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Se solo riuscissi a ricordare

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Illustrazione di Agrin Amedì
«Arriviamo al dunque signor Novelli, cosa le è successo qualche ora fa? E perché si è buttato in mezzo alla strada in quel modo?»

«Arriviamo al dunque signor Novelli, cosa le è successo qualche ora fa? E perché si è buttato in mezzo alla strada in quel modo?»
Se solo riuscissi a ricordare la catena degli eventi che mi ha portato al chiosco dei fiori all’angolo della strada, in evidente stato confusionale o almeno così hanno detto, riuscirei di certo a far chiudere la bocca al tizio in divisa e occhialetti tondi che mi squadra dalla testa ai piedi da almeno mezz’ora. Se solo riuscissi a dargli almeno un dettaglio, uno qualsiasi, quantomeno la smetterebbe di ripetermi in continuazione la stessa frase in mille modi diversi, come se cambiando l’intonazione riuscisse anche a cambiare il risultato della nostra conversazione. E no, caro mio: non ricordo proprio niente. In ogni caso, anche se sprecassi quel poco fiato che ho per dirglielo non mi crederebbe. Così preferisco fissarlo in silenzio mentre la sua bocca volteggia su e giù, come un pesce rosso fuori dalla boccia, in cerca di ossigeno e di risposte che io non sono in grado di dargli.
«Le lascio un po’ di tempo» mi dice, e si avvia verso l’uscita.
Non ho le mie sigarette, cazzo. Mi avrebbero schiarito il cervello. Cosa darei per sentire, per un attimo, l’odore forte di nicotina penetrarmi nei polmoni. Per poi tirarlo fuori con violenza e far entrare aria pulita, pura, e compiere il mio piccolo rito liberatorio.

Mister poliziotto impegnato rientra in stanza, portandomi dell’acqua.
«Allora Signor Novelli, adesso riesce a dirmi qualcosa? Quattro autovetture coinvolte… è una fortuna che nessuno si sia fatto male.»
Continuo a non rispondergli, anche perché è tornato con un grosso panino con l’hamburger che tiene stretto tra le mani unte. L’odore di cipolla fritta mi dà la nausea. Storco il naso e mi volto dall’altro lato. Lui pare capire ed esce di nuovo dalla stanza.
Quell’odore nauseabondo mi fa pensare a Misaki e al puzzo dell’aspirapolvere in funzione. Chissà ora com’è in pensiero per me, dal momento che da ore i poliziotti mi tengono relegato in questa stanza in osservazione, come un alieno che nessuno sa come analizzare.
Stiamo insieme da così poco tempo che potrebbe pensare che l’abbia lasciata lì sola, già stufo di lei. Se solo sapesse che grazie alla sua presenza silenziosa ed elegante sono riuscito a dimenticare tutti i grandi fallimenti della mia vita. Le devo molto, è merito suo, e mi è letteralmente caduta dal cielo direttamente tra le braccia: si è presentata a casa mia tempo fa per cercare di vendermi un’aspirapolvere. Mi ha incuriosito subito dal momento che raramente ho avuto a che fare con donne asiatiche, perciò la feci entrare, anche se dei suoi prodotti mi interessava ben poco. Lei era minuta ma graziosa. Mi stupii quando notai che non mi arrivava neppure al petto: la associai a una canna di bambù, così piccola e sottile che un solo soffio di vento avrebbe potuto trascinare via senza difficoltà. Profumava d’incenso e di erbe orientali e ne fui subito affascinato. La feci accomodare in salotto e le permisi di parlarmi, per un tempo che mi sembrò un’eternità, di quell’aggeggio che non avrei mai comprato, né tantomeno mai usato in vita mia. Le feci però subito capire che ero più interessato a lei che ad altro, e arrossì senza dire nulla. Tipico delle donne orientali, mi dissi. Ero tentato di lasciar perdere dopo l’ultima rovinosa esperienza con Giulia ma lei insistette nel chiedermi dati e informazioni personali, e riaccese la mia speranza in una relazione migliore. Fissammo altri appuntamenti con la scusa dell’aspirapolvere. Le permettevo di provarlo sul tappeto della taverna, nel seminterrato, anche se una volta in azione quel marchingegno del diavolo puzzava terribilmente. Peggio delle cipolle fritte. Io resistevo solo perché mi concentravo su di lei, per captare ogni minimo segnale d’interesse. E ne colsi parecchi: i sorrisi compiaciuti, il fatto che sfiorasse la mia mano porgendomi l’attrezzo, i rossori improvvisi. Poi mi disse che sarebbe venuta un’ultima volta per concludere e io capii subito cosa voleva. Fui molto felice della sua improvvisa apertura nei miei confronti. Quando corsi per strada, lei era a casa mia e ci eravamo appena fidanzati. Ecco… inizio a ricordare.
«Stavo correndo a comprare dei fiori» dico di colpo a mister spossatezza, appena rientrato nella stanza. Lo vedo stupito, mentre si siede rigido davanti a me.
«Alla buon’ora signor Novelli. Su, mi dica…»
«Sì, ero diretto al chiosco al centro della strada, per comprare i fiori rosa esposti fuori. Mi ricordavano i Sakura, ciliegi giapponesi. Sa, un regalo per la mia nuova ragazza. Ero talmente preso dall’entusiasmo di farle una sorpresa che non mi sono reso conto del semaforo rosso. Ero già al centro della strada quando ho sentito un forte boato. Poi credo di aver avuto un attacco di panico. Solo adesso inizio a ricordare, mi dispiace.»
«Capisco» dice il poliziotto deluso dalla mia ricostruzione dei fatti. Compila un modulo e mi saluta con fare cordiale, ma i suoi occhi lasciano trasparire una certa diffidenza.
«Per ora può andare. La richiameremo noi.»

Sono felice di essermi finalmente tolto di dosso le occhiate indagatrici del poliziotto. Mi sento sollevato, leggero, e mi affretto verso casa, pensando a Misaki. Deve essere molto preoccupata non vedendomi tornare da diverse ore. Raggelo al pensiero che possa essere andata via, ma poi ricordo quanto è educata e so che non lascerebbe mai casa mia senza salutarmi. Passo dal chiosco e compro i fiori rosa. Sono così belli, un degno regalo per una come lei.
Entro in casa e sento i suoi lamenti provenire dalla taverna. Accorro, premuroso, per vedere come sta e tranquillizzarla. Per farle sapere che ci sono, sono lì per lei, nessuno ci potrà mai separare.
Quando mi vede i suoi occhi supplicanti mi chiedono qualcosa che non riesco a capire ma non posso toglierle il fazzoletto dalla bocca, non ho voglia di sentire frasi che rovinerebbero la perfezione di un momento come questo. Dimena braccia e gambe con una forza che io non pensavo potesse avere, ma sono piuttosto tranquillo, so come fare un nodo perfetto. Mi avvento su di lei con foga, ed è quello che vuole, lo percepisco. Sento il suo fiato pesante, il suo corpo che si apre al mio tocco, le sue guance bagnate sotto la mia bocca ansimante. Piange di gioia, piange per quel momento che nessuno dei due dimenticherà mai. Nel momento stesso in cui raggiungo quell’estasi tanto agognata, afferro l’aspirapolvere e lo scaravento sulla sua fragile testolina mora.

Sono affranto, adesso, perché non sento più nulla. L’ennesimo fallimento delle mie relazioni, ed è già finita, per sempre. Mi accendo una Winston blu. La nicotina mi entra dentro, vagando in cerca di ogni piccola intercapedine del mio corpo. Al suo passaggio ogni parte di me diventa catrame, nera, cancerogena. Poi però basta espirare tutto fuori, con forza, e l’aria pulita torna a riempire i miei polmoni. E il mondo intorno a me ritorna alla normalità. Prendo i fiori rosa e realizzo con il corpo di Misaki una composizione meravigliosa che riporta alla mente terre lontane e misteriose. Lei è la mia opera migliore: i fiori emanano un profumo speziato e le si attorcigliano con grazia intorno alle membra esili, tanto che pare un albero in piena fioritura. Scatto una foto con la Polaroid, facendo attenzione a catturarla nell’inquadratura perfetta, l’unica che mi permette di scorgere la sua anima. Poi, stanco di quella immagine, la ripongo dentro il cassetto della scrivania. È il mio modo di dirle addio. Ma non sarà da sola, mai più. Insieme a lei, avvolta in un profumo forte e avvolgente nel suo completo a balze, Rosalinda terrà per sempre nella mano destra una tazza di caffè e nella sinistra un mazzo di orchidee viola. E Giulia, con i suoi capelli dorati e il profumo frizzante dell’estate, farà invidia al sole, splendendo in eterno in un campo di girasoli appassiti. 

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