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Suono liquido

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ruggero era rimasto lì, davanti al telefono per più di un’ora, dopo che Marta aveva riagganciato. Aveva ancora bisogno di parlarle. Ora finalmente avrebbe potuto dirle che non poteva fare a meno di lei, che senza di lei non viveva, che i suoi occhi, i suoi capelli, il suo modo di camminare erano immagini della sua vita, dei suoi sogni, di ogni suo istante, qualunque esso fosse.

Ruggero era rimasto lì, davanti al telefono per più di un’ora, dopo che Marta aveva riagganciato. Aveva ancora bisogno di parlarle. Ora finalmente avrebbe potuto dirle che non poteva fare a meno di lei, che senza di lei non viveva, che i suoi occhi, i suoi capelli, il suo modo di camminare erano immagini della sua vita, dei suoi sogni, di ogni suo istante, qualunque esso fosse. Ma tutto questo non era uscito dalla sua bocca. Le parole che tanto aveva pensato non si erano materializzate nei suoni della sua voce che con tanta cura negli ultimi giorni aveva provveduto ad ammorbidire, a rendere il meno banale possibile, a farla più dolce ma anche determinata, così da avere in suo soccorso parole più efficaci. E le parole si sa, sono importanti specie quando sono dette con convinzione, motivo di più se desideri qualcuno, perché la voce comincia a tremare, e se non ti controlli, allora, le parole te le mangi e balbetti. Così erano arrivati quei giorni e credeva che tutto fosse dalla sua parte. Ma il meccanismo dei suoi pensieri gli si sciolse tra le mani. Marta aveva riagganciato prima che lui potesse riprendere il discorso. Lei aveva colto al volo l’occasione di una pausa e per Ruggero, rimasto con la cornetta attaccata all’orecchio, fu un dolore secco e distribuito nello stomaco. Le forze gli cominciarono a mancare e una fitta sorda cresceva sempre più nel suo ventre. Le articolazioni delle ossa gli si erano sciolte di colpo. Non poteva più controllare i movimenti, come se un operaio, abbandonando il suo tornio, fosse entrato nella stanza e in un lampo gli avesse allentato tutti i bulloni dello scheletro. Gli sembrava che la cornetta aumentasse di volume, ma in realtà era la sua mano sinistra che si assottigliava sempre di più, iniziava a liquefarsi più velocemente del resto del corpo. Il suo braccio tirava a sinistra, la testa si inclinava verso il foglio su cui era scritto il numero di telefono di Marta. Idee e pensieri si portavano sulla carta, senza passare per il braccio e la mano, incollandoci direttamente il cervello, facendo una cosa sola di neuroni e molecole. Le voci di fuori e i rumori di sopra, lo penetravano come fosse una sagoma trasparente che svaniva lentamente. I muscoli del braccio fiorivano dal suo corpo come gigli, e tutto si faceva sempre più indefinibile, dai contorni del suo corpo alla densità di materia della stanza.
I lembi dei suoi abiti si avvicinavano sempre di più, fino a toccarsi in alcuni tratti, ed erano già impregnati di quell’essenza che un tempo era Ruggero, che lentamente si andava sciogliendo. Alcune gocce scendevano dalle maniche della camicia, le scarpe contenevano una discreta quantità di liquido, sembravano appena recuperate da un pescatore maldestro in un fiumicello putrido di una periferia urbana. Ruggero intanto se ne andava, piano piano, allo stato liquido, per tutta la stanza. I suoi abiti si erano accartocciati alla sedia. Una gran parte di lui si era ficcata sotto il letto e la stanza si era riempita di un profumo intenso, che dava veramente allo stomaco. Era il suo dopo barba, che in quel trambusto di liquefazione era evaporato velocemente separandosi dal resto, come dire: non è roba mia. Ora Ruggero aveva un colorito molto bello, vivo, che brillava di luce propria e rispecchiava tutti i colori della scala cromatica. Tutto quello che di lui restava era lì, uniformemente distribuito sul pavimento della sua stanza. Ma pian piano cominciò a evaporare. Contemporaneamente in tutto il palazzo iniziò una piacevole melodia. Tutti si fermarono ad ascoltarla rapiti.
Eri tu Ruggero. Il tuo stato gassoso aveva dato origine a onde sonore, che dilatandosi, nel palazzo di 7 piani, suonarono una vecchia canzone d’amore.

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