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Lo zoo casalingo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ancora non si capacitava di come le fosse scappato quel: «Allora tutti a casa mia per martedì». Con i colleghi d’ufficio in sette anni aveva scambiato sì e no dieci parole, oltre ai ‘buongiorno’ e ‘a domani’ di buona creanza.

Ancora non si capacitava di come le fosse scappato quel: «Allora tutti a casa mia per martedì». Con i colleghi d’ufficio in sette anni aveva scambiato sì e no dieci parole, oltre ai ‘buongiorno’ e ‘a domani’ di buona creanza. Lei che non aveva mai sentito la mancanza di quell’afflato cameratesco convinta che ognuno stesse bene nella sua bolla di individualità, si era sentita all’improvviso tirata in causa quando Luigi aveva proposto «Ma perché non ci vediamo fuori, a casa, che ne so, di…»
Non lo aveva fatto finire. Aveva alzato la testa oltre i due monitor che nascondevano la sua vista allo sguardo degli altri e zac: «Allora tutti a casa mia per martedì».
Ora, a mente fredda, mentre nervosamente faceva mulinare i pedali della sua bici verso casa, cominciava a preoccuparsi. Non tanto per lo spazio. Nel suo seminterrato di 25 metri quadri, 5 persone in piedi, certo che sì, in piedi ci stavano comode. Alle brutte c’era la chiostrina con la bella camelia, ci si poteva accomodare lì.
Non tanto perché fossero trascorsi molti anni dall’ultima volta che aveva avuto ospiti in casa. Si ricordava ancora la definizione dell’ultima amica che avesse messo piedi nel suo regno: «Sembra la casa di un’universitaria». Peccato che fossero passati più o meno trent’anni dalla laurea. Erano i suoi animali a preoccuparla. Abituati com’erano alla sua sola presenza, come avrebbero reagito a quell’invasione? All’improvviso le venne da ridere, immaginando la perfida Mariella, impettita sul divano, mentre Gattopulce le ruzzolava nei capelli finto corvini; mimetizzato alla perfezione avrebbe tirato fuori le unghiette dalle zampe anteriori e si sarebbe divertito a giocare con le vistose scaglie di forfora oppure avrebbe solleticato la cute tardo sessantenne con le tenere e pelose zampe posteriori. Sicuramente non sarebbe riuscita a percepire il miagolio divertito, vista la bassa frequenza di quel suono che solo lei, dopo anni di meticoloso ascolto, era riuscita a captare, e che nelle notti solitarie, dal cuscino accanto al suo, si trasformava in un ronfo di beatitudine che cullava i suoi sonni. Certo non ci pensava proprio a mettere in gabbia Picchione; lo aveva raccolto stremato e mezzo acciaccato sulla banchina del lungotevere, intrappolato nei chilometri di cavi elettrici dell’Estate Romana. Nel frastuono di una fiumana di gozzoviglianti umani, nessuno dei quali sembrava disposto a rinunciare a una briciola di quintali e quintali di tapas, pizze, hamburger e kebab, Picchione l’aveva catturata con quegli occhi imploranti. Girava il capo nero e i grandi mustacchi ora di qua ora di là, lentamente, l’aveva studiata e aveva capito che si poteva fidare di quell’unica umana senza cibo in mano. Lei lo aveva preso in grembo, aveva accarezzato le sue piume verdi che di colpo divenivano argentee. Chissà cosa avrebbe pensato Luigi di tutti quei buchi nelle porte e nei mobili. Le scocciava così tanto l’aria che avrebbe assunto il plurilaureato che aveva litigato con la grammatica italiana; soprattutto non le piaceva l’idea di dover spiegare che quei buchi erano il passatempo preferito del suo amato volatile, libero di svolazzare per i famosi 25 metri quadri di appartamento e che trovava irresistibile, con il suo becco a scalpello, il sapore del legno delle sue porte.
Ma la cosa che più la impensieriva era la doccia con cui Balefino avrebbe salutato tutti; come spiegare che era il benvenuto a loro riservato se avessero deciso di spostarsi nella chiostrina? La notte, e quando lei era al lavoro, era confinato nella cisterna abbandonata del condominio, ma appena lei arrivava lo portava nella grande vasca rotonda sotto la bella camelia e dà li spruzzava allegramente la sua padroncina. Era arrivata lì da una moneta da 5 lire del 1954. Aveva girato di tasca in tasca, di borsellino in borsellino poi era finita in una teca di un collezionista folle e poi in un laboratorio buio e puzzolente per anni e anni. Lei l’aveva trovata per caso, l’aveva raccolta e nascosta nella mano. Da quella monetina di azzurro lucente, una volta a casa era schizzato fuori Balefino. Non più errore, non più merce di scambio, non più pezzo raro ma un amico e compagno di giochi.
E sia. Ormai era fatta. Appena fosse arrivata a casa ne avrebbe parlato con tutti loro. Era certa che avrebbero trovato una soluzione. Anche perché non aveva voglia di tirarsi indietro. Aveva infilato la bici nella rastrelliera, tirato un sospiro e, una volta aperta la porta, subito sentì le fusa di Gattopulce sull’avambraccio, Picchione svolazzante sulla sua testa e il canto di Balefino dalla cisterna: era a casa.

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