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Illustrazione di Agrin Amedì
L’aveva vista tante volte al parco portare a spasso il suo cane, ma a dir la verità era il cane che portava a spasso lei, e lei si faceva trasportare tranquilla, sorridente e bellissima e, anche se i suoi occhi erano chiusi, dal sorriso sulle sue labbra potevi immaginare lo sguardo.

L’aveva vista tante volte al parco portare a spasso il suo cane, ma a dir la verità era il cane che portava a spasso lei, e lei si faceva trasportare tranquilla, sorridente e bellissima e, anche se i suoi occhi erano chiusi, dal sorriso sulle sue labbra potevi immaginare lo sguardo.
Lei viveva nella notte, eppure lo sguardo era quello di una donna che sorride sempre, con il sole in faccia, un marinaio sul ponte col volto consumato dal vento di libeccio che lo ha accarezzato dolcemente e rudemente in mille traversate e Libeccio era anche il nome del suo cane, un golden retriever dal pelo dorato e con la scusa del cane… Com’è carino!… Posso accarezzarlo?… fecero amicizia.
Quando passeggiavano insieme al parco lui ogni tanto chiudeva gli occhi per sentire, anche lui come lei, il vento in faccia, l’odore degli ippocastani appena fioriti, il ronzio delle api smaniose di polline, e tutto sembrava più forte, più grande, più intenso, suoni e profumi entravano più a fondo nella pelle, nella carne, e anche il terreno era diverso, a volte era erba, a volte ghiaia, a volte mattonato.
Anche la prima volta che si baciarono lui chiuse gli occhi, come fanno quasi tutti gli innamorati, ma con lei era diverso: chiudersi alla vista insieme a lei significava spalancare del tutto la porta al mondo semisconosciuto degli altri sensi, un mondo misterioso che forse solo di notte dormendo si può vagamente immaginare. Tra un bacio e l’altro rimasero in silenzio, non c’era lo sguardo, non c’era il suono delle parole ma c’era l’odore fortissimo di gelsomini e magnolie, c’era la sinfonia concitata di rondini e allodole, c’era il sentire la pelle delle mani che scivolavano l’una sull’altra, c’era il sapore di mandorla della sua bocca, non c’era bisogno di altro. Lui non riaprì più gli occhi, continuò come lei a farsi guidare da Libeccio e insieme andarono in giro per il mondo. Lei gli fece scoprire la sensuale carnalità della sabbia, il chiacchiericcio segreto delle onde mentre accarezzano con leggerezza il bagnasciuga; lui imparò a riconoscere quando i gabbiani urlano per rabbia o quando lanciano grida disperate d’amore. Insieme sentivano il suono dell’acqua in profondità smossa dai pesci e accarezzata dalle alghe, sentivano il sole ma anche le nuvole, e quante nuvole, e se erano bianche o grigiastre, e se portavano sereno o tempesta.
Poi la notte entravano in un buio ancora più profondo, immenso, e dopo dialoghi infiniti di labbra, di pelle e di sospiri, sognavano, e i sogni erano a colori, e c’era un vento leggero di libeccio.

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