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Appuntamento con Barbie

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Illustrazione di Agrin Amedì
La prima volta che ho visto Barbie se ne stava seduta sul letto di mia sorella, con la schiena poggiata sul cuscino. La guardai di sfuggita entrando nella camera per aprire la finestra ed ebbi l’impressione che mi stesse fissando.

La prima volta che ho visto Barbie se ne stava seduta sul letto di mia sorella, con la schiena poggiata sul cuscino. La guardai di sfuggita entrando nella camera per aprire la finestra ed ebbi l’impressione che mi stesse fissando. Pensavo di essere matto, ma più la guardavo e più il suo sguardo si faceva vivo, e più mi convincevo che cercasse proprio me. 
«Cosa vuoi» chiesi stizzito, certo di parlare da solo. Infatti nessuno rispose. «Ma vai a quel paese stupida bambola» dissi. E proprio allora la sentii rispondere: «Non trattarmi così, io sono una signorina!». Rimasi pietrificato per qualche istante. Poi chiesi scusa, ovviamente.
Ripresi a guardarmi intorno: osservavo tutti i giochi di mia sorella sparsi ovunque facendo finta di niente. Ma poco dopo sentii i suoi occhi addosso. Mi stava ancora fissando, il suo sguardo non si staccava mai. Pensai di essere matto davvero.
«Ciao Barbie, come stai?» 
«Bene grazie, e tu?» rispose subito. 
«Bene anch’io» dissi. «Certo, deve essere noioso passare le ore ferma sul comò… Vuoi fare due passi?» 
«Sì, sicuro.» 
Così, senza far caso al fatto che forse avrei dovuto comportarmi un po’ più da maschio e che ero cresciuto abbastanza, la presi e la vestii con delle cose trovate lì accanto. Poi la misi davanti allo specchio. 
«Ti piace?» 
«Potevi fare di meglio» disse ridendo. 
Tirai su un suo braccio, le afferrai una mano e ci avviammo verso la cucina per bere un tè. 
E così cominciò il nostro primo appuntamento.
Mi raccontò di come si divertiva con mia sorella, una bambina dolce e simpatica a suo dire. Parlava con quella voce un po’ strana, tremolante, meccanica, forse. E mentre parlava ogni tanto gesticolava, per quanto possa gesticolare una bambola. Tirava su e giù le braccia cercando di roteare leggermente sul bacino, mentre la plastica faceva un lieve rumore gommoso che in qualche modo trovavo dolce.
Mi parlò di lei, e io le parlai di me. Ci divertimmo molto fin quando, guardando l’orologio, mi accorsi che ormai era ora e perciò la riportai in camera con la promessa di rivederci tutte le volte in cui mia sorella fosse uscita. E così cominciò la nostra relazione, se così si può definire.
La volta successiva la portai al parco e facemmo una passeggiata meravigliosa. La plastica della sua pelle si era leggermente scurita, come se si fosse abbronzata, e quel colore un po’ olivastro rendeva i suoi capelli ancora più lucenti.
Da quel giorno cominciai ufficialmente a portarla fuori. Passeggiate, cinema, luoghi panoramici: lei voleva sempre andare in posti diversi, era una specie di regola. Era abituata ad aspettative piuttosto alte, vista la sua relazione con Ken. Con lui faceva la bella vita, e altrettanto voleva da me.
Quando la portai alla piscina comunale, una volta, sottolineò che di certo non era all’altezza della sua di piscina.
Una sera, poi, visto che mia madre e mia sorella erano uscite, cucinai per lei. Mi impegnai moltissimo, ma ci tenne a dirmi che era abituata ai ristoranti di lusso, con Ken. Io cercai di farle capire che non avevo tutti quei soldi e che facevo il possibile, ma sembrava proprio non comprendere.
Allora iniziai a mettere da parte la paghetta e qualche settimana dopo la portai in un ristorante che conoscevo vicino casa. Era il ristorante dove in famiglia festeggiavamo tutti gli avvenimenti importanti. «Sembra un po’ squallido» disse appena entrati, guardandosi intorno. Io, però, feci finta di niente e passammo la serata. Lei non riusciva ad accettare quella vita e io facevo di tutto per cercare di soddisfarla. Ci tenevo tanto, perché stavo davvero bene con lei, non mi ero mai sentito così accettato.
Perciò cominciai a mettere sempre i soldi da parte per portarla in posti migliori.
La portai alla piscina del miglior albergo della città, una piscina super lussuosa.
«Ma cos’è tutta questa gente» disse appena entrata. Poi quando ci mettemmo a prendere il sole, cominciò a dirmi che dovevo dimagrire, allenarmi, che un fisico del genere era da soffiatore di minestre. E allora cominciai ad allenarmi, tutti i giorni. Dimagrii e misi su un bel fisico.
Un giorno, mentre passeggiavamo, cominciò a dirmi che era stanca di andare sempre in giro a piedi, che Ken aveva la Ferrari e lei non poteva scendere così in basso. Così, con gli occhi foderati dall’amore, la volta successiva presi la macchina buona che tenevamo in garage per i viaggi. Avevo imparato a guidare dai videogiochi. La portai a fare un giro intorno all’isolato e finalmente per una volta non mi criticò, si guardava intorno compiaciuta. Se ne stava sul sedile a godersi la vista, si levava e metteva gli occhiali di continuo lanciando sguardi di superiorità a destra e a manca, con quei suoi occhietti disegnati e i capelli di nylon che svolazzavano. Ero riuscito a farla felice, ma qualcosa dentro di me cominciò a farmi sentire uno stupido.
La nostra relazione è continuata tra le sue pretese e i miei affanni, fino a che poco tempo fa non ho deciso di lasciarla. Non sapevo più cosa fare per racimolare soldi e non riuscivo più a starle dietro. Non riuscivo più neanche a divertirmi davvero nel tempo che passavamo insieme, era diventata una ragazzina spocchiosa e a volte soffrivo persino quel rumore di plastica che faceva da sottofondo a ogni suo movimento. Così ho pensato di spiegarle il tutto, e mi è sembrato l’avesse presa bene.
Durante la notte, poi, è venuta a svegliarmi. Si era arrampicata sul letto.
«Se smetti di portarmi fuori, io dirò a tua sorella che mi hai fatto del male e mi hai costretta a uscire con te. Quando lei va a danza, tu vieni a prendermi e mi porti in qualche bel posto» mi ha detto. E io, senza realizzare che fosse una bambola a minacciarmi, preso dalla paura, ho acconsentito.
La volta successiva, però, ho provato a non andarla a prendere. Ma poi la notte si è ripresentata. Le mancava un pezzo di mano, se l’era staccato da sola. «Ti conviene venire a prendermi domani, se non vuoi che tua sorella sappia che sei stato tu a farmi questo.» Così ho dovuto riprendere tutti i miei risparmi per portarla alla Luxury SPA, appresso alle sue continue lamentele su come potessi fare di meglio.

 

Dopo un anno e mezzo, oggi esco tre volte a settimana con Barbie, costretto. Sono preda di tutte le sue pretese e i suoi ricatti.
L’altro ieri ho provato a non presentarmi e sono uscito per conto mio. Poi di nuovo, la notte, è venuta a trovarmi. Mi ha detto di essere pronta a tagliarsi un braccio e dire a mia sorella che ho provato a violentarla. Senza aspettare una risposta se ne è andata e mi ha lasciato a trascorrere la notte insonne.
Ma proprio durante quelle ore sono riuscito a capire di essere preda di una semplice bambola, nulla di più. Una bambola di cui in qualche modo sono ancora innamorato: sarà per il suo fare splendido, da principessa, e il bene che nonostante tutto mi ha dato, ma pur sempre una bambola. Ho capito che devo fare qualcosa: non posso continuare a farmi controllare da lei.
Ora mia sorella è appena uscita con mamma e non torneranno prima di tre ore. Vado a prendere Barbie.
«Ho una sorpresa per te, tesoro» le dico. 
«Speriamo che stavolta sia qualcosa di bello» dice con quella sua voce meccanica, mentre alza un braccio per farsi prendere e la plastica fa quel rumore: per un attimo mi appare armonioso, ma soffuso, come se si stesse allontanando.
La porto al laghetto della città. 
«Cos’è questa roba?» mi chiede schifata. 
«Ora facciamo un bel bagno qui» le dico io. 
Lei si mette a urlare con la sua vocetta, cerca di agitare le braccia e le gambe, ma sono di plastica e non può che farlo con estrema lentezza. Dice che quell’acqua fa schifo, che non ci farebbe il bagno neanche pagata, blatera e blatera, finché non la immergo e la tengo sul fondo. Prendo un sasso bello grosso. Lo poggio sopra di lei, spingo leggermente e poi la saluto con un gesto della mano.
Tornando verso casa passo a comprare una Barbie e quando arrivo la poggio sul letto di mia sorella, con la schiena poggiata sul cuscino. Mentre la sistemo mi accorgo che i suoi occhi disegnati sono fissi su di me, sembrano chiamarmi, ma stavolta col cazzo che ci parlo.

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