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Illustrazione di Agrin Amedì
La notizia della tua morte, amico mio, mi è arrivata qualche giorno fa e ho realizzato improvvisamente che non ti avevo più fatto quella famosa telefonata che mi ripromettevo sempre di farti, prima o poi, per sentire come stessi.

La notizia della tua morte, amico mio, mi è arrivata qualche giorno fa e ho realizzato improvvisamente che non ti avevo più fatto quella famosa telefonata che mi ripromettevo sempre di farti, prima o poi, per sentire come stessi. Quella telefonata che ho rinviato per anni. E ora? Dovrò provare a scriverti una lettera, ora che non ci sei più, perché le cose che avrei dovuto dirti erano importanti; avevo limato una per una le parole, le avevo soppesate, perché fossero davvero quelle giuste. Adesso non mi resta che scrivere, ma non lo farò ora: quelle parole che avevo preparato si sono confuse e sbiadite, e dovrò trovarne di nuove. Quando saranno pronte, le metterò su carta, così finalmente saprai cosa provavo.
A quel tempo nessuno di noi ha avuto il coraggio di dirti nulla, quando te ne sei andato all’improvviso, senza avvisarci. Immaginavamo tu fossi carico di rabbia e di dolore, non era il momento di parlarti. Ti vorrei scrivere quanti ricordi mi legano a te, ricordi felici, nonostante questo posto che hai iniziato a odiare così presto. Ti scriverei anche che quella sera d’estate, quando mi hai annunciato che da grande te ne saresti andato, non ti avevo preso seriamente. Eravamo seduti nel prato guardando il sole scendere e qualche nuvola arancio sfilacciata dalla calura. Era uno di quei crepuscoli estivi in cui la pianura sembra infinita; in lontananza il confine fra cielo e campo diventa d’acqua, ma è solo l’effetto dell’afa che diluisce i contorni di ogni cosa. Mi ricordo che detestavi anche questo, che ripetevi spesso che qui tutto è opaco – cielo e persone – ed è ancora così. C’è la nebbia d’inverno e la foschia umida d’estate. E così, guardando l’orizzonte, si vedono le forme e i colori confondersi e sfumare in qualcosa d’indistinto. Ti scriverei che avevi ragione, sai? È quel profilo sempre incerto che scorgi quando provi a guardare oltre che alla fine ci tiene inchiodati qui, in questa bruma. Ti vorrei scrivere anche che, man mano che invecchio, ho scoperto che questa terra ci plasma a tal punto che, nostro malgrado, diventiamo suoi. Quando pensi che sei cresciuto abbastanza e sei pronto a lasciarla, ti accorgi d’un colpo che non ci riesci più, che ti ha inglobato per sempre. Così diventiamo come lei, aspri e di poche parole, ombrosi e schivi, inospitali sia d’inverno che d’estate, ma anche fieri di esserlo, perché la simbiosi con questo luogo ci fa, in qualche modo, sentire speciali. E quando te ne sei andato mi son detto che avevi fatto bene a scappare prima che accadesse, prima che il suo incantesimo cogliesse anche te. Guardo questa pianura aperta, monotona in modo snervante per chi non ci è nato, senza guizzi né curve né un confine visibile, e vorrei scriverti che non sono riuscito a partire per venirti a cercare. Sapevo che eri in Inghilterra e la cosa mi aveva fatto sorridere, perché ti eri scelto per la fuga un’altra terra brumosa, proprio come la tua, e non poteva essere un caso. Ma se te lo avessi scritto allora ti saresti infuriato, non è vero? Ripetevi così spesso che non volevi morire qui, perché sentivi che saresti morto come tuo padre, finendo ubriaco in un fosso. Sì, perché qui in fondo beviamo tutti troppo e nell’alcol anneghiamo la noia, la solitudine, la cupezza che ci tengono un po’ in ostaggio per tutta la vita. E dove sei scappato, invece? In mezzo agli inglesi, dove forse in qualche pub si saranno stupiti che un italiano potesse bere così tanto. E mi sembra di sentirti parlare con la voce impastata che ci tieni a precisare che il Veneto non è proprio come il resto d’Italia, che è una specie di terra degli hobbit. Hobbit immusoniti, diffidenti e spesso brilli, che si ammazzano di lavoro e poi, finito quello, passano ad ammazzarsi di alcol al bancone di un bar per le ore che gli restano. Ti scriverei che nessuno di noi ha giudicato tuo padre – da queste parti lo sai che morire come lui è quasi un punto d’onore, un marchio di appartenenza, specie fra la gente umile. Ma so anche che tu ti vergognavi della tua famiglia, della loro ignoranza, della mentalità chiusa del paese, come se tutto questo fosse colpa tua. Ti sei voluto staccare, prendere le distanze. E ora dovrei scriverti cosa ho provato a sapere che ti hanno trovato proprio come lui, in un’auto accartocciata. Eri in Inghilterra da anni, ma non te n’eri mai andato da qui, non avevi spezzato il maleficio, amico mio.
Esco ancora volentieri a camminare al crepuscolo, quando la morsa del caldo si attenua e tutti i rumori lontani si fondono col ronzio degli insetti. Stasera sono tornato nel nostro campo, senza accorgermene, come se una forza misteriosa mi avesse condotto qui. Oggi, come allora, il sole è una palla rossa dai bordi sfuocati, affonda lentamente nell’orizzonte torbido. L’erba secca, bruciata dal caldo, crepita sotto i miei piedi scalzi. Posso sentire anche i tuoi passi, adesso… Dopo vent’anni, sono ancora un po’ più svelti dei miei. Chiudo gli occhi per non farti svanire, per non mettere a disagio il tuo fantasma discreto. Continuiamo a camminare e aspettiamo in silenzio che quel sole s’inabissi e che dai campi salga l’umidità viscosa della sera. Poi io potrò rincasare, e tu dissolverti nel prato, perché ora sei di nuovo qui e finalmente so dove venirti a cercare. 

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