Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il suicidio delle stelle

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Conobbi Luciano in un giorno di fine inverno. Una di quelle giornate terse, in cui il vento spazza via ogni cattivo pensiero e si riesce a vedere all’orizzonte la prima terra emersa, oltre le onde.

Conobbi Luciano in un giorno di fine inverno. Una di quelle giornate terse, in cui il vento spazza via ogni cattivo pensiero e si riesce a vedere all’orizzonte la prima terra emersa, oltre le onde. Mi ero alzato di buon mattino, deciso a dimenticare per qualche ora la mia vita caotica. Una lunga passeggiata, senza obbligo di timbrare un cartellino al rientro. Mi ero allontanato parecchio e presto mi ritrovai oltre il canneto; la terra diveniva via via più friabile sotto ai miei piedi fino a diventare sabbia. Il mare sussurrava appena.
Luciano se ne stava con le braghe rivoltate fino alle ginocchia, la canna da pesca in mano ad aspettare. Preso come da un potente incantesimo rimasi lì ad osservarlo e aspettai in religioso silenzio che si allontanasse dalla riva. Gli stivali gialli, come quelli che immaginavo ai piedi dei pescatori del Mare del Nord. Quando si avvicinò era come se dopo il distacco dall’acqua il suo corpo avesse preso una consistenza diversa. Diede uno sguardo divertito al mio abbigliamento e sorrise.
«Giornata di caccia grossa oggi?» mi chiese. «Dove hai nascosto le prede?»
«In verità sono io la preda. Sto cercando di mimetizzarmi per non farmi trovare dai problemi» risposi.
Ridemmo insieme di quella battuta sciocca. «Allora se ti garba una volta vieni a pescare, il mare è un ottimo custode delle inquietudini.» mi disse, dandomi una pacca sulla spalla.
Nel mentre, il mio stomaco cominciò a emettere suoni sinistri così tirai fuori dallo zaino un paio di panini che condividemmo lungo la spiaggia vicino a una specie di capanno che guardai con curiosità e ammirazione.
«L’hanno costruito i bambini con il raccolto del mare» mi disse. «Vengono qui a trascorrere i pomeriggi dopo la scuola. È la loro tana. Lo facevo anche io quando ero bimbetto.»
Un intreccio maestrale di rami, alghe e fronde trovate lungo il bagnasciuga dava alla struttura un’incredibile solidità e al contempo una forma esteticamente gradevole. In effetti aveva tutta l’aria di essere un ottimo rifugio dove trovare pace.
«Ora perdonami ma devo andare. Faccio un salto al mercato poi mi chiudo in cucina. Domani passa al porto se ti va e se non mi trovi chiedi del Guizzo.» E si allontanò con il suo bottino.
Fu così che scoprii che era il proprietario di un piccolo ristorante. Quando vidi quel posto per la prima volta fu per me una grande sorpresa. Percorremmo una strada piena di buche e illuminata, se il cielo permetteva, dalla luna piena, una volta al mese. Arrivammo così in un posto fuori dal mondo, tra la pineta e il bagnasciuga. Mi sarei aspettato di vedere un locale abusivo e invece era un gioiello posato su quella lingua di sabbia dal tridente benevolo del dio Nettuno.
«E tu la chiameresti baracca?» chiesi col tono di chi ha visto un miraggio.
Così mi raccontò di quando, qualche anno prima, il mare infuriato l’aveva distrutta. Quel mare che lui rispettava più di ogni altra cosa.
«Se il mare toglie, il mare un giorno restituirà» mi ripeteva sempre con quell’aria quieta di un vecchio saggio, gli occhiali in punta di naso. E mentre lui raccontava me lo immaginavo sempre con i pantaloni ripiegati fino al ginocchio e le maniche tirate su fino al gomito, caparbio, a tirar via le assi divelte dalle onde, a ricostruire meglio di prima, ma sempre lì a due passi dalle onde come dimostrazione di fedeltà e amore.
La prima volta che mangiai al suo ristorante, sedetti a un tavolo d’angolo tra due grandi finestre. La sabbia improvvisamente inghiottita; pareva di stare in mezzo all’acqua sulla prua di una nave. Vedevo le ultime pennellate di luce immergersi nell’orizzonte e qualche gabbiano ritardatario tornare verso terra. Luciano mi fece servire il piatto che aveva deciso per me. Una cosa semplice contro il mio scetticismo, aveva annunciato. Punzecchiai con la forchetta una seppia poi mi decisi e la assaggiai. Quando morsi il primo boccone lo scirocco entrò rigonfiando le tende blu come fossero onde mansuete che mi portavano via, a bordo di quel ristorante divenuto barca. Carnosa, fresca e croccante, sembrava appena presa da una nassa. Poi la croccantezza della cipolla, il profumo intenso dei pomodori maturati nei campi assolati alle spalle del mare. Una crosta di pane croccante, inzuppata nel brodetto e fui sugli scogli insieme ai pescatori, la pelle bagnata dagli schizzi e … il vento si placò, le onde mi riportarono a riva. Guardai il mio piatto con nostalgia. Era finito. Scaglie di mare. Luciano mi aveva servito le scaglie del mare.
Col tempo divenni uno di famiglia. Mi sentivo a casa in quel posto di confine. Mi piaceva presentarmi all’ultimo turno della sera, quando al termine del servizio Luciano si sarebbe seduto al mio tavolo posando le vesti da chef e indossando quelle da cantastorie.
I camerieri non passavano per l’ordinazione e io sapevo che a un certo punto dalla cucina sarebbe arrivato lui col suo grembiule bianco e il pescato del giorno ancora crudo. Tante volte l’ho immaginato parlare tra sé e sé: Stasera viene Renzo… e nella lista della spesa segnare semplicemente il mio nome. Poi in qualche modo diventava una questione tra lui e l’umore bizzoso del mare.
«È tempo che impari a cucinare qualcosa di diverso dalle costine» mi disse un giorno quando, con un accenno di felicità in mezzo alla folta barba, mi mise un grembiule dei suoi addosso. Mi insegnò come riconoscere le primizie del mare, mi fece innumerevoli raccomandazioni sull’importanza della semplicità della tradizione, si raccomandò di non eccedere con i tempi di cottura. E si rideva insieme, senza preoccuparsi di stupire nessuno se non il proprio palato.
Spese al porto, visite ai contadini della zona e bicchieri di vino a fine serata. Questa era la nostra amicizia. Finché quel suo amore per le cose semplici non divenne un’eccellenza da premiare.
Era poco prima di Natale. Ero appena rientrato in casa quando ricevetti un messaggio: Ci hanno assegnato una stella Michelin.
Io non ci credevo. Lui era lapidario. Non era tipo da esaltarsi troppo per i suoi successi, anche quando ne avrebbe avuto ben donde. Lo conoscevo ormai. Mi illudevo. Forse avrei dovuto chiedermi perché tanto contegno. Entusiasta corsi da mia moglie a darle la bella notizia e quella sera cucinai con orgoglio il pesce come mi aveva insegnato lui. L’indomani presi una bottiglia di buon vino dalla cantina di casa e mi preparai per uscire non ricordandomi che quello era il giorno di chiusura. Quando arrivai al ristorante, dopo il solito safari tra buche e cespugli di ginestre, lo trovai lì.
La terra affumicava il cielo con il suo calore e il mare era uno sciabordio sommesso oltre quella coltre nebbiosa. Rimbombava dentro, sordo, scuoteva le viscere nel profondo. Eravamo in un limbo lattiginoso. Una zona tra terra e mare che in alcune giornate si confondono e si mescolano con il cielo. Come un grosso calderone, il cui fumo arrivava fino alle stelle, forse al naso di qualche divinità. La sua figura si faceva via via più densa, fino a rivelarne la barba bianca e gli occhiali di tartaruga.
«Oh lazzarone che non sei altro!» gli dissi abbracciandolo. Ma il suo corpo era molle e arrendevole, succhiava energie al mio entusiasmo, quasi smorzandolo.
«Ti hanno dato una stella! Non sei contento?»
Lui inclinò un angolo delle labbra, come quasi a compatire quella mia gioia spropositata.
«Io sono un pescatore, non un cacciatore di stelle.»
Non riuscivo a capire cosa ci fosse di tanto scomodo in quel riconoscimento prestigioso.
«A me viene solo freddo a pensarci» continuò con quel tono pacato, quello di sempre.
«Smettila di dire baggianate! Apriamo subito il vino così ti scaldi…»
Puntava il mare, lo sguardo fisso in quel buio infinito. Avevo l’impressione che cercasse qualcosa in mezzo alle onde.
«Vieni» mi disse. Lasciammo la veranda buia del ristorante, calpestammo la sabbia fredda e ci sedemmo sulla battigia. «Ho perso il conto dei giorni che non scendo più in mare.»
A un passo dal suo elemento, Luciano era malinconico. Faceva freddo e un brivido mi scosse. Presi i calici. Il rumore della risacca a fare da sfondo al nostro brindisi.

*

Seguirono anni per Luciano, dopo il riconoscimento da sua eccellenza, di continui impegni, interviste, degustazioni enogastronomiche e pubbliche relazioni delle quali sapevo avrebbe volentieri fatto a meno. Telecamere e riflettori più caldi delle fiamme accese, più ustionanti dell’olio bollente. Lui non ne parlava mai. Eccezion fatta per qualche fine serata, aveva sempre i minuti contati, stretto dalla camicia di forza del suo grembiule bianco dietro sbarre di mestoli d’acciaio. Quando ci incontravamo al ristorante preferiva rintanarsi in aneddoti di famiglia, storie di mare, bravate adolescenziali. I nostri incontri erano sempre più brevi, al porto orami era impossibile incontrarlo e il suo sguardo era quello di un pesce dentro a un acquario di un Grand Hotel.
Finalmente un giorno riuscimmo a prenderci una mezza giornata insieme, come una volta. Nonostante i miei timori, vinsi la ritrosia per l’acqua. Era la prima volta che riusciva a portarmi in barca.
Partimmo di buon’ora una mattina di fine estate. La brezza portava alle narici l’odore della sabbia umida, l’acqua era limpidissima e i raggi di luce ancora non troppo forti ci permettevano di vedere il fondale.
«Oggi andiamo a scarroccio a insidiare i polpi» mi disse con la gioia di un bambino e un secchio di granchi in mano. Le braghe rialzate come un tempo e un maglioncino sgualcito.
Una volta sulla barca, lontani in mezzo all’acqua quieta, gli chiesi come stessero andando i suoi affari di chef stellato.
«Mi si dice che mi dedico semplicemente alla ristorazione, riducendo le uscite in mare a inutili fastidi. Ma era più semplice una volta. Ora devo sempre stare al pezzo.»
Quelle parole deglutite come un’ombra grigia di spine. Non aggiunsi altro. Il mio essere estraneo al settore mi faceva sentire uno sprovveduto. Così mi zittii e lo aiutai a fissare gli elastici ai carapaci dei granchi, prima di buttarli in mare fissandoli a un lungo cordino. Il mio compito era quello di agguantare il mollusco non appena lo si portava sotto barca. Era una questione di paziente attesa e credo di rassegnazione.
Con le ore ebbi l’impressione che il tempo si stesse dilatando e che Luciano ne fosse complice consapevole. Continuava a rinviare il rientro dicendo che era un’ottima giornata, che prometteva bene, che si sentiva libero. Mi arresi e accettai senza troppi sforzi quella sorta di disarmante rilassamento, cullati dalla lieve increspatura del mare.
«Eravamo due ragazzi» cominciò mentre controllava l’elastico che tendeva il cordino. Quando ci siamo conosciuti ero uscito per i polpi, ricordi? Creature magnifiche… Si mimetizzano alla perfezione ma a differenza di altri animali prendono la forma di un oggetto e la imitano mutando la forma del proprio corpo.» Intanto tirava il cordino e una stella di tentacoli si materializzava a mezz’aria, avvinghiata al granchio che faceva da esca. «Amano gli scogli dove possono nascondersi tra le gorgonie o negli anfratti, agguantando piccoli sassi o occupando conchiglie vuote.»
Lasciava che i tentacoli del polpo si ancorassero al suo braccio. Pensavo quasi fosse rimbecillito, tanto si soffermava a guardare quell’animale.
«A me piacerebbe essere un polpo. Quasi quasi gli chiedo se mi lascia la sua tana, te che dici?»
Io scoppiai a ridere e lui invece rimase serio.
Tornammo a riva con il giorno alle spalle, un bel carico di molluschi e qualche ricciola. La cena che mi preparò fu squisita, come sempre.
Quella fu la prima e l’ultima volta che uscimmo in barca insieme.

 *

Quando mi giunse la notizia fu come se qualcuno mi avesse gettato in mare in pieno inverno, senza muta. Mi ci volle qualche giorno per metabolizzare. Mi ossessionai a lungo con mille perché. Fui avvolto da un’appiccicosa sensazione di inutilità che non riuscii mai a scollarmi via di dosso. E ripensando al nostro primo incontro di tanti anni addietro, immaginai nella mia mente anche la sua ultima sera in riva al mare. Un modo un po’ fantasioso per cercare di cancellare l’angoscia che quella perdita mi aveva lasciato.
C’era lungo la riva un’insenatura dove l’acqua turbinosa dei giorni inquieti rovistava tra gli scogli, ripulendoli. Così che la spiaggia era piena di conchiglie. Scheletri di molluschi morti. Lui doveva essersi sentito così. Abbandonato sulla sabbia. Tanto vicino da sentire gli schizzi salmastri delle onde, tanto lontano da non poter raggiungere l’acqua.
Sulla spiaggia c’era un piccolo capanno, simile a quelli dei cacciatori nelle valli paludose. Una costruzione innocente di bambini. Era rimasto lì. Sopravvissuto alle mareggiate. Luciano vi si rannicchiò dentro, cullato dal ritmo delle onde. Liquido amniotico. Aveva con sé lo schioppo del padre. Convinto che finalmente avrebbe teso una trappola a quel demone che lo perseguitava. Dalle fessure tra un ramo e l’altro, poteva vedere il tramonto. Quella sera le nuvole non avevano lo stesso colore delle sere d’estate. Era un sole freddo, che attendeva solo di essere scaldato.
Sussurrò al mare parole segrete con labbra di sale. Poi imbracciò il fucile.
Attese a lungo, attese le stelle, un ultimo desiderio. Quello di morire come una stella cadente. Tra quelle nuvole non si era accorto della falce luminosa di luna, l’amo sottile di una divinità lontana.
Gli inganni non sono fatti solo per gli animali. Ora sono convinto che il pesce non fosse altro che un’esca lanciata per prendere lui. 

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'