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La terza neve

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Illustrazione di Agrin Amedì
Cara nonna, c’è una magia per cui il sapore di quello che preparavi non lo sentirò mai più. Non saprò replicarlo io, non sa cucinare così la mamma e nemmeno uno chef pluristellato ci si potrebbe mai avvicinare, perché era solo tuo.

Cara nonna,

c’è una magia per cui il sapore di quello che preparavi non lo sentirò mai più. Non saprò replicarlo io, non sa cucinare così la mamma e nemmeno uno chef pluristellato ci si potrebbe mai avvicinare, perché era solo tuo. Quel modo di infarinare gli gnocchi cui anche il legno della madia di appoggio dava una sfumatura in più; quel sugo di funghi macerato nella terracotta che a cöslu u-smia sza d’mangiolu, che a farlo sembrava già di mangiarlo e che creava in bocca un’acquolina quasi più appagante della portata stessa; quel pane olio e sale e quelle focacce di salvia appena uscite dal forno, così morbide e calde; quel tuo friggere, tagliare, rosolare di una volta che di per sé era il più buono dei condimenti.
Il trucco forse partiva da prima, dalla dispensa. Un profumo come quello della tua dispensa non l’ho mai più ritrovato. Sembrava il profumo coloniale delle vecchie drogherie ma ingentilito da una nota più familiare, meno esotica. Era una combinazione perfetta di tanti aromi: detersivi in polvere, gallette oro Saiwa, candeggina, canestrelli, scatolame, cipolle, sacchi di patate, glicerina per le mani e caffè da macinare in quel vecchio macinino di legno, bello come un carillon.
Il tuo metodo di stipaggio delle scorte partiva però dalla scrittura fina fina con cui organizzavi minuziosamente il da farsi. Tra una vecchia rubrica donata da qualche cassa di risparmio, le carte da rubamazzo e una Settimana Enigmistica risolta a metà, ecco spuntare la lista della spesa, con le tue disposizioni precise e non trattabili: 3 tóchi d’istu, 4 èti d’quel-là, 2 scature d’quel otru e mes chilu d’quel otru ancù, am racumandu!… Scrittura piccola ma decisa, e i miei occhi la ricordano bene, così come ricordano la tua macchina da cucire e i tuoi eterni ricami a punto croce. Ricordano la carta di giornale in cui la lattaia avvolgeva i piccoli acquisti di bottega che ti portavo su per le scale di marmo venato. Ricordano il colore dei tuoi bei gomitoli, la pelle dei tuoi divani, la fòrmica delle tue sedie anni Sessanta e ogni più piccolo angolo di quella casa, consumata passo dopo passo per tutta la mia infanzia. Ma anche questo non potrò rivederlo, perché non c’è più: né la chiocciola né il suo guscio.
E non c’è più nemmeno la tua voce da sentire cantare. Sì, perché nonna tu facevi una magia: avevi la strana capacità di attaccare una canzone a qualsiasi parola io dicessi. A volte, quando facevo i compiti con te in cucina, questo tuo superpotere mi distraeva e quasi te lo avrei voluto dire, ma poi ti sentivo felice, con quella voce tanto più giovane di te, e mi godevo l’improvvisa leggerezza che ti sollevava per qualche minuto a un metro da terra, dal dolore alla gamba e dai tuoi tanti acciacchi precoci. E allora via con Marìs il marinaio olandese, Tapùm, la Violetera, Lili Marlene e qualche vecchio successo di Nada, per te forse modernissimo.
Eh nonna, quanto mi piacerebbe potere ancora ascoltare, vedere, annusare e assaggiare tutto quello che nasceva da te, che ti apparteneva. Perché non dico “toccare”? Toccarti, accarezzarti… Forse è quello che ho fatto meno, perché si sa che noi gente di confine tra la Liguria e il Piemonte siamo un po’ serveghi, un po’ selvatici. E io non sono mai stata una bambina tanto da baci e abbracci, proprio come il nonno. Però ricordo benissimo come era confortevole il calore della coperta in cui mi avvolgevi quando mi mettevo sulla tua poltrona preferita a leggere Intimità, Sorrisi o Il Giornalino di Gian Burrasca, e per ultimo controllavi che tutta tutta, fino alla punta dei piedi, fossi al caldo e ben impacchettata nella lana… tüta bela arbigatò.
Non posso fare più nulla adesso, lo so. Ma se ci penso bene forse posso fare una cosa che è come fare tutto. Rifacciamola insieme, come quando ero piccola. Te lo ricordi quel detto che usavate con noi bambini quando iniziava a nevicare? A prima naive l’è di gati, a sgonda di i can-ni, a tersa di i cristian-ni. “La prima neve è dei gatti, la seconda dei cani, la terza dei cristiani”. Ce lo dicevate perché non ci tuffassimo subito a mangiare quella magia; che fatica resistere dopo un anno o forse più a quella sensazione fredda, farinosa e cristallina nella bocca… Ma ti ascoltavo obbediente, e allora io e te ci mettevamo a guardare dalla finestra, aspettavamo insieme con pazienza che fioccasse per un po’. Poi finalmente appoggiavamo un pentolino fuori dal davanzale e raccoglievamo la neve più bella e più pura. Quando ne avevamo accumulata abbastanza tu prendevi lo sciroppo di rose ricavato in primavera dall’infusione di tutti i petali che la mamma, tu e le zie avevate potuto trovare e finalmente lo versavi sopra il nostro mucchietto bianco e fresco. Ecco il nostro gelato, il più raro e buono del mondo, una vera conquista! Quello sì che è ancora con me. Il nostro segreto che se nevica potrò ancora vedere, gustare e toccare, sentire… Non posso ascoltarlo, dici, perché la neve non fa rumore? È vero, ma sai, nonna, posso ricordare le tue parole. E un giorno magari udire ancora la tua voce nella mia, quando forse avrò i capelli candidi come i tuoi e come quella terza neve pulita, e forse ripetere a una bambina che avrà, chissà, la stessa piega vispa dei tuoi occhi, quella piccola semplice ricetta, che finché nevicherà non cambierà mai, neanche tra altri cento anni: A prima naive l’è di gati, a sgonda di i can-ni, a tersa di i cristian-ni

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