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Respiri, trattenga il respiro

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Illustrazione di Agrin Amedì
Te ne stai lì nuda, spogliata di ogni dignità. Nemmeno le mutande ti hanno fatto tenere. E mentre senti i peli delle gambe che si rizzano e i capezzoli che si induriscono per il freddo, pensi al tacchino di Natale.

Te ne stai lì nuda, spogliata di ogni dignità. Nemmeno le mutande ti hanno fatto tenere. E mentre senti i peli delle gambe che si rizzano e i capezzoli che si induriscono per il freddo, pensi al tacchino di Natale. Stai per fare l’ultima TAC e pensi al momento in cui tua nonna infilava soddisfatta il tacchino nel forno. Uno di quei ricordi che dovrebbe riaffiorare chessò, sentendo il profumo di rosmarino, e invece senti solo puzza di paura e disinfettante. L’infermiere dice che andrà tutto bene mentre tu cerchi di annodarti da sola quella specie di camice che come lo metti lo metti ti lascia sempre il culo scoperto. Anche tua nonna aveva un grembiule, ma il suo aveva una gallina cucita al centro del petto, lo allacciava con un fiocco perfettamente simmetrico, dietro al collo e alla schiena, con movimenti veloci e precisi. Senti la bocca amara, il palato secco, lo stomaco affamato. Ti dici che ormai sei abituata, ma lo sai che non ti abituerai mai a tutto questo vuoto. Lei parlava in modo rassicurante all’animale, infondo le dispiaceva arrostirlo. Aveva un metodo, si ungeva le mani con una salsa profumata di aglio e salvia e cominciava a massaggiare il tacchino, nemmeno fosse suo figlio, lungo il petto, per poi scendere verso le cosce. Faceva dei movimenti piccoli, circolari, delicati, e poi li ripeteva. Stia tranquilla, si sdrai che tra poco cominciamo e ti fa stendere sul piano freddo e sterile con le braccia alzate, la testa ferma, il mento alto. Devi restare immobile. Senti il freddo dell’acciaio che ti si appiccica alla colonna vertebrale e sale su fino al cervello. Un freddo che congela tutto, tranne i pensieri. Tua nonna sorrideva contenta al suo tacchino, aveva un sorriso che accendeva i fornelli e poi ti guardava, gentile, e ti chiedeva il sale, il pepe, e tu trotterellavi fiera per la cucina alla ricerca degli ingredienti, e questo ti faceva sentire importante, mentre adesso non conti nulla, sei solo un numero percentuale, una statistica sfigata. Lei era una donna tutta d’un pezzo, mentre a te ti hanno fatta a brandelli. Sminuzzata come il ripieno del tacchino: pistacchi, castagne, pane raffermo, timo, cipolla e noce moscata. Lo riempiva con una grande siringa e ti faceva leccare lo stantuffo, ma solo alla fine. Lo afferrava per le cosce, risoluta, come se avesse paura che da un momento all’altro quello potesse mettersi a correre per la cucina e ti diceva tienilo che sennò scappa. E tu restavi lì a tenerlo per le zampe, mentre lei lo imbottiva dal culo. Eravate talmente appiccicate che sentivi il profumo dei suoi capelli che ti entrava dentro le narici e nella bocca. Lo deglutisci per sentirlo scendere fino in gola mentre si spengono le luci e quella voce metallica dice che devi restare immobile, che ora la macchina si azionerà e che ti inietteranno il metodo di contrasto, potresti sentire un leggero calore ma non preoccuparti. Le conosci a memoria e ancora non hai capito se il messaggio sia registrato o ci sia qualcuno che lo ripete ogni volta, annoiato. Respiri, trattenga il respiro dice la voce al microfono mentre ti lecchi le dita dopo averle immerse nel succo di prugna e guardi tua nonna in fondo agli occhi, dove sedimenta il piacere. Respiri, trattenga il respiro. Senti i polmoni che si espandono nella cassa toracica e le costole che premono sulla pelle tesa. Il ronzio della macchina ti gira tutto intorno e ti seziona il corpo in milioni di frammenti confusi che speri sempre qualcuno ricomponga poi in modo ordinato. Respiri, trattenga il respiro. Ti esplode sul viso una vampata di calore mentre lei apre il forno e ti dice sbrigati che sennò si raffredda. Tu prendi la teglia e la tieni dritta con tutte le tue forze, sei eccitata e felice. Respiri e trattenga il respiro. Chiudi gli occhi e provi a muovere appena le dita dei piedi e delle mani per capire se sei ancora viva, mentre quella scarica magnetica invade il tuo corpo. Deve cuocere per quattro ore a centrotrenta gradi e va spennellato ogni venti minuti con olio, sale, aglio, rosmarino e il succo rimasto delle prugne mentre senti il calore che ti infiamma le vene e l’incavo del braccio che pizzica, fa freddo ma dentro ti brucia tutto. La pelle deve essere appena abbrustolita dice mentre ti accarezza i capelli. Respiri, trattenga il respiro. Senti un profumo delizioso riempire la stanza, un profumo che resta rintanato tra le pieghe dei divani per interi giorni, quell’odore che è come la paura, la dimentichi, ma è sempre annidata da qualche parte. Ed esce sempre fuori come un ricordo disperato. Respiri, trattieni il respiro.

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