Condividi su facebook
Condividi su twitter

Lo stesso pezzo di vetro

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Come ogni sera è rientrata puntuale, alle nove. Stacca dal lavoro un’ora prima, lei non mi dice dove va, io non glielo chiedo. Entra in casa e si toglie i tacchi, saranno 8 cm o forse 10, poggia il giaccone bagnato all’appendiabiti dell’ingresso alzandosi un po’ sulle punte, apparentemente senza preoccuparsi delle gocce che entro poco tempo formeranno una piccola macchia sul pavimento; poi si trascina in salotto a occhi socchiusi.

Come ogni sera è rientrata puntuale, alle nove. Stacca dal lavoro un’ora prima, lei non mi dice dove va, io non glielo chiedo. Entra in casa e si toglie i tacchi, saranno 8 cm o forse 10, poggia il giaccone bagnato all’appendiabiti dell’ingresso alzandosi un po’ sulle punte, apparentemente senza preoccuparsi delle gocce che entro poco tempo formeranno una piccola macchia sul pavimento; poi si trascina in salotto a occhi socchiusi. Sono gonfi, come quelli di chi ha pianto fino a rimanere senza lacrime. Sembra non notarmi mentre sono sul divano con l’album da disegno di Lorenzo tra le mani. Era un talento nel disegno, davvero. Mi saluta in modo distratto e senza guardarmi si dilegua in camera. Probabilmente con una lentezza cronica si sta togliendo la giacca nera, e con ancora più flemma sbottona uno a uno i bottoni della camicia lanciandola con poca attenzione sul comò; poi sicuramente, scocciata per la sua stessa azione, si alzerà per prenderla e piegarla con attenzione. Torna in salone senza guardarmi. Ora si è sicuramente legata i capelli in quel modo sconclusionato, si è tirata leggermente su le maniche e si è sorpresa accorgendosi che non ci sono piatti da lavare. Rumori di pentole che sbattono mi arrivano all’orecchio e subito dopo rumore di acqua scrosciante e fornelli accesi. L’album da disegno ormai è abbandonato sul mio ventre. La intravedo dalla porta della cucina nelle sue pantofole e nel pigiama di pile: si muove con eleganza e frenesia, forse non vede l’ora di cenare; chissà cosa ha mangiato a pranzo, chissà se ha pranzato. Nella sua piccola mano affusolata, ultimamente più magra del solito, la fede sembra una ciambella di salvataggio che la tiene a galla da tutti i brutti i pensieri che le affollano la mente. La vedo prendere i piatti e sistemarli sulla tovaglia ocra, prende le posate e al mio posto sistema la forchetta con i rebbi lunghi e il coltello con il manico nero; le sue posate le ha prese a caso dal cassetto, sono diverse ogni sera. Sale sulle punte per prendere i bicchieri, appoggia il peso sul lavandino per paura di cadere; capisco che lo fa perché vuole prendere proprio quel bicchiere, quello alto con il fondo stretto perché sa che mi piace bere lì, perché è di vetro spesso. Da fuori arriva un tuono improvviso che la fa sobbalzare, istintivamente stringe al petto il bicchiere per non farlo cadere e guarda verso di me, mi fissa e mi sorride, sembra imbarazzata per essersi spaventata. La raggiungo e mi sistemo a tavola;, la guardo riempire i nostri piatti, indugia sul posto di Lorenzo, ma poi passa avanti e arriva al suo. Mette poco cibo, che molto probabilmente non mangerà. Ha smesso da poco di apparecchiare anche per lui, dopo che in un momento di disperazione le dissi che preferivo non vedere niente piuttosto che vedere tutto apparecchiato con un posto vuoto. Mangiamo senza troppe parole, in realtà senza nessuna, e sempre nel silenzio l’aiuto a sparecchiare la tavola. Porto il mio bicchiere nel salone con me per gustarmi quei sorsi di vino rimasti davanti alla televisione. Appena l’accendo c’è il telegiornale, parlano del nuovo reparto di oncologia dell’ospedale Sant’Eugenio. Con tono nervoso mi chiede di cambiare canale, non l’ascolto. Non so perché decida di ignorarla, forse per farla arrabbiare, così qualsiasi cosa decida di fare me la meriterò. Dopotutto, non ero riuscito a salvare mio figlio e ora stavo lasciando affogare lei nel suo stesso dolore. Esce dalla cucina e con tono duro mi ripete di cambiare canale; sta parlando il primario del reparto dicendo che i macchinari avanzati permettono di individuare anche i tumori più infidi. Io continuo a ignorarla. Quando tra i vari tumori elencati il professore nomina il cancro allo stomaco, come una furia si getta su di me per prendere il telecomando. Nel marasma, con un piede colpisce il mio bicchiere che a contatto con il pavimento va in frantumi; anche il telecomando cade e nell’impatto si schiaccia il bottone che alimenta la tv, facendola spegnere. Non c’è più un suono, se si escludono i nostri respiri e il temporale che non accenna a fermarsi. La vedo cadere a terra, in ginocchio, con i vetri del bicchiere tutti pericolosamente intorno. Si porta le mani al viso, e Dio mio quanto è piccola, sembra che possa spezzarsi da un momento all’altro. Ora mi avvicino a lei e con la lentezza di un automa mi accovaccio e la stringo a me. Le chiedo perdono per non averle dato retta. Tra le lacrime provo a spiegarle che sto solo provando ad andare avanti, a fare i conti con la realtà. Lei non dice niente, poi sussurra delle scuse.
Dopo un tempo indefinito riusciamo a riprendere il controllo. Siamo ancora in ginocchio sul pavimento, intenti a raccogliere i vetri del bicchiere. Istintivamente prendiamo lo stesso pezzo di vetro e le nostre mani si incontrano. Con dolcezza lascia il vetro e intreccia la sua mano alla mia, si avvicina e mi dà un bacio.
I vetri del bicchiere sono ancora pericolosamente intorno alle nostre ginocchia, ma non ce ne preoccupiamo.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'