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Cavolo bollito

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Illustrazione di Agrin Amedì
Odore di cavolo bollito. Chiudo gli occhi e inspiro. Mi trovo dietro lo schienale di una vecchia poltrona di velluto. Le tende delle finestre ondeggiano nella brezza primaverile.

Odore di cavolo bollito. Chiudo gli occhi e inspiro. Mi trovo dietro lo schienale di una vecchia poltrona di velluto. Le tende delle finestre ondeggiano nella brezza primaverile. L’odore di cavoli bolliti si mescola all’odore mellifluo delle rose appena tagliate, disposte in un vaso di vetro che riflette la luce del sole. Poi un odore più aspro, pungente: quello che viene dal grande camino di pietra e che sa di cenere e carta bruciata. Esco da dietro la poltrona e corro sulla veranda, invasa da vecchie sdraio di corda e dai grandi vasi in terracotta pieni di ciclamini. Sulla destra c’è la porta della cucina: l’odore di cibo si fa più insistente. Varco la soglia e vedo mia nonna, con il suo grembiule bianco. Mi sorride e con una carezza mi dice di andare a lavarmi le mani perché il pranzo è quasi pronto. Sento di nuovo il mio corpo di bambina, guardo il mondo con quegli occhi puliti e innocenti. Mi dirigo verso il bagno, intontita. È un vecchio bagno anni Sessanta, ampio, con le pareti rivestite di marmo. Uno di quei bagni che sono una ghiacciaia anche in piena estate. Apro il lavandino e sento l’acqua gelida scorrermi fra le dita. Alzo lo sguardo e osservo il giardino fuori dalla finestra aperta. Proprio sotto il davanzale, mio nonno, con le maniche della camicia rimboccate, sta annaffiando i fiori. Piove a catinelle e io mi sono rifugiata sotto il portico, cercando nell’oscurità del crepuscolo le luci familiari dell’auto della mamma. L’odore di terra bagnata invade il giardino e riesce a coprire, almeno un po’, i disgustosi miasmi che vengono dalla mensa. Sono passate tre ore dal pranzo, ma la puzza di cibo scadente, di piselli, carne cotta male e pane in cassetta ancora pervade l’aria. Dall’edificio sento un vociare concitato, risate, il suono delle scarpe che strisciano sul pavimento di linoleum, lasciando brutti segni neri simili a sgommate sul terreno. Mi sento infreddolita, stanca. Gli occhi sono affaticati, strizzati per sopportare lo spiacevole riverbero delle luci al neon che lampeggiano sul soffitto. Guardo le punte dei miei capelli: sono arricciate per l’umidità, sfibrate, crespe. Vengo travolta da un moto di vergogna. Mi tiro il cappuccio sul volto, sperando di passare inosservata in questa anonima città.

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