Condividi su facebook
Condividi su twitter

Memorie di un utero

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Sento che mi contraggo in modo ritmico e sistematico, direi fisiologico. Mi fanno male tutti i muscoli. Mi espando a dismisura e mi contraggo violentemente, come se stessi vomitando.

Sento che mi contraggo in modo ritmico e sistematico, direi fisiologico. Mi fanno male tutti i muscoli. Mi espando a dismisura e mi contraggo violentemente, come se stessi vomitando. Sento i conati e di nuovo sono costretto a contrarmi ed espandermi, contrarmi ed espandermi. La sua testa spinge con cattiveria sulle mie membra e le sue spalle urtano con violenza ogni singolo centimetro del mio corpo. Mi prende a calci in più punti e sento le sue mani premere lungo le mie pareti ormai fragili e sottili. Si muove senza vergogna e senza alcun rispetto nei confronti di chi lo ha accudito per tanto tempo. Se ne frega, questa piccola creatura ingrata. Spingi. Spingi. Spingi. Sono stanco. Sento le ossa intorno a me scricchiolare in modo sinistro e rimbombare all’interno della cavità, mentre mi continuo a contrarre in modo nevrastenico. Alcune mani, da fuori, che mi palpano attraverso la pelle tesa della pancia di lei, come se volessero capire di che consistenza sono fatto. Di nuovo: una lunga contrazione alla quale corrisponde un movimento doloroso di lui e un urlo rabbioso di lei. Stavolta le mani di lei, riconoscibili nella loro immensa familiarità, che prendono a pugni la pancia e che vorrebbero arrivare fino a me e strapparmi via. Esci. Esci. Esci. Dice lei con una voce sconosciuta impastata di odio, pianto e rabbia. Non si dà pace e mi costringe a seguire i suoi movimenti isterici. Accucciati. Sdraiati. Siediti. Mettiti sul fiano destro. Allarga le gambe. Spingi. Spingi forte. Sento che dicono altre voci da fuori. Lei obbedisce. Si accuccia, si sdraia, si siede, si mette su un fianco, allarga le gambe e spinge. Spinge forte. Più forte. Io penso che si romperà tutto e che andremo in mille pezzi qua dentro, compreso lui se lei continua a spingere così. Soffro molto e mi chiedo cosa abbia sbagliato con loro, che ora mi trattano in questo modo. Eppure ci volevamo così bene. Noi tre. Ci è voluto del tempo per stabilire questo rapporto simbiotico, ma una volta che ci siamo connessi, mai avrei pensato che le cose sarebbero andate a finire in questo modo.
È successo milioni di anni fa. Quando una notte ho sentito un pizzico che mi ha risvegliato da un languido sonno estivo. Ho visto entrare tra le mie pareti due piccoli esseri luminosi e danzanti. Si sono annidati all’interno del mio corpo e si sono guardati lungamente, per giorni interi. Li ho sentiti sussurrarsi parole d’amore così dolci e commoventi che, per la prima volta in vita mia, ho pensato fosse davvero un peccato essere quello che sono e non per esempio gli occhi, per piangere lacrime dolci di immensa felicità. O il cuore, per poter sentire il sangue scorrermi dentro finalmente pieno di vita. O persino il cervello, per sentire le sinapsi impazzire di gioia in milioni di saette luminescenti. Poi però ho pensato alla mia unicità e alla potenza magnetica del poter assistere, come unico spettatore, a questo si incontro di luci. Ho pensato che occhi, cuore e cervello nel prossimo futuro potranno godere solo di quel riverbero luminoso, mentre a me quelle luci sono entrate dentro. Nessuno, se non io, vedrà mai quei due esseri luminosi prendersi per mano e ballare per interi giorni, abbracciati l’uno all’altro senza stancarsi mai e poi fondersi in un’unica luce.
Prima di quell’attimo non avevo mai visto nessuno in tutta la mia vita. Ero sempre stato io e solo io, in quella precisa parte del corpo di lei. Poi quella luce, che all’inizio mi ha ipnotizzato e reso folle d’amore, lentamente ha cominciato a crescere e per molto tempo ho dimenticato da dove venisse e cosa avessi provato la prima volta che la vidi, lasciando spazio a sentimenti ripugnanti, come gelosia e possessività. D’altronde io ero il mio unico spazio conosciuto ed ero sempre stato libero di starmene da solo. C’è voluto del tempo per accettare quell’immenso cambiamento e comprendere che io, il mio spazio e tutto quello che mi riguardava, non avevamo mai riguardato me e solo me, ma anche lui, e che ero stato progettato sin dal principio di ogni cosa con il solo scopo di essere condiviso. Questa nuova idea mi è parsa subito un’eccezione di cui vantarmi con occhi, cuore e cervello qualora avessero osato dirmi di essere inutile o se io avessi desiderato essere uno di loro. Dopo quella fusione di luce, ho assistito a un altro fenomeno misterioso. La stessa luce che ha impiegato molto tempo a unirsi ha cominciato nuovamente a dividersi e moltiplicarsi in modo furibondo. Quella luce si è trasformata ed è esplosa dapprima in un piccolo essere indefinito che viaggiava a velocità supersonica al mio interno per poi, in questa folle corsa, dividersi in piccolissime braccia, mani, gambe, piedi. In una minuscola pancia, un piccolo corpo e una testa con occhi, naso e bocca destinati a occupare ogni mio interstizio. In quel tempo di divisioni, frazionamenti, congetture e algebra fisico-quantistica io ho modellato la mia forma in funzione della sua. Sono cresciuto e insieme a i miei cambiamenti ho seguito i suoi cambiamenti e anche lei è cambiata con noi. È stato un processo meticoloso in cui quel corpo ha preso vita, mutando forma miliardi di volte. Ho visto i suoi occhi crescere e aprirsi lentamente, assonnati, mentre lei gli confessava i suoi segreti più profondi. Ho visto le sue mani protrarsi verso il viso e accarezzarsi in modo rassicurante le guance mentre lei si stiracchiava nel letto appena sveglia e infine i suoi piedi, attorcigliarsi tra di loro tra piccole capriole quotidiane mentre lei mangiava un gelato. Ho visto tutto il suo essere nutrirsi delle premure di lei, attraverso di me. E lui, reagire di conseguenza, in quella spirale infinita di attenzioni.
E mano a mano che lui prendeva definitivamente forma, tutto il corpo si è spostato, assestato, ha scricchiolato, si è scomposto e ricomposto: il pancreas, la milza, lo stomaco, l’intestino, i polmoni, il cuore, sono schizzati fuori dai loro anfratti per fare spazio a questo nuovo corpo, connesso con ognuno di loro, ma unicamente dentro di me. Sono cresciuto a dismisura, sino a sentirmi dolorante in ogni singola molecola e ora, in mezzo a tutti questi spasmi, mi chiedo come sia possibile che tanto amore generi tanta sofferenza.
Ci accucciamo di nuovo, ci sediamo di nuovo, camminiamo ancora ancora e ancora. Sono movimenti ritmici e precisi, adesso. Primordiali e istintivi. Io sono sorpreso e stupefatto. Ingenuamente corrotto da quella illusione di armonia; adesso mi risento di averlo accudito per molto tempo dentro di me, facendo del mio spazio il suo spazio. Lei spinge e spinge anche lui mentre io cerco di ostacolarlo, di fermarlo e di tenerlo dentro di me. Non voglio che esca. Spingi. Spingi. Spingi. Respira. Respira. Respira. Mi contraggo e mi espando, mi contraggo ed espando ancora ancora e ancora. Continuamente. Non voglio che vada via, ma sono costretto a collaborare e cominciamo a muoverci all’unisono, lui, lei e io. Come tre luci intermittenti. Tutti e tre. Adesso, insieme. Per ogni contrazione. Il buio. Per ogni espansione, la luce. Quella stessa luce che ho visto danzarmi dentro adesso riesco a percepire che mi attraversa, da fuori.
Lui si divincola ribelle e in un ultimo folle movimento sento che si libera di me. Mi svuoto completamente con un’ultima contrazione straziante, accompagnata dall’ultimo calcio del piedino di lui. Resto solo. Abbandonato e vuoto. Sento lei, sento lui, e tutto il mondo intorno a loro piangere di stanchezza e felicità, mentre io continuo a contrarmi con meno intensità, rimpicciolendo lentamente, trasformandomi di nuovo e ancora, con lo scopo di tornare alla mia forma primordiale. Poi le mani di lei, di nuovo. Che mi accarezzano attraverso quello strato sottile che divide la mia vita dalla loro. Stavolta lo fanno con dolcezza, con amore. Quasi volesse colmare quel vuoto che mi è rimasto dentro. E io, per la seconda volta in vita mia, ho pensato fosse davvero un peccato essere quello che sono e non essere per esempio la bocca. Ecco, se fossi la bocca adesso, sorriderei.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'