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Exit music

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Svegliati». A Bianca, come al solito, bastavano poche ore di sonno per riposare. «Forza, svegliati, e asciugati quelle lacrime». Gradualmente, le sue parole cominciavano ad abbandonare i sogni e a prendere la forma delle cose vere. Solo quando fu sicura che fossi completamente attento, continuò: «Svegliati, su. Oggi scappiamo».

«Svegliati».
A Bianca, come al solito, bastavano poche ore di sonno per riposare.
«Forza, svegliati, e asciugati quelle lacrime».
Gradualmente, le sue parole cominciavano ad abbandonare i sogni e a prendere la forma delle cose vere.
Solo quando fu sicura che fossi completamente attento, continuò:
«Svegliati, su. Oggi scappiamo».

Mamma e papà sembravano dormire, a giudicare dalle liti che non sentivo e dalle bottiglie di sambuca lanciate contro il muro che non rotolavano a terra o dagli schiaffi violenti che non provenivano più dalla loro camera.
«Raccogli le tue cose e vèstiti. Prima che tuo padre ci senta».
Controllò dalla soglia della mia cameretta che il corridoio fosse libero.
«Prima che scoppi un putiferio».

Me ne andai chiudendo piano la porta di casa.
Da fuori non filtrava alcuna luce, ma non doveva mancare molto al chiarore dell’alba.
Per strada solo un camioncino della nettezza urbana si muoveva lento sull’asfalto.
Rimasi un attimo fuori dal portone, inebriato dall’aria cristallina che inalai appena mi ricordai di farlo. Bianca, intanto, continuava a guidarmi:
«Bravo, respira. Non smettere di respirare».
Mi voltai a sinistra, e cominciai a camminare in quella direzione.
«Coraggio. Continua a respirare. Non ce la posso fare da sola».
Le mani infilate nelle tasche della felpa grigia, il cappuccio calato il più possibile. Sulle spalle lo zainetto della Nike nel quale avevo messo spazzolino e dentifricio, un paio di mutande e la t-shirt bianca con la stampa di Braccio di Ferro che salvava Olivia grazie a una massiccia razione di spinaci in scatola.
«Canta una canzone», disse Bianca, «per scaldarci. Fa così freddo».
Cominciai a cantare.
Camminavo e cantavo. Camminavo rasente ai muri dei palazzi e cantavo sottovoce, che anche se ero solo mi vergognavo che qualcuno mi potesse sentire.

C’è una casetta piccola così
con tante finestrelle colorate

Non mi venne in mente niente di meglio, su due piedi. Ma per scaldarsi un po’ andava più che bene.

Ieri sera, per l’ennesima sera, mio padre aveva affogato tutte le sue paturnie in troppi bicchieri di sambuca, prima di concentrare l’attenzione sugli zigomi di mamma.
Un po’ più del solito, forse. Perché mamma per non farmi sentire i rumori delle botte alza sempre la televisione al massimo in quei momenti, e ieri il volume era veramente alto.
Sarà per quello che Bianca ha deciso che dovevo andare via.
Fosse stato per me, avrei continuato a soffrirne dentro e basta. Un vero vigliacco, sì. Bianca mi faceva sempre fare la parte del codardo, in confronto a lei.

Soltanto quando ci arrivai davanti capii dove stavo andando.
Carabinieri.
La soluzione più logica, ovviamente. Logica, saggia e funzionale. Dio, come mi faceva incazzare l’efficienza di quella parte di me.
La casetta che ospitava la caserma era circondata da un giardino, delimitato a sua volta da una ringhiera montata sopra un basso muro di cinta.
Tirai giù il cappuccio, e suonai al citofono. Un profumo di limoni arrivava dall’oscurità del cortile. Sembrava il cancello di una casa al mare.
Si aprì con uno scatto, senza che nessuno rispondesse “Chi è?”.

La macchina dei Carabinieri correva veloce, con le sirene spente ma veloce, anche se non c’era fretta. Gliel’avevo detto io, che non c’era fretta, ma loro correvano lo stesso.
Tra i sedili davanti e quello dietro in cui ero seduto io c’era un pannello di plexiglass spesso, con dei buchetti per far passare la voce, nel caso avessi voluto dire qualcosa. Io volevo solo dire che non c’era urgenza, che mio padre ormai dormiva, che la furia ormai era passata, ma loro non sembravano interessati.
Allora mi appallottolai in un angolo, cercando di non farmi sbattere a destra e sinistra tra una curva e l’altra. Pensai che stavo già tornando a casa, che era stato inutile portarsi dietro lo spazzolino e tutto il resto.
Ma Bianca se ne stava zitta per i fatti suoi, e io feci lo stesso.

Venne ad aprire mia madre.
Mio padre, come previsto, dormiva il sonno pesante e rumoroso di chi aveva dato sfogo a tutto.
Mi fece pena vederla in vestaglia, con il volto tumefatto, atterrita di fronte a quella visita inaspettata. Sola.
Quanto era alta mia madre? Sembrava così piccola.
I Carabinieri furono gentili. La fecero mettere seduta, le fecero molte domande. Il più giovane parlava, mentre l’altro scriveva su dei fogli prestampati che separava soltanto dopo aver inumidito il dito medio sulla lingua.
Io preparai un caffè, per non dargli modo di mandarmi nella mia stanza.

Poco dopo mia madre indicò, tra le lacrime, la porta della camera da letto.
I due carabinieri andarono di là, e noi due rimanemmo a guardarci mentre la moka bofonchiava timorosa.
Non saprei riassumere quello che ci dicemmo, con quello sguardo. Avevamo troppe cose da dire e soltanto due occhi ciascuno.

Sentimmo la voce roca e spaesata di mio padre. Mi fece pena anche lui.
Ingaggiò una colluttazione, come un orso ferito da un proiettile anestetizzante che prima di cadere lancia colpi alla cieca.
Poi i due carabinieri lo sdraiarono a terra. Probabilmente uno gli teneva le mani dietro la schiena, mentre l’altro gli aveva messo il ginocchio tra le scapole.
Io vedevo solo la sua testa uscire dalla porta, schiacciata a terra come il resto del corpo.
La sua testa si voltò, e guardò la mia.
Avevo fatto arrestare mio padre, e ora lo stavo fissando negli occhi con una stupida tazzina di caffè in mano, una tazzina con la faccia imbronciata di Brontolo dei Sette Nani disegnata sopra.
Mio padre mi scrutava, incredulo e disorientato. A stento trattenni le lacrime, o forse non le trattenni affatto.
Ma Bianca non ebbe pietà:
«Speriamo che soffochi», disse.
«Speriamo che soffochi».

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