? si domandava in preda a crisi esistenziali. Così passò ulteriore tempo della sua vita sgonfiandosi sempre di più, finché avvenne l’inevitabile. Spalding si bucò, proprio come temevano Tango, Adidas e tutti gli altri amici.
Adesso sì che erano cavoli amari per Spalding. Al lavoro non l’avrebbero più preso, anche perché ormai non avrebbe più rimbalzato come un tempo nemmeno con la migliore delle cure. Era diventato pesante e inutile e lui ne era tremendamente consapevole. Tuttavia la notte quando dormiva non smetteva di sognare. Sognava di essere rosa confetto e pieno di elio, con l’odore di zucchero filato e le risate dei bambini a donargli un pochino di speranza in un futuro sempre più sgonfio e bucato. Sognava di volare via dalle mani di un ragazzino, di finire nell’azzurro del cielo e disperdersi nell’atmosfera per non tornare più giù. Decise allora di mettere una pecetta sul suo buco per provare a risalire in qualche modo. Quello che Spalding non aveva messo in conto però è che era impossibile risalire se non c’era una spinta, un calcio, un movimento che lo spostasse dalla sua posizione. La buona volontà non poteva bastare. Si informò, scoprendo che un posto dove chiedere aiuto esisteva. Ammettere di avere un problema probabilmente era la cosa più difficile da fare per un ex pallone gonfiato come lui, ma il processo di guarigione inizia dall’accettare di aver bisogno di una mano che ti lanci di nuovo dentro a un cesto. Anche un cesto da minibasket in una piccola palestra di una scuola poteva andare bene, l’importante era ripartire.
Nella comunità conobbe tantissimi come lui. Fece amicizia con Callaway, una piccola ma importante personalità dell’alta borghesia che lavorava in coppia con un sacco di colleghi che variavano a seconda del momento della partita di golf. Callaway gli parlò di chipper, putter, ferro e legno, delle costose mazze che la facevano volare per enormi prati verdi e dune sabbiose. Un giorno però finì in un laghetto perdendosi e perciò senza più un padrone e sporca di alghe entrò in depressione.
Il suo migliore amico diventò un personaggio pieno di complessi che si presentò con il nome di Volano. Era bruttino da vedere per via di una forma più simile a un proiettile che a una palla, con delle piume strane e che veniva snobbato a discapito di Wilson, la sua antagonista giallo limone più famosa e amica intima di Roger Federer. Non riusciva a capacitarsi del perché lei fosse così stimata e lui snobbato. Eppure entrambi lavoravano con la racchetta.
Di personaggi con problemi psicologici ce n’erano parecchi, ed è proprio per questo che Spalding, per la prima volta nella sua vita rimbalzosa, non si sentì solo. Non importava più cosa pensassero di lui, se fosse utile o meno. I suoi giorni sui parquet dell’Nba erano finiti, ma la sua vita cominciò veramente solo in quel momento, cominciando ad apprezzare le piccole cose della vita.
Sì, i bambini delle scuole elementari non sono l’Nba, i ciaf come quelli dei vattelapescovic sono un evento decisamente raro in questa palestra. Ma a lui interessa poco, visto che in questo momento un bambino con la pelle color ebano e future mani funamboliche lo sta facendo palleggiare per terra prima di un tiro libero. Ogni rimbalzo prima del tiro è un battito di cuore veloce. Spalding guarda il piccolo che lo scaglia dalle mani e vola in alto, creando una parabola splendente che come un arcobaleno di sensazioni si conclude all’interno del cestino. Ciaf.
Spalding è tornato alla sua vita rimbalzosa.

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