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La Maestrina

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Illustrazione di Agrin Amedì
«E così sei rimasta fregata?» chiede la maestrina con quel tono da saputella che la contraddistingue dalla nascita mentre si sistema magistralmente il trucco allo specchio. È sempre così impeccabile.

«E così sei rimasta fregata?» chiede la maestrina con quel tono da saputella che la contraddistingue dalla nascita mentre si sistema magistralmente il trucco allo specchio. È sempre così impeccabile.
Io annuisco a testa bassa, seduta sul bordo bianco ingiallito della vasca da bagno mentre fisso le due linee rosse marchiate a fuoco su quella maledetta finestrella.
«Ne sei sicura?»
Mantenendo la testa bassa, alzo il braccio sinistro, le mostro il test e mormoro: «Una linea non incinta, due linee incinta».
«Ok ok sei rimasta fregata, può succedere…» La maestrina si morde il labbro inferiore, vorrebbe trattenersi dal dirlo, vorrebbe non rigirare il coltello nella piaga come suo solito, vorrebbe, ma proprio non ci riesce, è più forte di lei. «Può succedere, ma proprio a te doveva succedere?»
Non rispondo.
«È lui chi è?»
Una smorfia corre in mio soccorso avvolgendomi il viso come una maschera che cerca di coprire tanta vergogna.
«Immaginavo.» Si sfila un elastico nero dal polso, raccoglie i capelli tra le mani e li lega in una perfetta coda di cavallo.
Mi aspettavo una lunga predica con tanto di dito indice puntato contro e scuotimenti di testa da destra a sinistra per sottolineare la sua già evidente disapprovazione. Una paternale su quanto sia poco rispettoso della mia persona e del genere femminile in generale fare sesso con chiunque perché attraverso il sesso noi doniamo la nostra più intima essenza e non possiamo donarci al primo bellimbusto che capita, soprattutto senza le dovute precauzioni. E invece se ne esce con un discreto: «Non importa, adesso abbiamo cose più importanti a cui pensare».
Rabbrividisco per lo stupore.
«Vorrei rimanere un po’ sola se non ti dispiace.» Questa formula funziona sempre con mamma, magari per un po’ la maestrina mi lascerà in pace.
«Vorresti cosa? Svegliati, questa non è una delle tue solite stronzate che finisci per ignorare. Qui c’è in gioco una vita!»
«Credi che non lo sappia?» dico a denti stretti, stanca di sentirmi sotto processo. Scatto in piedi, esco dal bagno, attraverso in fretta il corridoio che non è mai stato così lungo e cerco asilo in giardino, ma più che al sicuro mi sento in trappola.
«Sinceramente sì, credo che tu non lo sappia» sentenzia la maestrina seguendomi in giardino.
Il cielo è cupo, non promette niente di buono. Mi accendo una sigaretta per stemperare la tensione. Aspiro la nicotina con voracità, come se quella sigaretta fosse la mia unica via d’uscita, come se una volta finita potessi salire sulla macchina del tempo e tornare indietro di quattro settimane.
«Non dovresti fumare» dice.
«Non dovresti fumare» ripeto facendole il verso «e tu non dovresti starmi sempre addosso. Una volta eravamo una squadra». Soddisfatta le sputo il fumo in faccia; è la prima volta che trovo il coraggio di risponderle a tono.
La maestrina ermetica mi passa delicatamente una mano fra i capelli, come se si apprestasse a fare un’acconciatura alla sua bambola preferita.
«Ti ricordi quando da bambine giocavamo a immaginare la nostra vita da grandi?»
«Certo che me lo ricordo.»
I toni si sono smorzati.
«Pensi di tenerlo?»
«Non lo so.» Lancio la sigaretta oltre la staccionata. Presto verrà a piovere.
La maestrina si siede su un vecchio divano di pelle marrone che mamma ha momentaneamente posizionato in veranda e mi chiama a sé: «Vieni qui, stenditi. Appoggia la testa sulle mie gambe.»
Come stregata obbedisco.
«Giochiamo a immaginare la nostra vita da grandi, ti va?»
Faccio sì con la testa.
«Chiudi gli occhi, respira. Respira profondamente e immagina come sarebbe la tua vita se decidessi di tenere il bambino» mi sussurra.
Cerco di lasciarmi guidare dalla sua voce come in una seduta d’ipnosi, libero la mente e mi concentro su come sarà la mia vita se decidessi di tenere il bambino.
«Cosa vedi?»
«Vedo una pancia enorme, caviglie gonfie, continue nausee e repentini cambi d’umore che neppure Dottor Jekyll sarebbe in grado di gestire. Mi muovo al rallentatore come se mi avessero stretto in vita una cinta carica di esplosivo e ogni minima oscillazione potrebbe essermi fatale. Non mi vedo più i piedi, ho un gigantesco uovo di dinosauro al posto della pancia e non riesco ad allacciarmi le scarpe.»
«Va avanti. Il bambino è nato, ora cosa vedi?»
«Vedo montagne di pannolini puzzolenti, vedo rigurgiti su vestiti che sapevano ancora di bucato, vedo notti in bianco, pianti che come un martello pneumatico ti perforano il cranio fino a frantumartelo in mille pezzetti, vedo un seno gonfio di latte e un musino che annaspa nel vuoto in cerca di nutrimento.»
«Continua.»
«Vedo conti da pagare, una vecchia casa che sa di muffa e carta da parati macchiata di caffè, vedo un lavoro da cameriera in un fast food, capelli unti che sanno di fritto e una ridicola divisa gialla.»
«Nient’altro?»
«Vedo una ragazza sfinita che osserva una culla. All’interno c’è un esserino che sta dormendo avvolto in candide lenzuola, riposa come un angioletto tra soffici nuvole. Non resisto, ho bisogno di accarezzarlo, gli sfioro un piedino. Lentamente apre gli occhi ed ecco che vengo travolta da un fiume di luce calda che invade ogni singola cellula del mio corpo, rigenerandomi. L’intera stanza risplende di calore. Con il suo dolce sorriso sdentato mi chiama a sé, mi solleva da terra fino a condurmi su quelle stesse nuvole e insieme ci lasciamo cullare da un leggero venticello. Nessuna fatica è più grande della gioia che sto provando.»
La maestrina mi stringe la mano.
«Perfetto. Adesso concentrati su quel sorriso sdentato, su quegli occhioni che dipendono da te, sulla gioia che stai provando e ricostruisci la tua visione.»
Mantenendo gli occhi chiusi tiro quanta più aria posso su dal naso e la espello a rilento dalla bocca, come una principiante alla sua prima lezione di yoga.
«Vedo una ragazza che finisce gli studi e si laurea a pieni voti, vedo una scrivania bianco laccato ricoperta di appunti, riviste e giornali posizionata al centro di un ufficio illuminato da grandi vetrate. Vedo una casa con un’ampia terrazza rivestita di petunie che sfoggiano tutte le tonalità dei rosa e un tavolino accuratamente apparecchiato per la colazione. Vedo mamma che adesso è nonna; sorride felice mentre spinge il suo nipotino sull’altalena e insieme recitano filastrocche.»
«Continua.»
«Vedo un uomo alto dallo sguardo rassicurante, probabilmente mio marito, sorseggia un caffè. Come me è in procinto di recarsi lavoro, si avvicina mentre si annoda la cravatta e mi bacia le labbra. Usciamo di casa tutti insieme, lui porta il piccolo all’asilo e ci rivedremo per pranzo.»
Adagio riapro gli occhi, frastornata come se mi stessi risvegliando da un lungo sogno.
«Credi in quello che hai visto?» chiede la maestrina muovendo su e giù le gambe, spingendomi così ad alzare la testa.
«Sì» dico, mentre mi metto seduta.
La maestrina prende ulteriormente le distanze spostandosi sull’estremità sinistra del divano; adesso non siamo più fianco a fianco ma una contro l’altra.
«Questo non è un gioco, devi essere sicura. Credi di potercela fare?»
«Sì» dico decisa guardandola dritto negli occhi.
A fronte di quanto ascoltato la maestrina si appresta ad annunciare la sua prescrizione, riappropriandosi così delle sue saccenti vesti.
«Per venti giorni continua a immaginare come sarebbe la tua vita se decidessi di tenere il bambino. Ti consiglio di soffermarti maggiormente sui sacrifici che dovrai affrontare. Se al ventunesimo giorno sarai ancora convinta di volere un figlio» si ferma e prende fiato come se stesse per immergersi in acque profonde, sprovvista di una bombola d’ossigeno «beh, allora avrai bisogno di un’alleata».
Poi accenna un timido sorriso e mi strizza l’occhio, come ai vecchi tempi.

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