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Sei venuto a dirmi addio?

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Illustrazione di Agrin Amedì
Era morto come un idiota, fulminato da una scossa elettrica in salotto, mentre cercava di cambiare la lampadina di un vecchio lampadario di cristallo, un cimelio di famiglia che odiava.

Era morto come un idiota, fulminato da una scossa elettrica in salotto, mentre cercava di cambiare la lampadina di un vecchio lampadario di cristallo, un cimelio di famiglia che odiava.
Aveva visto il suo corpo a terra con gli occhi sbarrati, mentre lui aleggiando in alto, si era guardato le mani, traslucide come tutto il resto.
D’istinto si era mosso verso il muro, in un vago impulso ad ascendere verso le stelle, ma non c’era passato attraverso, no, era rimbalzato indietro, in un’orgia di scintille e lampi azzurri.
Era un fantasma, confinato in casa, senza neppure la possibilità di avvisare qualcuno che era morto. Ci misero un po’ a scoprire il suo cadavere. La sua vita sociale era a dir poco altalenante e fin da quando era un ragazzino tutti lo avevano bollato come ‘anaffettivo’, soprattutto le donne che si era portato a letto, e che puntualmente mandava via dopo il sesso, evitando abilmente i vari oggetti che gli tiravano dietro.
I primi giorni fece esperimenti, ma gli era impossibile spostare oggetti, le sue dita ci passavano attraverso causandogli uno spiacevole pizzicore elettrico. Quanto al potere della mente, nonostante i suoi sforzi di concentrazione, non riusciva a muovere niente, e gli era negata anche la consolazione di far cadere qualche quadro o di far tremare un mobile.
Per un po’, le sue giornate furono scandite dai rumori: lo sciacquone del bagno dei vicini, l’occasionale litigata dal balcone, il verso dei piccioni, il passaggio di qualche autobus, e il trambusto a notte dei camion della spazzatura.
Poi vennero dei rumeni muscolosi a svuotare l’appartamento e cominciarono le visite degli agenti immobiliari con potenziali nuovi inquilini al seguito.
Ogni volta che entravano, si divertiva a cercare di leggere sui loro volti circospetti se avrebbero o non avrebbero affittato il suo ex-appartamento. 
Invece della giovane studentessa con i capelli ricci che si era detta entusiasta della meravigliosa vista, a prenderlo fu una coppia di cinquantenni benestanti, per i quali provò subito un profondo risentimento. Non mancavano mai di scambiarsi effusioni di ogni genere. Carezze, baci, mani intrecciate, sembravano innamorati come due adolescenti.
Facevano tutto insieme, uscivano insieme e tornavano insieme; leggevano a turno l’uno per l’altra, scorrevano le notizie e le commentavano insieme, guardavano film e chiacchieravano per ore. Insomma, ci mancava solo che cacassero insieme. Non litigavano mai, e se capitava che dissentissero su qualcosa, lo facevano sempre con molta calma, spostando a piccoli passi le loro posizioni fino a farle convergere. Ma il peggio erano le notti, quando facevano sesso lentamente, con gli occhi socchiusi e le labbra schiuse in un’espressione estatica, e poi si addormentavano abbracciati, e se uno si spostava l’altro si adeguava. La sera del loro anniversario, vent’anni insieme, stapparono una bottiglia di vino pregiato, cucinarono anatra arrosto e patate e reinscenarono ridendo lo scambio dei voti che si erano fatti tanto tempo prima.
Di fronte a quella farsa, il fantasma che non aveva mai provato amore in vita sua; si infuriò a tal punto che un lampo elettrico gli uscì dalle dita e fulminò una lampadina, lasciandoli all’improvviso al buio. Dopo mesi di sofferenze, un sorriso increspò le sue labbra diafane. Fu il primo di molti altri simili scherzetti. Lampadine soprattutto, ma qualche volta anche computer, tv e cellulari diedero strani malfunzionamenti. Tuttavia, a nessuno dei due venne in mente che la casa potesse essere infestata, gli agenti immobiliari si erano ben guardati dal rendere nota la fine del precedente affittuario, limitandosi a suggerire di rifare l’impianto elettrico perché era troppo vecchio, e poi erano persone di mondo, intellettuali, gente che non credeva in dio, né nel soprannaturale.
Coincidenze, si dicevano ridendo, e allora il fantasma gli fulminò la lavatrice e si sentì molto fiero. Loro si limitarono a cambiare la lavatrice e far ricontrollare l’impianto con una scrollata di spalle.
Lui era alto e allampanato, lei rotondetta e piacente, e lui li odiava con tutte le sue forze, e di notte mentre dormivano si lambiccava il cervello per cercare di trovare un modo di convincerli ad andarsene, ma tutto si rivelava vano.
Fu nel mese di marzo che tutto cambiò. Da qualche tempo in tv si parlava di un’epidemia, un virus molto contagioso che si diffondeva come fuoco in un bosco, e dopo una discreta quantità di morti, il governo aveva dovuto prendere drastici provvedimenti.
La chiamavano quarantena. La coppia non rideva più tanto adesso. Continuava a tenersi per mano, però.
Adesso ogni scherzo del fantasma era motivo di panico istantaneo e lui cominciò a sperare che la fortuna stesse girando dalla sua parte, fin quando scoprì che anche i traslochi erano stati vietati e pure volendo, non se ne sarebbero potuti andare tanto presto.
La coppia non usciva più insieme come un tempo. Adesso era lui quello che andava sempre a fare la spesa, un paio di volte a settimana. Anche loro erano confinati in casa, proprio come il fantasma.
Poi, un giorno di maggio, il marito cominciò a tossire, gli occhi lucidi di febbre, e passò la notte a girarsi e rigirarsi nel letto, incapace di prendere sonno. La donna gli misurò la temperatura, 39 e mezzo, gli asciugò la fronte con un panno bagnato e poi andò in cucina a farsi una tisana. Mentre fumava una sigaretta alla finestra, il fantasma la vide piangere in silenzio.
La mattina dopo la passò al telefono, cercando di contattare il medico di famiglia, e poi il numero di emergenza. La febbre del marito era sempre più alta, nonostante la tachipirina, e il suo respiro sempre più affannoso, un rantolo lugubre che fece pensare al fantasma che la sua sventurata condizione aveva un vantaggio: se eri già morto, non potevi morire di nuovo.
Fu solo a sera che si udì l’ululato di un’ambulanza, prima in lontananza, poi sempre più vicina. Pochi minuti dopo suonò il citofono. Uomini in mascherina e tuta entrarono, fecero un tampone alla donna, che non mostrava al momento nessun sintomo, le dissero di non uscire di casa per nessun motivo, e se ne andarono portando via il marito semicosciente in barella. Lei passò un borsone con dei cambi all’infermiere, e allungò le dita verso la mano del marito, ma quello scosse la testa, e lei si morse le labbra, ma non disse niente. Si chiuse solo la porta alle spalle, e restò qualche minuto con gli occhi chiusi, spalle alla porta, cercando di calmare il respiro.
Tornata in cucina, si versò un bicchiere di vino, e fumò una sigaretta, fissando il vuoto, o meglio il punto in cui si trovava il fantasma.
Mormorava qualcosa a fior di labbra, qualcosa come una preghiera anche se il fantasma la sapeva atea.
Per la prima volta il fantasma, si ritrovò ad allungare le dita verso la sua mano, e provò a sfiorarne il dorso, ma nulla, a parte quella piccola, leggermente dolorosa, scarica elettrica.
I giorni che seguirono furono i più angoscianti della vita della donna, di questo il fantasma era certo, e anche lui non se la passava tanto meglio.
Erano finiti gli scherzi di un tempo, tutto quello che poteva fare era seguirla ovunque e guardare.
Guardarla telefonare ogni giorno in ospedale, le visite erano vietate, e il marito non era più in grado di rispondere al cellulare. Guardarla alzarsi con i capelli arruffati e gli occhi rossi di pianto. Aprire l’armadio, contemplare i suoi vestiti migliori, e poi richiuderlo di colpo. Guardarsi allo specchio, e pensare, glielo leggeva negli occhi, anche se non nella mente, che sembrava invecchiata di dieci anni in pochi giorni.
E così era, anche se secondo il fantasma quel dolore la rendeva più bella. Il suo volto si era sfinato, la carnagione si era fatta pallida, gli occhi di un blu più intenso, eterea come una fata, se le fate se ne andassero in giro in pigiama.
Di notte dormiva male, e si alzava sempre puntuale alle sei di mattina, fumava una sigaretta, guardava fuori dalla finestra, si prendeva un calmante e si rimetteva a letto.
Il fantasma si sdraiava sul letto accanto a lei, per quanto un fantasma potesse sdraiarsi, ecco, fluttuava sarebbe stato più esatto, e la osservava dormire. Le sue palpebre di madreperla, le sue lunghe ciglia nere, le ciocche abbandonate sul cuscino come alghe nere fluttuanti in uno stagno.
Il fantasma le faceva compagnia mentre faceva colazione, fluttuando sulla sedia dove si sedeva sempre il marito, e si immaginava che un giorno lei lo avrebbe visto, e gli avrebbe passato del cibo, come prima lo passava a lui, si immaginava che lo avrebbe guardato con quel misto di gioia, desiderio e complicità che prima lo mandava in bestia e gli dava il voltastomaco e ora gli procurava solo nostalgia, si immaginava di essere di nuovo capace di gustare una tartina di marmellata alle fragole, e si domandava come avesse potuto passare la vita senza mai apprezzarla davvero, quella marmellata alle fragole.
Quando la donna si sdraiava sul divano, cercando di leggere, lui le aleggiava alle spalle, e leggeva con lei. Quanto avrebbe voluto parlare con lei di quel personaggio o di quell’altro… E lo stesso faceva quando guardava un film o una serie tv, si sedeva accanto a lei, le loro spalle che quasi si toccavano, anche se non c’era tatto, ma solo l’idea del tatto.
I giorni passarono, la donna ebbe una lieve tosse, ma niente di più, le condizioni del marito non miglioravano.
Erano le sette di sera quando arrivò la telefonata. Era venerdì, lo stesso giorno in cui lui era morto, si rese conto con un sussulto, e avevano appena guardato insieme, insieme per lui ovviamente, il sole calare sulle case di fronte in un trionfo di rosso e oro, desiderando entrambi disperatamente di poter sentire il calore di quel sole caldo sulla pelle.
La vide correre a rispondere, sentì il suo cuore battere sempre più forte, la vide sbiancare e ammutolirsi. La vide posare il cellulare sul tavolo, e andare in cucina.
Sedersi dove si sedeva sempre e accendersi una sigaretta. Lacrime d’argento brillavano nel buio incipiente e le scendevano sulle guance, ma non un suono, non un singhiozzo.
Allora, il fantasma sentì qualcosa contrarsi e pulsare al centro del suo essere.
Si avvicinò a lei. Lentamente le posò una mano sulla spalla e provò a stringere. Ancora niente. Chiuse gli occhi, si concentrò su quel pizzicore elettrico sulla punta delle dita, e lasciò che tutto confluisse in quei pochi centimetri di pelle. Correnti elettriche lo scossero dalla punta della testa fino alle dita, risalirono dai piedi fino alla dita, per concentrarsi sui polpastrelli.
La donna cominciò a tremare sotto il suo tocco, e socchiudendo gli occhi, sollevò una mano esitante per posarla sopra la sua.
«Sei tu?» sussurrò. «Sei venuto a dirmi addio?»
Anche se avesse potuto, il fantasma non avrebbe mai avuto il coraggio di dirle di no.
La notte calò.
Quando sorse la nuova alba, il fantasma non c’era più.

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