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Volevo che vedesse

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ero molto giovane quando sposai Martina. Era giovane anche lei, naturalmente, ed erano parecchie le cose che non sapevamo a quel tempo.

Ero molto giovane quando sposai Martina. Era giovane anche lei, naturalmente, ed erano parecchie le cose che non sapevamo a quel tempo.
Non sapevamo fare l’autolettura del gas, ad esempio; non sapevamo scegliere, la sera, raggomitolati sul divano, un buon film che valesse la pena vedere; non sapevamo girare una frittata senza decomporla in brandelli insensati, che finivamo per mangiucchiare direttamente dalla padella dopo averli posati su una fetta biscottata; certo sapevamo, perché lo dicono tutti, che la felicità sta nelle piccole cose, ma non sapevamo che era esattamente così, e non solo un modo di dire; non sapevamo quanta certosina applicazione richiedesse la convivenza; non sapevamo neanche il rumore che fa un uomo quando si schianta sul pavimento di un cortile dopo essere precipitato per sette piani.
Ci eravamo sposati cinque mesi prima, in un sabato di giugno meteorologicamente perfetto per sposarsi. Lo dico perché Martina era ossessionata dal fatto che potesse piovere, quel giorno, e più di una volta discutemmo tra di noi perché secondo lei minimizzavo la serietà della questione.
«Se piove, piove…» le dicevo, e poi me ne stavo un po’ zitto a compiacermi per l’acutezza di quell’argomentazione.
Il matrimonio fu come lei lo voleva, ma questo, va detto, non perché lei fosse una di quelle donne accentratrici e dispotiche che pensano di aver sempre ragione. Oddio, in realtà sì, come tutte, ma in quel caso la colpa fu anche la mia, perché io non ero neanche sicuro di volerlo, quel matrimonio. Mi ero sposato perché a quel punto mi sembrava una cosa abbastanza, come dire, appropriata. Comunque, seppure fossi stato convinto, non avevo la minima idea di quale sarebbe stata la cerimonia più consona ai miei gusti e alle mie specifiche prerogative. Non avevo passato infanzia, preadolescenza e adolescenza sdraiato a pancia in giù sul letto immaginando il giorno più bello della mia vita. O meglio, lo facevo, ma il giorno più bello della mia vita me lo immaginavo nelle sembianze di Sabrina Salerno che forava tutte e quattro le gomme della sua Golf proprio davanti al portone di casa mia, al calar del sole, e alla sua richiesta di ospitalità mia madre le offriva (dando esempio di grande civiltà, va detto) la possibilità di condividere con me il letto a una piazza e mezza, che insomma stringendosi un po’ si poteva dormire anche in due, tanto solo per una notte.
Perciò non avevo alcuna opinione da mettere sul tavolo quando Martina mi parlava di allestimenti floreali, di quale bella macchina noleggiare e della necessità di tenere distanziate durante il pranzo le sue zie materne da quelle paterne per non favorire il riacutizzarsi di vecchie e feroci faide familiari che tanto sangue avevano sparso nei precedenti matrimoni dei suoi cugini. Quello in realtà fu l’unico argomento che destò in me un certo interesse, ma ovviamente Martina sorvolò su tutte le domande al riguardo. Fatto sta che non guardai mai più le sue zie con gli stessi occhi, le esaminavo con un sorrisino complice al quale esse rispondevano con malavitosa freddezza.

Qualche mese prima della fatidica data, mi aveva trascinato anche a un corso prematrimoniale nella sua parrocchia, in cui un prete giovanile vestito molto meglio di me, giudicava il nostro rapporto dal calduccio dei suoi jeans Roy Rogers da 170 euro.
Il prete era uno di quelli che nel bel mezzo di una conversazione nella quale ti sembrava finalmente di poter parlare liberamente, senza troppi dogmatismi, di una religione che messa in quei termini non era neanche malaccio, a quel punto loro, candidamente e col massimo della naturalezza ti sparavano cannonate tipo: «Certo, il sesso pre-matrimoniale è un peccato molto grave che inficia il patto che andrete a stringere con Cristo e con la Chiesa». Diceva proprio così: inficia.
A quel punto, con una scusa, uscivo fuori a fumare una sigaretta e a maledirmi per essermi fatto fregare un’altra volta.
Non ero né buono né cattivo, ero solo un ragazzo normale che forse non meritava la beatitudine ma nemmeno la dannazione eterna, cristo santo. Io volevo solo combinare qualcosa di buono nella vita, volevo divertirmi un po’, non volevo essere una seccatura per nessuno. Forse mi sarebbe toccato il Purgatorio.
Comunque il matrimonio alla fine si fece, e fu una bella festa. Ci ritrovammo a ballare piuttosto ubriachi i soliti balli di gruppo che si fanno a bordo piscina mentre le opposte fazioni di zie si scrutavano in cagnesco architettando trame di vendetta.
Almeno per quel giorno, fummo felici.
Va detto, comunque, che a quel tempo avevo un caratteraccio. Ero sempre nervoso, più o meno depresso a seconda delle fasi lunari, incazzato col mondo e con le sue piccole e grandi ingiustizie. Anche per questo le cose con Martina non andarono bene fin da subito. Lei si impegnava di certo più di me, anche se non credo che corrispondessi al principe azzurro che tante volte aveva sognato.
Vivevamo a Roma. Avevamo affittato per 550 euro al mese un bilocale in una zona che solo cinquant’anni prima era probabilmente considerata già Abruzzo: fuori dalle Mura Aureliane, fuori dal raggio delle tangenziali, appena fuori anche dal Grande Raccordo Anulare. Esclusi a più livelli da una città che infatti non sentivamo nostra per niente.
In quel grande palazzone, uno dei tanti schierati sul crinale di una collina umida, noi vivevamo al piano terra. Dietro la parete del salotto avevano installato i citofoni di tutto il palazzo, e ogni cinque minuti la casa vibrava come una zanzariera elettrica perché qualcuno aveva suonato.
Di fronte alla nostra porta di ingresso c’era la gabbiola del portinaio. Non che fosse un palazzo signorile, ma eravamo così tanti ad abitare in quell’alveare che per pagare lo stipendio ad Amedeo bastava una cifra modesta per ogni condomino.
Amedeo era vedovo, con una figlia che viveva a Londra e che un giorno, giusto per curiosità, andai a cercare su Instagram, scoprendo che non era per niente ma proprio per niente male, e che a giudicare dalle foto che postava se la stava spassando alla grande mentre suo padre passava lo straccio per sette piani di scale e ogni tanto si metteva a chiacchierare con uno più depresso di lui – cioè io.
Oppresso dalla claustrofobia della vita matrimoniale, infatti, e dalla mancanza di amici veri, cominciai ad affacciarmi alla porta di casa e a intrattenere conversazioni più o meno banali con Amedeo finché dalla soglia di casa mia mi spostai direttamente dentro la sua gabbiola.
Ci andavo quasi tutti i pomeriggi, portavo una o due Peroni da 66, e chiacchieravamo del più e del meno mentre la gente che rincasava mi guardava strano chiedendosi che diavolo facessi tutti i giorni dentro la stanzetta del portinaio invece di stare in casa con la mia giovane mogliettina a godermi le gioie del sesso post-matrimoniale finalmente libero da ogni peccato.
Ci sfottevamo un po’ sul calcio – io laziale, lui romanista –, parlavamo male dei politici e, in fin dei conti, pur senza mai ammetterlo apertamente, ci sfogavamo l’uno addosso all’altro secondo il principio evidente per il quale se una cosa la confidi a qualcuno pesa un po’ di meno dentro al cuore.
Sua moglie era morta di cancro in soli sei mesi, e quando parlava di lei teneva tutto il tempo gli occhi, che si rivestivano di una glassa umida e spessa, su una cornice in cui c’erano loro due proprio il giorno del matrimonio. Come tutte le spose, lei era bellissima. Amedeo invece somigliava a Gigi Proietti, secondo me, ma un po’ più basso. Aveva una voce profonda e roca da conduttore radiofonico, raschiata negli anni dalle Camel che fumava senza alcun senso di colpa.
«Come faccio a sapere se la amo davvero?» gli chiesi un giorno, mentre parlavamo della mia nuova vita di coppia.
Mi guardò di sbieco, severo, cercando di intuire se veramente stavo messo così male.
«Come, non lo sai?»
«Non ne sono così sicuro.»
Ci pensò su. Versò la birra nel bicchiere di plastica, che si riempì più che altro di schiuma.
«Tu sarai amato il giorno in cui potrai mostrare la tua debolezza senza che l’altro se ne serva per affermare la sua forza.»
Lo guardai, sbalordito da quel coup de théâtre.
Mi sorrise. «Cesare Pavese. Me la ripeteva sempre Carla, ma io non riuscivo mai a memorizzarla. Allora alla fine me la scrisse su un foglietto che appiccicò sul frigorifero. Diceva che almeno ogni volta che avessi preso una birra sarei stato costretto a leggerla, e che quella era la cosa più bella che avesse mai letto sull’amore. Fidati, lei se ne intendeva: stava tutto il giorno con il naso ficcato dentro quei libri.»
Verso le sette prendeva il suo borsello con lo scudetto della Roma stampato sopra e io facevo finta di avere i conati di vomito, quando se lo metteva; una scenetta stupida che però ci divertiva. Chiudeva la gabbiola e mi salutava portandosi via le bottiglie vuote che avrebbe buttato nella campana del vetro prima di risalire in macchina e tornare a Monteverde, dove abitava con un gatto quasi completamente cieco.
Io rientravo in casa, con la spensieratezza di un carcerato al quale era scaduta l’ora d’aria. Ero disperato: approfittare della debolezza dell’altro per affermare la propria forza era esattamente quello che facevamo io e Martina dal giorno in cui avevamo messo piede in quella casa. Come cavolo faceva a saperlo, quel Cesare Pavese lì?
Mi buttavo sul divano e accendevo la televisione e continuavo a fare zapping sempre più infastidito dalla gentaglia che la abitava. Giornalisti, opinionisti, pseudo artisti, politicanti di bassissima lega, e finivo per deprimermi sempre di più. A forza di scorrere arrivavo fino alle emittenti locali, piene di telepromozioni dozzinali che comunque mi sembravano più oneste di qualsiasi altro programma della tv generalista. Le guardavo così spesso che finii quasi per innamorarmi di una ragazza in sottana che si rotolava maliziosamente su un materasso per appurarne la comodità e giustificarne il prezzo. Esorbitante. Così dovetti smettere di guardare anche quelle per non aggravare ulteriormente una situazione che dentro casa si era già fatta fin troppo tesa.
Martina sbrigava le faccende domestiche, lanciandomi sguardi eloquenti della sua intolleranza nei miei confronti. Io non rispondevo a provocazioni. Guardavo fisso nel vuoto oppure la squadravo a mia volta con lo sguardo di chi finge di non sapere cosa ci sia che non va. Lei, rassegnata, si attaccava al telefono con sua madre e io tornavo a scorrere i canali all’indietro, fino a Rai Uno, dove provavo a indovinare la Ghigliottina. Avevo calcolato una mia personale percentuale media di successo intorno al 60-65%, e fantasticavo su ciò che avrei potuto fare se avessi vinto davvero il montepremi della serata. Ma poi consideravo che come diceva sempre il conduttore “da casa sembra sempre più facile” e, soprattutto, che quel montepremi, anche se avessi risposto correttamente, non spettava a me. Allora rimanevo a fissare lo schermo, ma senza guardarlo realmente, in attesa della cena. Quando partiva la sigla del telegiornale spegnevo la tv e andavo a fumare una sigaretta affacciato alla finestra. Nel cortile condominiale c’era una tartaruga che se ne stava sempre con la testa rintanata e il guscio insaccato in un angolo.
Mia moglie – ancora non mi ero abituato del tutto all’idea di chiamarla così – lavorava a casa. Almeno tre volte a settimana venivano bambini o ragazzi con qualche disturbo dell’apprendimento o semplicemente con poca voglia di studiare, per svolgere i compiti insieme a lei. Quelli erano i momenti in cui mi piaceva di più: attorcigliava i capelli intorno a una matita, lasciando scoperta la nuca e si metteva di fianco a loro, sfoggiando una ferma dolcezza che mi seduceva. Un po’ invidiavo quei ragazzi, lo devo ammettere, soprattutto Paolone. Era un ragazzino piuttosto in carne, con i capelli tagliati cortissimi e la faccia da spacciatore, che mi guardava in cagnesco tutto il tempo mentre Martina leggeva la lezione dal libro. Con lei, al contrario, era molto affettuoso. Le si avvicinava con la sedia il più possibile e poi mi lanciava sguardi di sfida. Paolone non era il suo vero nome, io lo chiamavo così perché Paolone era il ragazzino antipaticissimo che faceva incazzare Renato Pozzetto nel film 7 chili in 7 giorni, colonna portante della mia formazione cinematografica.
La mia parte di contributo economico alla famiglia io la davo invece lavorando come impiegato in una grande e famosa casa discografica.
Tutti mi chiedevano sempre di raccontare qualche aneddoto, elettrizzati all’idea che facessi parte di un mondo così glamour.
Sì, poteva capitare di incontrare Vasco Rossi o Massimo Ranieri alla macchinetta del caffè, è vero, ma non potevo certo considerarmi un loro amico o avere qualche aneddoto spiritoso. Ritiravo il caffè dal distributore automatico e me lo andavo a bere nella mia stanza, a testa bassa, senza che loro neanche si accorgessero che fosse passato qualcuno, mentre nel palazzo si era sparsa la voce e si stava creando già la fila per elemosinare una foto.
Gli artisti che passavano di là non ti guardavano neanche, e se lo facevano era solo per ricordarsi di quanto poteva andargli peggio nella vita. Le ragazze più carine non ti calcolavano, ovviamente, quando nella stanza accanto avevano la possibilità di flirtare, che ne so, con Nek.
I superiori erano di solito tipacci raccomandati che tentavano di giustificare la loro immeritata posizione di comando con un autoritarismo sconclusionato. Quando avevano qualcosa da proporti ti dicevano sempre “non devi rispondere subito, parlane con tua moglie, prima”, come se per loro, puttanieri incalliti, la famiglia venisse prima di tutto. Se provavi ad avanzare qualche rimostranza venivi tacciato di essere negativo e privo del necessario ottimismo di cui non solo l’azienda, ma l’intero Paese aveva un bisogno cane.
Insomma, un posto di merda.
Infatti ogni mattina speravo di girare l’angolo e trovare una grande buco al posto di quel palazzo, una specie di Ground Zero che mi avrebbe permesso di girare i tacchi senza colpo ferire, e tornarmene a letto a leggere David Foster Wallace.
Lo stipendio però era buono, e il lavoro consisteva nell’inviare, ricevere o inoltrare decine e decine di e-mail al giorno, il cui contenuto, alla fin fine, era sempre lo stesso. Per il momento, si poteva fare.

“Non li fa il diavolo”, otto lettere. Co-per-chi. Coperchi.
Un pomeriggio, mentre risolvevamo un cruciverba della Settimana Enigmistica, Amedeo mi sembrava particolarmente giù di tono.
Inserita tra i riquadri neri e bianchi c’era una fotografia di Brandon Lee, il figlio di Bruce, quello che morì durante le riprese del film Il corvo, quando una pistola che doveva sparare a salve sparò per davvero.
Da lì cominciammo a parlare della morte e del destino, di complotti e di vita ultraterrena.
«Una cosa è certa» mi disse «la cosa o la persona che ti uccideranno sono già in giro. Che tu sia un uomo, una cellula impazzita o un virus letale, da qualche parte c’è già un proiettile con il tuo nome scritto in bella grafia, proprio come quello che è inciso all’interno della fede nuziale di tua moglie».
Lo ammetto, mi spaventò. Non tanto perché pensai che quel ragionamento filava, ma soprattutto per il modo in cui Amedeo lo espose: aveva gli occhi spenti e una voce ancor più roca del solito. Restammo zitti, mentre lui ogni tanto aggiungeva qualche parola al cruciverba.
Poi ricominciò:
«A proposito del discorso dell’altro giorno, ci ho pensato meglio. C’è un modo per capire se la ami davvero».
Lo implorai di dirmelo, che ne avevo sempre più bisogno.
Lui mi fece un esempio strano.
«Diciamo che tua moglie ha paura dei serpenti. Molta paura. Come si dice? Una fobia. Ok, domani sera mentre rientri a casa in macchina da solo, nella penombra del tramonto, vedi qualcosa muoversi nello spazio del poggiapiedi del sedile accanto al tuo. Ti fermi, guardi meglio, e ti accorgi che, chissà come, un bel biscione se ne sta attorcigliato su sé stesso, impaurito, con la testa leggermente alzata, pronto a difendersi in caso di pericolo. Non sai di che serpente si tratti, non sei un esperto, ma sai anche che molto probabilmente è innocuo, visto che vivi a Casal Monastero e non in Papa Nuova Guinea.
Lì per lì ti spaventi, certo, ma poi ti fai coraggio e prendi una vecchia scatola delle scarpe che trovi nel bagagliaio. I serpenti non ti fanno particolarmente paura, di sicuro non come a tua moglie, e riesci, aiutandoti con un ombrello, a metterlo dentro la scatola e a chiuderla per bene con due o tre giri di scotch. Sei talmente lucido che pensi anche di fare sul coperchio qualche buco con una penna, per non farlo morire asfissiato. Poi riparti verso casa.» Amedeo salutò con la mano e un cenno delle sopracciglia l’avvocato Rinaldi che rincasava. Poi riattaccò:
«Non sai che fare, è tardi, hai fame e hai bisogno di una doccia. Sai che se chiami le forze dell’ordine ti scaricherebbero a qualche ente per la tutela degli animali, che a loro volta ti farebbero mille domande e ti farebbero perdere troppo tempo. Decidi di lasciarlo lì, nella sua bella scatola arieggiata, solo per quella notte. Domani, con calma, deciderai il da farsi. Mi segui?»
Feci di sì con la testa, aggrottando leggermente la fronte però, ché non capivo come questa storiella mi avrebbe potuto spiegare se fossi veramente innamorato di Martina.
Lui continuò:
«Perciò: sali a casa. Saluti tua moglie con un bacino. E poi? Che fai? Le racconti tutto, anche perché muori dalla voglia di raccontare quella storia assurda a qualcuno, ben sapendo però che per lei sarebbe uno shock anche solo pensare che al posto dove solitamente siede ci sia quel coso, che non oserebbe neanche pronunciare, e che probabilmente non metterebbe mai più piede nella tua macchina?
Oppure, opzione B: non le racconti niente, fai il disinvolto, però ti rimane dentro quella sensazione che le stai tenendo nascosta qualcosa che non vedevi l’ora di condividere; e con chi dovresti farlo se non con tua moglie? Rimarresti tutta la sera a pensare al rettile chiuso in quella scatola nella fila di macchine parcheggiate lungo il vialone sotto casa, e ti sentiresti in colpa come se la stessi tradendo, non raccontandole la verità.
La domanda è: cosa farebbe un uomo veramente innamorato? Tutta la verità, anche a costo di ferirla? O una bugia a fin di bene, ma pur sempre una bugia, una mancanza di condivisione e complicità?»
Rimasi con lo sguardo sul cruciverba, sui pochi quadratini rimasti bianchi.
«Non lo so» conclusi «dimmelo tu».
«È quello il problema: non lo so neanche io».
Poi ci salutammo come tutte le sere.
Chiuse la porta in alluminio della sua gabbiola e mise la chiave nella tasca interna del cappotto, un Montgomery che gli stava un po’ troppo largo. Dopo la morte della moglie era dimagrito parecchio e forse quel Montgomery era stato acquistato prima che accadesse tutto.
Io rientrai a casa, con la strana storia del serpente che ancora mi ronzava in testa.
Paolone era andato via e Martina era ai fornelli, cercando di domare con il cucchiaio di legno un soffritto che soffriggeva più del dovuto. Come detto, lei ci provava.
Le arrivai vicino e la abbracciai da dietro, posando la gola sull’incavo della sua spalla. Lei voltò la faccia, stupita da quell’improvviso attacco di tenerezza. Dallo sguardo capii che aveva gradito. Mi sorrise.
Poi mi andai a sedere sul divano.
CAPELLI
CAMBIARE
CUCCHIAIO
SANTO
VERGINE
La parola di quella sera era “OLIO” (facile), la indovinai subito e la indovinò anche il concorrente in studio. Il montepremi però se lo prese tutto lui, la bellezza di 210mila euro.
La sigla del telegiornale delle venti mi avvisò che era passato un altro giorno.
Presi due foglie di insalata dal frigorifero.
«Vado a darla alla tartaruga in cortile» le dissi.
«Credo che si dica testuggine» mi rispose sorridente, continuando a mescolare nella padella. «Le tartarughe sono quelle d’acqua».
«Vado a darla alla testuggine allora, e alla tartaruga niente» replicai, sperando di farla ridere.
Ci sedemmo a tavola a mangiare. Una pasta e patate cremosa e bollente mi ricordò che avevo una moglie, un piatto caldo, un tavolo che avevo scelto io, tra tanti. C’era qualcosa di mio in quella vita che mi sembrava di un altro: bastava saperla riconoscere.
Martina mi raccontò la sua giornata. Era riuscita a fare l’autolettura del gas, bastava leggere i numerini sul contatore ma solo quelli neri, escludendo quelli rossi. Mi disse che le sarebbe piaciuto rivedere quel vecchio film, quello con Morgan Freeman e Tim Robbins che riesce a evadere dal carcere scavando per vent’anni un tunnel con tanta pazienza e un martelletto da roccia.
Per secondo c’era la frittata, una bella frittata con le cipolle e le zucchine, perfettamente posata sul piatto in tutta la sua circonferenza. Le dissi che quelle piccole cose, in fondo, andavano apprezzate di più.
Alle venti e ventitré fummo travolti da un boato.
Imparammo così che il rumore che fa un uomo quando si schianta sul pavimento di un cortile dopo essere precipitato per sette piani, è molto più forte di quanto si possa immaginare. Non sembra prodotto unicamente dalla forza gravitazionale, ma piuttosto ricorda un’esplosione. Come se qualcuno avesse fatto scoppiare un grosso petardo, di quelli che esplodono allo stadio, che fanno vibrare le vetrate della curva e ammutoliscono per qualche istante il telecronista.
Istintivamente ci eravamo alzati da tavola e allontanati dalla finestra, da dove sembrava provenire il botto. Ci guardammo atterriti, entrambi scaraventati sulla parete opposta, incollati l’uno all’altro. L’istinto della paura unisce più di mille sonetti d’amore.
Mi precipitai alla finestra e scostai la tenda.
Il risultato di quell’esplosione mi si presentò in tutto il suo orrore. Il grande Montgomery blu nascondeva alla vista i particolari più scabrosi, ma una corona di schizzi si distendeva da quel fulcro, come la raggiera cristallizzata di un gioco pirotecnico. Alcuni rivoli di sangue scuro si allontanavano seguendo le fughe irregolari della pavimentazione, lenti e densi come antichi fiumi del Colorado.
La testuggine era rimasta all’angolo, inconsapevole, di spalle al mondo.

Amedeo, amico mio. Unico e prezioso come tutti gli amici inaspettati che la vita ti regala. Non ti chiedo perché l’hai fatto. Non dovevi spiegarmi niente. Niente di più di quello che mi hai detto tra un sorso di birra e l’altro, tra un 2 verticale e un 26 orizzontale. Mi chiedo solo se dovrò essere io ad avvisare tua figlia. Ecco, non ho capito se a questo ci avevi pensato. Non credo che sarei in grado di farlo.
Sentii il fiato di Martina sbattermi sul collo.
Voleva vedere anche lei. Voleva sapere.
Tenevo il lembo della tenda in mano, e non sapevo che fare.
Dovevo proteggerla da quello spettacolo ripugnante, tenendomelo tutto per me? E chi ero io per deciderlo? Era colpa mia se eravamo fatti di una poltiglia che tendeva a liquefarsi, dopo un volo di trenta metri?

Amedeo era salito in macchina, dopo avermi salutato. Forse era anche partito, immettendosi nel flusso incessante del traffico romano. Poi però aveva rinunciato. Chissà, magari aveva pensato che non aveva più senso illudersi. Quella vita per lui non aveva più significato, nonostante tutto il mondo cercasse di convincerlo del contrario, ostentando un ottimismo ipocrita e privo di ogni fondamento.
Era tornato indietro, era entrato nel palazzo. Aveva gettato l’ultima occhiata alla sua portineria. Aveva salito per l’ultima volta, uno a uno, i sette piani di scalini su cui tante volte aveva passato lo straccio. Un piacevole senso di liberazione gli ricordò che dalla settimana prossima quel compito sarebbe toccato a qualcun altro.
Aveva aperto la porta arrugginita che conduceva al terrazzo.
Poi era salito sul parapetto. Aveva fumato una sigaretta, giusto per concedersi gli ultimi cinque minuti in cui ripensare a ciò che di bello aveva vissuto. Non tutto era stato da buttare.
La città continuava a brulicare, ignara e indifferente alle piccole vicende umane come solo una città eterna sa essere.
Il proiettile con su scritto il suo nome era lui stesso, dunque. Poteva succedere, pensò. Avrebbe raggiunto Carla, di questo ne era sicuro.
Sorrise al pensiero di sua moglie, e si lasciò andare.

Con il lembo della tenda in mano e il fiato impaurito di Martina sul collo, alla fine mi decisi anch’io.
Mi feci da parte e spalancai il sipario con la teatralità di un prestigiatore sul palcoscenico. Non c’era nessun trucco, però. Quel corpo straziato non si sarebbe magicamente ricomposto nello scompiglio di una nuvola di fumo finto.
Martina fece un passo avanti, e io le osservai la nuca, mentre lei cadeva nell’orrore. Provai pena per lei, ma sotto sotto, mi duole ammetterlo, anche un’ombra di sadico piacere.
L’amore, se esisteva davvero, ancora non riuscivo a distinguerlo dalla massa di tutti i sentimenti che mi premevano sulla bocca dello stomaco.
Però volevo che vedesse.

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