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Incontro


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Illustrazione di Agrin Amedì
Lei perfetta nel suo abito bianco corto aderente di viscosa, perizoma e push up in tinta. Capello biondo abboccolato, sopracciglia tatuate, lenti a contatto colorate, smalto rosa e labbra con refill in tinta, rese più turgide forse da un recente botox.

Lei perfetta nel suo abito bianco corto aderente di viscosa, perizoma e push up in tinta. Capello biondo abboccolato, sopracciglia tatuate, lenti a contatto colorate, smalto rosa e labbra con refill in tinta, rese più turgide forse da un recente botox. Qualche anno in più del ragazzo, ben celato dietro un foulard di Dior.
Lui più giovane, asciutto, discretamente palestrato. Sopra il filo di barba curata, unica parte non depilata del suo corpo, se si eccettua il pube, occhiaie e rughe di espressione ai lati degli occhi coronati da sopracciglia ad ali di gabbiano. La maglietta griffata stropicciata sotto la giacca inglese leggera, comprata usata al mercato di via Sannio.
Si sono agganciati sulla pista da ballo e sono scivolati fuori senza dirsi una parola e senza smettere di ballare, quasi posseduti da un istinto primordiale. Hanno guadagnato la prima panchina libera, in penombra, al bordo della pista del galoppatoio di Capannelle. Lei gli ha slacciato la cintura d’El Charro, un pezzo vintage originale anni ottanta trovato a Porta Portese; ha sbottonato i Levi’s 501 original fit a sigaretta, con orlo rigorosamente sopra la caviglia e gli ha abbassato con decisione i boxer di maglina Dolce e Gabbana.
Poi lo ha spinto a sedere e dandogli le spalle si è seduta su di lui, senza nemmeno spogliarsi, salvo gli slip.
Non un bacio, non uno sguardo, a parte gli occhi del serpente tatuato sulle spalle di lei, fissi in quelli del ragazzo attraverso lo scollo posteriore del vestito.
In pochi minuti si è consumato tutto.
Lei in silenzio si è rinfilata gli slip e senza girarsi si è allontanata ondeggiando sul tacco sedici bianco lucido in direzione della pista.
Lui è rimasto lì seduto, incerto sul da farsi. Si è rivestito e si è acceso una sigaretta, una Dunhill rossa di pregiato tabacco della Virginia.
Finita la sigaretta decide di andarsene. La serata ha ormai raggiunto il suo apice.
Estrae il suo I-Phone, comprato a rate, per avvisare gli amici con i quali è venuto di trovarsi un taxi per il ritorno. Poi spegne il telefono.
La notte è limpida e stellata, di quelle nelle quali al ragazzo piace fare “il giro lungo”, come lo chiama lui, prima di rientrare a casa. Tanto sa che non dormirà comunque.
Adora quell’ora, quando l’Appia Antica dorme. Niente turisti né ciclisti e neppure coppiette in cerca di fondali romantici per incontri amorosi. Solo sepolcri, coperti da rampicanti ai lati della strada, che proiettano ombre al passaggio dei fari della macchina. Il suo gioiello, una Lancia Fulvia coupè del ’75 color sabbia, 1.300 di cilindrata, 90 CV, interni in radica, contagiri e contachilometri, doppio carburatore, 160 km orari dichiarati dalla casa.
Il motore a filo di gas e le sospensioni sulle antiche basole producono un lieve rumore che non scalfisce l’eterno silenzio. Una mano accarezza il pomo di legno della leva del cambio a cinque marce, una rarità per gli anni Settanta, mentre l’altra trattiene sicura il piccolo volante sportivo di pelle leggermente screpolata dal tempo. Ogni tanto spinge sull’acceleratore con la punta della polacchina Clarks, color tortora, così per farsi sentire dai proprietari delle ville che lambiscono la via, magari per svegliarli.
I fari all’improvviso illuminano una figura che gli si pone in mezzo alla strada con le braccia alte in segno di aiuto. Lui frena. La ragazza si affianca, impugna la maniglia cromata, apre la portiera e sale sull’auto mettendo la sicura.
La sua prima reazione è cercare istintivamente il cacciavite nel portaoggetti dello sportello, quello che usa quando il finestrino si incastra.
Lei spalanca due occhi pieni di paura e pronuncia una sola richiesta, quasi una preghiera: “Civitavecchia”.
Lui guarda la spia del serbatoio, già in riserva; sa che nel portafoglio ha solo dieci euro.
Soppesa i rischi della situazione e alla fine le propone la vicina stazione degli autobus. Lì, se trova qualcuno, potrà chiedere un passaggio fino a casa.
Lei accetta. Del resto accetterebbe qualsiasi destinazione che la portasse lontano da lì.
Lui parte e lei socchiude gli occhi, rannicchiandosi in silenzio sul sedile di pelle con finiture a mano.
Mentre guida la osserva.
La maglietta a dolce vita attillata, bianca, è dozzinale, forse di Zara, più probabile H&M. E’ sporca sul petto, forse di sangue: spera almeno sia secco.
La gonna è corta e le calze autoreggenti sono smagliate in più punti. Non ha soprabito né borsetta.
Non potrebbe dirsi bella ma piacente, sicuramente giovane, procace ma poco curata: unghie rose sino alla radice e mani rovinate da lavoro, sopracciglia folte e scure, rimmel colato come se avesse pianto, residui di rossetto impastato sulle labbra carnose. Lividi bluastri sui polsi che, quasi si sentisse osservata, si affretta a nascondere abbassando le maniche della maglietta.
Forse dovrebbe capire cosa le è successo. Al limite proporle di accompagnarla alla Polizia. Ma in fondo, poi, a lui cosa importa: che se invece di fare il “giro lungo” andava diretto a casa, a quest’ora era già nella sua parure Bassetti, con il piumino danese estivo, abbracciato al suo guanciale memory su materasso waterlily.
Pochi minuti e lo stazionamento dei pullman è in vista. Raggiunge la pensilina deserta, tocca la spalla della ragazza assopita, che si sveglia in un sussulto. Lui scende senza nemmeno spegnere il motore e gira intorno all’auto per aprirle la portiera. Lei esita guardandosi intorno con inquietudine.
Si attacca con le mani al sedile in un gesto di resistenza estrema.
Lui le serra il braccio, con decisione ma evitando i polsi lividi, cominciando a tirarla per farla uscire.
Lei oppone resistenza, l’ennesima in questa notte da incubo. Lui non desiste, amplifica lo sforzo evitando un’eccessiva compressione sul braccio.
La ragazza pensa che questo tizio non è diverso dagli altri, da tutti gli altri, e che se solo sapesse guidare gli sbatterebbe in faccia lo sportello della sua macchina fighetta e lo lascerebbe lì a cercarsi “un passaggio fino a casa”.
Alla fine, vista l’assenza di alternativa, cede. Si solleva dal sedile, rassegnata, esce dalla macchina e si incammina senza voltarsi indietro, oscillando incerta su un tacco spezzato in direzione di una panchina illuminata.
Lui rientra in macchina accaldato dallo sforzo. Inquadra la ragazza nello specchietto. Si è seduta.
Pensa con irritazione che almeno un grazie poteva farselo uscire dalla bocca, sta stronza, vista la fortuna che ha avuto ad incontrare lui, con tutta la brutta gente che gira di notte.
Dopo un’occhiata veloce allo specchietto per aggiustarsi le sopracciglia, si accende una sigaretta, ingrana la marcia e parte sgommando.

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