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Vicino alla tigre

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Sulle case infestate, sai quante cose potrei dirvi?» Ok, poi solito sguardo nel vuoto, ad afferrare immagini bellissime e sfuggenti, perdute, che però lui, lo vedi dai suoi occhi, è riuscito ad acchiappare.

«Sulle case infestate, sai quante cose potrei dirvi?»
Ok, poi solito sguardo nel vuoto, ad afferrare immagini bellissime e sfuggenti, perdute, che però lui, lo vedi dai suoi occhi, è riuscito ad acchiappare.
E noi: io, Sofia, Sansone, Almerigo, che ci mettiamo un po’ più comodi, sulla panchina e sul prato, perché già sappiamo. Sappiamo che siamo costretti ad ascoltarlo, a fingerci rapiti. Che sinceramente tempo fa lo eravamo veramente, rapiti, interessati. Ma poi, passano gli anni, ed è sempre la solita fantasia. Prima gli avvistamenti notturni di navi che scambiano mercanzie di contrabbando in una baia dove lui, magicamente, si trova a passare al momento giusto e sempre, rigorosamente, solo e senza cellulare. Niente foto, niente prove. Poi, le porcellane naziste portate a riva dal mare. Le scorciatoie per il Cremlino, e sai quante?
Samuel, chi vuoi prendere in giro?
«Ma come faccio a raccontarvelo, è pazzesco. Ma ascoltate. Sentite!»
Inizia così, da copione diciamo, l’ennesima storia di Samuel. Ci racconta che, appena un mese prima, era seduto nella cucina della casa al mare. «Era notte, ma d’estate non dormo, sapete, il caldo… Bevevo camomilla alla menta piperita e sognavo di dormire. Così passa un po’ di tempo, non chiedete quanto, non lo so. E poi, a un certo punto, ecco che il frigo, dal nulla, dico dal nulla, il frigo si apre. Da solo. E io là fermo a guardarlo. Si apre tutto. E all’interno c’è una bottiglia di latte che gira in tondo, fino a mostrare la data di scadenza. A questo punto qualcosa la solleva, come un braccio invisibile. E piano piano, a piccoli sorsi, il suo contenuto bianco viene bevuto. Qualcuno stava bevendo il latte, capite? E poi, è come se lo vedo andare via, questo qualcuno, zoppicando, verso la porta sul retro.»
«Una curiosità» lo interrompo «ma la casa al mare di chi è?».
Domanda lecita, ma che fatta a questo punto speravo strozzasse il tutto: l’epos fantastico in miniatura, la sua maledetta cifra che si ripete, e quel pathos di attesa che inizia a diffondersi.
Speranze vane. Perché lui mi guarda e mi dice: «Julio, mi leggi nella mente». Solennemente lo dice. Puntando verso di me il dito. Gli altri mi guardano, curiosissimi. Ma per un attimo. Poi torna a esserci lui e lui soltanto. «Mi leggi nella mente, perché sapere di chi è la casa, è la cosa più importante. Forse la seconda. Comunque è fondamentale, altrimenti non capisci il resto. E io stavo per dirvelo. Non ridete, eh! Sofia, non ridere! Rullo di tamburi, indovinate: la casa è mia!»
«Aspetta, la casa è tua?» glielo chiedo di nuovo. «È tua? Hai una casa al mare? Da quando?»
Tutti noi sappiamo che non ne ha una. È ridicolo. Ma gli altri? Stanno zitti?
«Certo! Io una casa al mare non ce l’avevo. Ma adesso ce l’ho. E sai da quando? Da quando una sera l’ho vinta a carte, battendo una signora. Una straniera. Ma non ho capito bene di dove veniva; penso inglese, comunque.»
Quello che dico io, invece, è che non puoi fare una cosa del genere, a quindici anni! Non puoi in nessun modo vincere una casa a carte, eccetera, eccetera.
Ma non glielo dico. Gli dico invece:
«E tu? Tu, Samuel, che ti sei giocato?».
Adesso i suoi occhi brillano. Mi risponde: «Una tigre. Una tigre bianca». Sorride, in modo sincero, veramente sincero.
Intanto, io mi metto sempre più comodo.
«Quindi hai una tigre bianca
Gli occhi gli brillano e sorride.
«Ma no. Questa non ce l’ho veramente. Ma le mie carte erano perfette e lei voleva perdere tutto, era chiaro. Così, diciamo, ho bluffato. Parlava di animali selvatici, quelli feroci. Diceva che in Inghilterra ha una casa grande, molto grande e un bosco. Così le ho mentito. Le ho detto che allo zoo io sono il custode. Le ho fatto capire, in qualche modo le ho promesso l’esemplare più bello, quello a cui pensava sempre, dopo averlo visto in gabbia.»
Sto comodissimo, ma mi tiro su e inspiro:
«Samuel, calmati un attimo e ascoltami. Allora: fino al fantasma che controlla la scadenza del latte, va bene, tu sei così, io lo so, c’ho fatto l’abitudine. Ma questo? Addirittura questo? Come pensi..»
Ma non continuo. Lo sguardo ferito e deluso di Sofia mi fa dimenticare le parole, mi fa pensare ‘Aspetta… che stavo dicendo?’
«Io ci credo. Io lo so. È tutto vero!» dice Sofia, che sta per piangere, con gli occhi lucidi. Ma come fai a credergli?
«Sofia! Tutto quello che dice è assurdo, è falso. Cosa ti è sfuggito? Lui dice: un fantasma mentre bevevo camomilla alla menta piperita in una casa vinta a carte. E non in un’altra vita, non in sogno. Ma quattro settimane fa! Come puoi, dico io, credere a tutto questo?»
«Samuel, io ti credo. Non ascoltarlo, voglio sapere. Cosa succede dopo?»
Perché fai sempre così? Guardami, rispondimi, perché fai sempre così?
«Vi ci porto. Il tempo c’è. Ci andiamo. Vedrete la casa, il fantasma forse. E una volta lì, vedrete ogni cosa!»
«Ummh» Almerigo emette un suono gutturale. Lui come personalità è un profondo e fastidioso suono gutturale.
«A me piacerebbe, umhh. Ma non posso arrivare fin lì. Troppo lontano» dice Almerigo.
«Ma torneremo prima di sera. In bici è vicino e forse riusciamo addirittura a prendere il treno…»
«Io vengo» dice Sansone. Un pazzo, a lui potevi chiedere qualsiasi cosa che era già pronto a farla.
Sofia, non lo dico neanche. Non dice niente ma si sapeva, sarebbe andata. Anzi, insiste con suo cugino, suono gutturale Almerigo, perché venga anche lui, che non ha nessun impegno, mentiva, è solo pigro.
Riguardo a me, vado verso la bici, mi metto in sella e chiedo: «Da che parte si va?».

Speravo sinceramente che sarebbe venuta in bici con me. Finché si abbraccia a lui, tiene gli occhi chiusi e si stringe, timorosa di cadere.
Il rettilineo, il tramonto, l’aria fresca e io: «Ma le hai prese chiavi?».
«Le ho nascoste in un tronco.» E io già indovino:  arriviamo e le chiavi non ci sono. Rubate, perdute, e io che ci credo, che ci credo pure!
Il centro abitato, ci passiamo veloci. Poche persone, poche luci. Sono tutti in città.
Samuel prende una, due, tre strade a sinistra. Pedaliamo ancora, giù per la discesa. Arriviamo in fondo e frena, sollevando un sacco di polvere. Di fronte a lui un cancello di edere e rampicanti. «Guarda Sofia, siamo arrivati”» E poi a noi: «Questa è la casa».
Scopro che su certe cose non mentiva. Ad esempio sul tronco e le chiavi, che recupera e inserisce nella toppa. In un attimo dentro, di fronte a un prato alberato, piante di mille colori e mandorli in fiore. Vediamo un muro alto e azzurrino, quello della casa. Ci bagniamo le caviglie passando sull’erba, verso la porta d’ingresso, piccola e lucida. La faccia di noi quattro riflessa: loro due avanti, io e Sansone dietro.
Quello che penso, sinceramente, è che ci sono un milione di spiegazioni, anzi molte di più; e che la cosa non sta in piedi. È una montatura. Ma ormai siamo in casa e un’aria gelida ci tocca il viso. Sofia arriccia il naso e io non capisco, il senso di tutta la storia.
Samuel cammina in silenzio come un ladro. «Di che ti preoccupi?» gli chiedo. «È casa tua o no?»
Lui mi zittisce, mi dice di stare zitto e di seguirlo. Apre ancora un’altra porta e continua a camminare. Ma non posso stare zitto. Un fantasma? E questa non sembra neanche per sbaglio una casa infestata. È bianca, morbida, serena; c’è un portaombrelli, un tappeto, un vaso da fiori. Sono tutti congelati dallo stupore. Samuel parla in silenzio e dice di fermarci, che qui va bene. Non è la questione del frigo quella da spiegare.
«La questione è molto più ampia, più complicata. Ma è una promessa: non c’è alcun pericolo.»
Esita un attimo, ma poi riprende: «Ho impiegato del tempo per afferrare il senso di tutto. È una cosa molto intima, ma voglio mostrarvela lo stesso, perché siete i miei amici. Non è cosi?»
Certo che è così, continua, e se ti fermi ancora…
«Qui ho passato giorni interi, in solitudine. Ad ascoltare e osservare. Questa casa non l’ho vinta, è venuta lei da me. Ma aspettate. Silenzio. Sentite?»
Trattiene il respiro, con gli occhi che brillano e fuori la luna sembra ascoltarlo anche lei. «Quello che sto per dirvi può suonare come una fantasia. Ma questo posto è speciale. È di questo posto che vi voglio parlare. Ha qualcosa, qualcosa che non riesco ancora a capire fino in fondo. Ma che è reale, ve lo assicuro che lo è. Qui, in questo posto, ed ecco il mistero, tutto quello che racconto e immagino, ogni cosa, qui, tra queste mura, si colora. Prende un odore preciso, un respiro, una consistenza. Una voce persino. Ma qui soltanto. Qui diventa viva, autonoma. Vive una vita, simile alla nostra. Le navi nella baia, il lago coperto di lucciole, la porta che si apre sul Cremlino, li ricordate, no? La tigre. Persino lei, così innocua, pensata per caso, per un attimo soltanto. Sono tutti qui, lei è qui, che dorme nella sua gabbia e si muove come se tutto questo fosse suo.»
Samuel sembra bruciare di un fuoco invisibile e io sto per colpirlo. Ho dentro un desiderio sproporzionato che non riesco a contenere. Devo colpirlo e farlo tacere per sempre.
«È qui, adesso. Julio, girati!»
Mentre me lo dice, mentre ascolto, ho una sensazione strana: di qualcosa sulla schiena, un respiro umido. Sono terrorizzato ed eccitato. Dov’è? Voglio vederla! Dove sei? Ma cosa pensavo? Non sono neanche deluso quando mi giro e capisco che si tratta soltanto della finestra aperta, del vento e di questa tensione, questa tensione maledetta che ho addosso. Rimango ammutolito.
«Dov’è? Voglio vederla.» È Sofia, eccitatissima, che vuole sapere subito, è importante. «Dov’è la tigre? Voglio accarezzarla.»
E mentre lo dice, con quella sua voce d’acqua, Sofia continua a fare piccoli starnuti e a grattarsi il naso. Sansone sembra essere confuso. Deve essersi distratto verso l’inizio del discorso e senza farsi troppe domande, deve aver considerato il tutto, un’altra delle sue storie. Così se ne sta con la faccia da cretino a guardare Samuel prendere la mano di Sofia, fare qualche passo verso la finestra, vicino alla luna, per posarla, la mano di Sofia, sul nulla. Nulla assoluto. Cosmico. Eclatante. È solo aria.
Ma, a guardarle il viso, sembra un’altra cosa. Sorride ed è contenta. Sembra che quel momento lo aspettasse da tutta la vita. Sorride ancora e starnutisce. Sorride e starnutisce più forte, sotto la luna. Ancora più forte. È allergica ai gatti Sofia, e quindi a tutti i felini. L’ho fatta avvicinare a quella tigre. Perché l’ho fatta avvicinare a quella tigre?

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