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Illustrazione di Agrin Amedì
Mamma continua a dire che non lo posso tenere con me, ma per niente al mondo rinuncerei a Bloom. È così che ho chiamato il mio nuovo amichetto. Anche papà, che lavora con gli animali – ed è per colpa sua se siamo qui a tantissimi chilometri da casa –

Mamma continua a dire che non lo posso tenere con me, ma per niente al mondo rinuncerei a Bloom. È così che ho chiamato il mio nuovo amichetto. Anche papà, che lavora con gli animali – ed è per colpa sua se siamo qui a tantissimi chilometri da casa – dice che può essere pericoloso, che non l’ha mai visto un animale del genere, e che non può stare con noi. Ma Bloom è semplicemente un cane con la testa troppo grande e il corpo da gallina – pennuto, come dice papà. Tutto qui. E poi, se devo essere preciso, la testa non è tanto grande: è delle dimensioni di un mappamondo suppergiù e quando è bagnata il folto pelo marroncino arriva fino a terra. I denti sono tantissimi e molto appuntiti, ne ho contatti 57 soltanto nell’arcata superiore; la lingua è divisa nel mezzo, biforcuta – come dice papà – e ha quattro occhioni verdi che luccicano tanto tanto, soprattutto nella notte. Quando cammina con quel petto gonfio e variopinto tutte le penne che ha addosso vibrano veloce veloce e mi fa tanto ridere. Solitamente mangia il caucciù o la resina che gocciola dagli alberi feriti, ma una volta l’ho visto vicino alla palude che rosicchiava la carcassa di un coccodrillo morto. Ormai è da un bel po’ che è qui con me. La gente del posto dice che è uno spirito maligno e che devo mandarlo via. Ma loro non sanno quant’è affettuoso. Spesso durante la notte si stringe vicino a me e sfrega quella sua testona pelosa sul mio petto. Gli altri bambini del villaggio vengono tutti i giorni qui a casa per vederlo, sono curiosi. Ma non è possibile perché diventa molto nervoso, digrigna i denti e si agita tanto quando ci sono persone che non conosce. E poi a me darebbe fastidio se si affezionasse a un altro bambino – sono molto geloso, è vero. L’altro giorno, forse per colpa mia o per colpa della confusione del villaggio in festa – c’erano non so quanti tamburi e tutti ballavano con strane maschere di legno e gridavano, cantavano – Bloom ha tentato di mordermi. Era accucciato nell’angolo della mia stanzetta, impaurito, e le sue penne vibravano forte forte. Io mi ero avvicinato solo per strapazzarlo un po’, come ho sempre fatto, e proprio nel momento in cui ho allungato le braccia ha cercato di azzannarmi. Mi ha solo sfiorato, ma mi ha fatto innervosire tantissimo. Allora ho preso il bastone che papà mi ha messo sotto il letto per i casi di emergenza e ho iniziato a colpirlo forte. A ogni colpo che gli davo strizzava quei suoi occhioni grandi e verdi e luminosi e gridava, un grido molto simile a quello dei maiali quando vengono sgozzati o al gagnolare – come dice papà – dei cani quando stanno per morire. E il sangue ha iniziato a schizzare sulle pareti di legno della mia stanzetta, sulla zanzariera bianca intorno al letto, sul tappeto di soffice paglia verdastra. Finché il braccio non ha iniziato a farmi male per lo sforzo e Bloom è svenuto e le piume hanno continuato a mulinare in tutta la stanza per un bel po’ di tempo.
Papà l’ha dovuto operare: 5 ore di intervento. A quanto pare gli organi di Bloom non erano dove se li aspettava ed è stato molto difficile. Adesso però Bloom è qui accanto a me, sdraiato al mio fianco, avvolto in un soffice panno di cotone, e mamma continua a ripetere che non lo posso tenere, che può essere pericoloso e che i miei attacchi di rabbia sono sempre più frequenti a causa sua. E io annuisco in silenzio, accarezzando il bastone che mi ha dato papà per i casi di emergenza, mentre la mamma mi allunga il cibo con una pala di legno attraverso una fessura nella porta.

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