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Ultimo volo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Il decollo è una sensazione violentissima. Questi aerei sono fatti per correre, salire a velocità verticali pazzesche e i comandi di volo li rendono agili come se fossero dei giocattoli.

Il decollo è una sensazione violentissima. Questi aerei sono fatti per correre, salire a velocità verticali pazzesche e i comandi di volo li rendono agili come se fossero dei giocattoli. La tuta anti G assorbe tutti gli shock a cui il pilota si auto-sottopone tirando la cloche verso l’alto, verso il basso, inclinandola lateralmente nelle virate. Il peso apparente del corpo raddoppia, triplica, arriva a schiacciarti sul tuo sedile fino a otto volte il tuo peso naturale. Oggi devi fare per aria quello che il tuo istruttore ti ha chiesto di fare. Devi fare la missione perfetta per cominciare la seconda parte della tua vita professionale, la vita di pilota di caccia.

Di notte l’emozione è ancora più forte. Le luci dell’aeroporto, il silenzio, l’aria fresca. Ti immergi nella calma dell’ambiente serale. Ascolti la radio e la voce profonda del controllore di volo ti autorizza a partire. Posizioni le manette per dare la spinta di decollo e appena ruoti e stacchi le ruote da terra imposti l’assetto del tuo MB339 verso l’alto. Si tirano 4 g per la salita verticale e le indicazioni dell’altimetro sembrano impazzite; passi da terra a 20000 piedi in due minuti. Mentre sali attraversi le nuvole basse e dense che ci sono oggi su Decimo, e il cielo che vedi sta diventando sempre più ricco di stelle. Oggi non c’è la luna che illumina. Oggi il cielo è nero come la pece – fatta eccezione delle stelle che però sono troppo lontane per offrire della luce. Fai tutte le manovre previste dalla tua missione e la confidenza che man mano acquisisci ti consente di rilassarti un po’. Questa volta di confidenza ne hai molta, non è come quando alle scuole di volo hai fatto il primo decollo da solo. Lì era veramente la prima volta: tu, il cielo e il tuo aereo. Lì eri davvero da solo con le tue certezze. E le tue paure.

Via radio l’istruttore ti invita a iniziare la procedura per il rientro. Si scende. Ti infili a velocità sostenuta ancora dentro le nuvole, ed ecco di nuovo quel buio privo di riferimenti visivi. Guardi l’orizzonte artificiale all’interno del cockpit, osservi la sagomina dell’aereo dipinta sopra che ti indica la posizione delle tue ali rispetto all’orizzonte. Guardi le indicazioni degli strumenti di radionavigazione che ti dicono dov’è casa. Sai a che quota devi stare quando sei a quella distanza dalla pista di atterraggio, sai che velocità devi avere e che tipo di configurazione deve avere il tuo aereo per volare a quella velocità. Ti immagini il carrello che si appoggia pesante sulla pista di atterraggio. Freni. Appena ti troverai a terra, finita la missione, sarai un pilota di MB339. Ti passano davanti agli occhi tutte le immagini della tua vita in addestramento; pensi alla prima volta che hai immaginato di fare il pilota, ai tuoi amici che ti prendevano in giro, a tuo padre che si arrabbiava, convinto che non potevi farcela e che ti immaginava già laureato in ingegneria elettronica. Pensi a quando non riuscivi a volare in serenità. Ti ricordi di tutti i sacrifici che hai dovuto affrontare. Mentre l’aereo vola hai lo sguardo su te stesso, ti guardi dentro e immagini di spegnere tutto, fare le check list e di uscire dal tuo MB339.

La pista è lì, la vedi. Lunga e bella, con le sue luci confortanti capaci di dirti che sei perfettamente allineato per atterrare. Bianche le luci di bordo pista, verdi quelle trasversali di inizio pista, rosse quelle del fine pista. Nero come la pece il pavimento. Le strisce bianche dipinte a terra di notte si vedono all’ultimo momento. 12 miglia, 210 nodi la velocità. 9 miglia. Scendi, rallenti, configuri l’aereo. Giù il carrello. Velocità, quota, configurazione perfette. Tra meno di 30 secondi sei a terra. 30 secondi sono meno di un miglio. «Ma che cazzo c’è in pista? Una nuvola?» Improvvisamente qualcosa di nero copre tutto. La nuvola non è una nuvola ma è uno stormo di uccelli. Non vedo più la pista ma so che è lì. Se proseguo li colpisco tutti. Sfascio l’aereo, i motori. Se interrompo l’avvicinamento probabilmente ne colpisco di meno, forse li evito tutti. Fanculo, riattacco. Interrompo l’avvicinamento. Gli uccelli si alzano veloci sopra di te e mentre riattacchi entri dentro lo stormo. Boom boom boom boom. Sali verso l’alto, riprendi il volo. Senti la potenza del motore che ti spinge veloce, più dei tuoi pensieri, delle tue reazioni e il tuo MB339 prende quota portandoti lontano da quei maledetti uccelli che proprio oggi, inspiegabilmente di notte, si sono messi tra te e la fine della missione. Torre A21 riattacca e segnalo uno stormo di uccelli in testata pista. Ti concentri sulla procedura della riattaccata. Hai tirato su il carrello, accelerato, hai riconfigurato l’aereo, letto la check list e hai cominciato a ragionare sui problemi da risolvere che potrebbero esserci prima di tornare all’atterraggio. Procedure, check list, risk assestment, la base calma di un sistema complesso. Ma porcaputtana! La luce rossa della temperatura del motore si accende. Un suono che hai sentito solo in addestramento, durante i simulatori di volo.
La luce del fuoco al motore adesso è rossa fissa. Cazzo, cazzo, fuoco motore. Esegui la procedura d’emergenza. Niente. Mi devo eiettare. Eject eject eject. Perdo l’aereo. Nooo. Non hai tempo per pensare a cosa significhi per un pilota da caccia perdere il suo aereo, ma ci pensi lo stesso. Lasci la prua verso il mare per non rischiare che il tuo Macchi caschi su luoghi abitati. Hai già superato la città da un po’ e procedi verso il largo, al traverso dell’isola di Carbonara. Controlli per l’ultima volta che non sia una falsa indicazione o che ci sia la possibilità di recuperare il motore Niente. Si è incendiato. Fine dei giochi. Spegni il motore e scarichi l’agente antincendio. Mayday, mayday, mayday aquila rossa. 13 miglia est sud est da Decimo, motore in fiamme, eject eject eject! Da questo momento hai pochissimi secondi. Tiri la leva. Buio.

Dolce essere cullato così, che strano rumore sembra acqua. Mi sento come se fossi immerso in un liquido un po’ freddo e un po’ caldo. Galleggio. Che strano sogno. Se sono sveglio posso guardare fuori. Ma non vedo. Il cielo è completamente buio e si confonde con l’acqua del mare che è ancora più buia. Sono in acqua? Ma che ci faccio qua?. Guardando il mare si intravedono delle fluorescenze che sembrano delle fonti di luce, poi spariscono. Sentendo l’acqua addosso e comincio ad avere paura, e a ricordare. Mi sono eiettato. Ecco. Sono circa a tredici miglia dalla costa sul galleggiante in dotazione al Martin Baker. Ho ancora tutta l’imbragatura del paracadute addosso. Adesso devo fare quello per cui sono addestrato. Il radio beacon funziona automaticamente e sta emettendo il segnale che serve per farmi individuare dal soccorso, i galleggianti si sono gonfiati altrimenti sarei affondato con tutte questo peso addosso. Procedure, check list, risk assesment. Sì, adesso ricordo di averli gonfiati io e poi mi sa che sono svenuto. Durante l’addestramento ho simulato tutto, mi avevano preparato per una evenienza del genere, e ora devo solo tirare fuori tutto ciò che ho imparato. Per un pilota è normale pensare alle emergenze, per un pilota militare è obbligatorio sapere cosa fare nel caso il tuo aereo venga abbattuto e tu sia costretto a spararti fuori dall’aereo. Al momento dell’eiezione la carica sotto il culo ti deve separare dall’aereo per motivi di sicurezza, e quindi ti spinge lontano con una violenza inaudita. Il tuo corpo prende una accelerazione di otto volte il peso del tuo corpo, che per te sono 576 kg, e tutto questo accade in 2 secondi. È normale svenire e l’equipaggiamento ti deve tenere protetto sia che tu vada a finire a terra che in acqua.  Il Martin Baker mi ha salvato la vita e io adesso sono qui a rischio per mille altri motivi. Fa freddo, è gennaio, la temperatura dell’acqua è di 10 gradi. So benissimo che il tempo che ci metteranno a ripescarmi farà la differenza tra essere vivo ed essere morto. Morto? Ma che cazzo sto pensando? Io? Con tutto l’addestramento che ho fatto? Penso e ripenso a cosa devo fare adesso. Allora prima di tutto hai i razzi da sparare non appena vedrai i soccorsi arrivare, poi non ti devi addormentare, e poi devi cercare di mantenere il calore. Un uomo in mezzo al mare perde il calore in pochissimo tempo. Un uomo in mezzo al mare senza una barca che ci sta a fare?

Fratelli d’italia, l’italia s’è desta, dell’elmo di Scipio s’è cinta la testa… Nella notte si sente una voce in mezzo al mare che canta a squarcia gola l’Inno di Mameli, ma in realtà nessuno sente nulla, perché gli unici esseri viventi al largo della costa Sarda sono i pesci che abitualmente sguazzano in quelle zone. Passasse almeno un cazzo di peschereccio! Hai passato la prima ora pensando, in pieno delirio di onnipotenza, a come racconterai la tua avventura una volta tornato a casa. Con il freddo che inizia a indebolire la tua volontà, hai iniziato a pensare che non ti avrebbero più trovato. Sai benissimo che non puoi nuotare fino a riva, e sai anche che la probabilità di incontrare un cazzo di peschereccio è piuttosto remota. In posizione fetale, per non disperdere energie, hai crampi dappertutto, sei bagnato, non senti nulla intorno eccetto il silenzio di un mare che si muove e ti culla. Nessun aereo è passato per cercarti, nessun elicottero. Eppure hai dato il mayday. Forse ti cercano in un’altra zona oppure… Non so, non capisco. Inizi di nuovo a pensare cose brutte. Perché? Dio, perché io? Perché mi devi fare morire oggi? Ti giuro che se mi fai uscire da qui mi tolgo tutta quella spocchia del cazzo che mi porto appresso. Ti prometto che mi comporterò come un santo, che rispetterò mia moglie e non la tradirò più, ti giuro che andrò in chiesa tutte le domeniche, anzi, tutti i giorni di riposo. Perché mi fai questo? Io ho tre figli, li voglio rivedere! Diooooo! Tieni duro, ma il freddo inizia a decelerare il tuo ritmo cardiaco, arriva il sonno. Il freddo. Il vento. Il rumore dell’acqua. Stanco, sei stanco.

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