Condividi su facebook
Condividi su twitter

Il numero 5

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Entrò nella sala scommesse con la sicurezza dell’undicesima piaga d’Egitto pronta ad abbattersi su noi poveri sportellisti.

Entrò nella sala scommesse con la sicurezza dell’undicesima piaga d’Egitto pronta ad abbattersi su noi poveri sportellisti. Lui, il terribile cliente dell’ultimo minuto. Con passo spedito e largo nelle sue Squalo targate 2002, la suola scollata al punto giusto e un colore papabile tra il grigio ferro e il marrone fanghiglia, raggiunge il bancone per poter sbancare una vita di precariato e pessime decisioni con 0.50 centesimi sul “5” vincente ai cavalli. Non lo conosco di persona, come non potrei mai conoscere le decine di anime perdute che passano di qui; eppure so già chi è, me lo dicono i suoi occhi sanguigni pregni di Tavernello del giorno prima, gonfi e febbrili, che sfrecciano da uno schermo all’altro in cerca della sua dose di ludopatia serale, in attesa della fatidica Svolta. Occhi che studiano le quote più alte, miopi acquosi e appannati, catturati solo dai colori vividi delle giubbe dei fantini. Occhi che non mi vedono neanche mentre con una mano mangiata e ossidata mi allunga qualche spicciolo da contare e a tentoni si prende la sua schedina, già voltato verso lo schermo e in chissà quale ippodromo con la mente. Vedo la tensione dell’arrivo nelle guance flaccide e rosse, rasate male e chiazzate vicino alla gola da crostaceo che si tende fino al limite, quasi volesse correre anche lui insieme al fantino pur di arrivare al traguardo. Non riesco a distogliermi da questo spettacolo di umanità decaduta. Allungo il collo anche io tenendo gli spicci sudati sul bancone, caricando i muscoli per il rallenty finale che però c’è già stato e il campione sconfitto getta la sua dose accartocciata in terra. Di nuovo fruga frenetico nelle tasche della giacca per sentire un rumore metallico, familiare e salvifico. Anche io torno al mio posto aggiustandomi la camicia con fare disinvolto, accentuando la distanza che per un attimo avevo accorciato tra di noi. Metto da parte i fogli delle quote del campionato da preparare per il giorno dopo, incrocio le braccia e drizzo la schiena senza mai perder di vista il mio ospite che ora caracolla in giro per la sala affannandosi tra le imprecazioni, ravvivando senza sosta i pochi ciuffi grigiastri e flosci che gli adornano la pelata. La giacca è stata esplorata in ogni pertugio offrendo qualche monetina scarsa che nasconde nella mano callosa come una reliquia, allargandosi il colletto della camicia e permettendomi di intravedere oltre il bordo della canotta il petto villoso e coriaceo, dove un piccolo crocifisso dorato fa capolino in attesa di salvare non si sa bene chi. Anche stavolta il cavallo vincente è sicuramente il numero “5”, deduce dopo un’attenta analisi. Così eseguo e consegno la schedina preso da un antropologico interesse nell’osservarlo in azione e da un insano magnetismo nei confronti dell’ometto che mi attrae come la mosca che sbatte contro la porta a vetri, intrappolata dalla sua stessa natura e dall’incapacità di riconoscere l’ostacolo al mondo che c’è fuori. In cambio ottengo i soliti bronzini, un elastico rotto e uno scontrino strappato del 15-18. Mentre la mano ossidata e inanellata si allunga rapace e lesta, una folata di Tavernello oltrepassa il confine invisibile della cassa insieme a quello che potrebbe essere un “grazie” come un “ muori male”. Sempre più coinvolto nel dramma che indubbiamente sta dando colore alla fine del mio turno, accenno una smorfia che si adatterebbe bene sia al ringraziamento che mi illudo di aver sentito, sia al più probabile invito a miglior vita.

Gli occhi sono sempre più elettrici e appannati, guizzano in ogni direzione come la mosca ancora dietro al vetro. Ed ecco di nuovo lo stesso rito. Il cavallo numero “5” che non arriva, le imprecazioni biascicate dalla bocca storta che taglia in due la faccia, le mani che si muovono come granchi nelle tasche della giacca e le monete buttate sul bancone senza neanche essere contate. Tutto pur della Svolta. Posso vedere ora che, mentre fissa la TV in alto a sinistra dove trasmettiamo le corse, spalanca la bocca in cui ora rimangono pochi denti guasti, gialli di tabacco e perdizione. E involontariamente anche io spalanco la bocca alzando lo sguardo, spalanco la bocca in attesa del traguardo, ormai preda del mio stesso gioco.

Finisce tutto come è iniziato, nel tintinnìo delle poche monete rimaste, in quel “5” ai cavalli imprecato al bancone, che prima o poi dovrà pur vincere, che è tutto un trucco, un complotto ai danni dei poveri uomini, che è tutto deciso a tavolino, che ci si diverte a imbrogliare i giocatori, che un tempo c’era un’etica, che l’Italia fa schifo e che non è più come una volta, il mondo va alla malora. Ficca le mani in tasca, inchioda la testa tra le spallucce, sconfitto come quel cavallo che primo non vuole proprio arrivare. Neanche stasera si svolta con 0,50 centesimi caro mio. Quasi lo aspetto per la quarta puntata, perché si sa che la quarta volta è quella buona. Eppure non salgono più monete dalle tasche.

Il tizio raccoglie tutta la dignità che è riuscito a perdere in quei venti minuti scarsi e procede a testa bassa ciondolando verso l’uscita con una sigaretta piegata a tre quarti in bocca. Ogni tre passi gira la testa verso lo schermo, poi altri tre passi, poi torna ad allungare il collo da tartaruga strascicando i piedi mentre la mano ormai viva e impazzita fruga tra le tasche. Finalmente raggiunge le porte automatiche, che si aprono di scatto invitandolo a procedere. Rimane così impalato tra le porte e lo zerbino, al freddo di Febbraio, fissando da dietro i vetri la TV. La sigaretta la fuma il vento, mentre il protagonista indiscusso del mio turno aspetta ancora che il cavallo numero “5” arrivi al traguardo. Mi dispiace amico, la sala ormai è chiusa, forse domani il numero “5” arriverà. Forse domani.

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'