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L’onda verde

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Illustrazione di Agrin Amedì
Giulia lo aveva abbracciato con le maniche del pigiama tirate sopra i pugni chiusi e gli aveva sussurrato che sarebbe stato un periodo bellissimo. Quel semestre avevano una buona compatibilità di orari e si erano accordati così.

Giulia lo aveva abbracciato con le maniche del pigiama tirate sopra i pugni chiusi e gli aveva sussurrato che sarebbe stato un periodo bellissimo. Quel semestre avevano una buona compatibilità di orari e si erano accordati così. Si sarebbero visti ogni pomeriggio alle 16.30 a casa di Giulia, il che voleva dire che Marco, finita l’ultima lezione, doveva partire dall’università e percorrere di corsa il tratto della Cristoforo Colombo fino a San Giovanni.
Passavano i pomeriggi stesi sul letto a vedere la serie tv Pink Hunter e con un po’ di fortuna, dal momento che erano già a letto, facevano l’amore.
Alle 18.30 tornavano i genitori di Giulia, Marco se ne andava sempre un po’ prima che arrivassero. «Per non trovare il traffico delle otto sulla Cristoforo Colombo», aveva spiegato a Giulia. A eccezione di martedì. Quel giorno Marco rimaneva a cena da loro.
Quel martedì sera i rumori delle posate che passavano dai piatti alla bocca fu l’unica cosa che si udì per un bel pezzo. Il padre di Giulia era a capo tavola, mangiava lentamente e a testa bassa. Marco lo guardava furtivo per capire dall’espressione se avesse sentito. Giulia masticava con gusto e guardava Marco con aria complice. L’aveva messo in imbarazzo. Aveva appena svelato ai suoi che Marco veniva a casa loro ogni giorno, ma non sempre – aveva specificato – rimediava “qualcosa”. Marco era diventato rosso e nel silenzio cercava di capire se i genitori avessero intuito a cosa si riferisse la figlia.
«Vuoi?» La madre di Giulia gli indicò la teglia delle lasagne con il solito sorriso di cortesia stampato sul volto. Lei ha capito, pensò Marco, ma di lei non gli interessava. Si chiese con malizia se a furia di sorrisi forzati non avesse smarrito la sua sincerità.
«E hai mai preso l’onda verde, ragazzo?»
Il padre di Giulia lo chiamava ragazzo nonostante lui e la figlia stessero insieme da quasi un anno. Marco si mise una mano davanti la bocca mentre masticava. Ingoiò il boccone tutto insieme, il tempo di pensare cosa fosse questa onda verde e dare la risposta più coerente possibile. «Noi lo facciamo sempre in modo protetto, non si preoccupi.» A tavola tornò il silenzio per qualche istante. Dall’espressione visibilmente interdetta con cui il padre di Giulia lo fissava, Marco si rese conto che l’onda verde non era un contraccettivo. Il padre di Giulia tornò a mangiare a testa bassa e cominciò a borbottare qualcosa, come se si sentisse in dovere di chiudere formalmente la conversazione.
«L’onda verde vuol dire trovare tutti i semafori verdi quando viaggi sulla Cristoforo Colombo, per venire a casa nostra.  Ma lascia stare, è una sciocchezza.» Marco annuì e abbassò gli occhi.
Appena finito di mangiare Marco salutò cortesemente, salì in macchina e accelerò al massimo sulla strada per fuggire dalla brutta figura appena fatta. Durante il viaggio si rese conto che per la fretta di andarsene aveva dimenticato di salutare Giulia con un bacio. Di sicuro arrivato a casa lei glielo avrebbe rinfacciato al telefono, lui allora le avrebbe detto di non metterlo più in mezzo alla sua guerra personale con il padre e avrebbero finito per litigare. Marco guardava la strada preparando preventivamente le risposte alle sue frecciatine. Mentre percorreva il rettilineo al centro della Cristoforo Colombo notò che aveva appena incontrato due semafori verdi consecutivi. Gli tornò in mente quell’onda verde di cui aveva parlato il padre, si chiese come avesse potuto scambiarlo per un contraccettivo. Si fermò al semaforo rosso successivo e cominciò a domandarsi se fosse un fatto vero e se qualcuno l’avesse mai presa questa “onda”. Arrivato a casa, quando rispose alla chiamata di Giulia non aveva più voglia di litigare. «Scusa» le disse, senza pensare troppo al resto. «Ne parleremo domani.» «Vieni?”» le chiese lei. «Certo.»

Il giorno dopo, finita lezione, Marco imboccò lo stesso tratto della Cristoforo Colombo per andare da Giulia. Partì alle 16 dall’università e alle 16.30 era in camera di Giulia. Lo schermo del portatile dava la sigla della serie tv. Giulia si era stretta a lui nel letto e Marco aveva cominciato a pregustare il momento di intimità che avrebbero avuto dopo. Finita la puntata Marco le carezzava il fianco e Giulia come suo solito prese a elaborare teorie su chi fosse l’uomo misterioso della serie. Parlava sdraiata sul letto e rivolta verso l’alto, faceva ampi gesti e prendeva brevi pause durante le quali pareva ascoltare le risposte di qualche interlocutore immaginario. Marco ascoltava con impazienza rivolto verso di lei, mentre sentiva allontanarsi il momento di fare sesso. Decise di interromperla «È suo padre.» Giulia si arrestò infastidita e girò la testa verso di lui con aria di rimprovero. Marco si mise a sedere sul letto e ripeté più dolcemente: «L’assassino, dico, è il padre di Betty».
Si rese conto troppo tardi di aver fatto la mossa sbagliata. Giulia prese quell’interruzione come un affronto personale e passò l’ora successiva a riformulare le sue teorie mentreMarco, girato dall’altra parte, fissava la strada dalla finestra pensando al giorno successivo. Avrebbe passato una mattinata a cercare di decifrare le grigie spiegazioni dei suoi professori, poi avrebbe imboccato lo stesso tratto di strada sperando di fare sesso. E così sarebbe stato anche i giorni successivi.

Una volta in macchina si chiese quale fosse il segreto per trovare l’onda verde. La settimana successiva cominciò a osservare i semafori più attentamente.
Se un veicolo si muove a una velocità costante, detta velocità di crociera, senza frenate e accelerazioni, può trovare verdi tutti i semafori successivi e andare avanti senza fermarsi mai. Marco si era annotato la definizione di wikipedia sul quaderno di ingegneria. Aveva sottolineato “velocità costante” e “senza fermarsi mai”. Quelle parole gli davano un gusto particolare. La mattina, durante la lezione dell’università, si informava sui bollettini del traffico; di fronte alla serie tv a casa di Giulia ripensava al percorso fatto chiedendosi quale fosse questa andatura costante. Dopo due settimane di tentativi si sentiva vicino alla soluzione. Venerdì era la volta buona.

Marco osservava le macchine sfrecciare sulle lunghe corsie di fronte a lui, ogni tanto lanciava occhiate al cerchio rosso del semaforo, attendendo il suo turno per imboccare la strada. Con un colpo leggero abbassò la levetta sulla sinistra del volante per mettere la freccia. Avvertì in un brivido l’importanza che aveva assunto quel gesto abituale. Era una soleggiata giornata d’inverno, il sole regalava una visione nitida dell’ampio rettilineo a sei corsie della Cristoforo Colombo, costeggiato dagli alti pini tipici della città. La mano di Marco scivolò sul pomello del cambio e infilò la prima. Le auto viaggiavano veloci per coprire nel minor tempo possibile la distanza che le separava dal semaforo successivo. Il semaforo di fronte a Marco diede l’alt al traffico pedonale: a momenti il cerchio verde si sarebbe illuminato. Avviò il timer del cellulare e prese un profondo respiro.
Proviamo ad andare a 70 all’ora, pensò ad alta voce. Sul display dello smartphone iniziò a lampeggiare una scritta: ‘Giulia chiamata in arrivo’. Marco partì. Trovò il secondo e il terzo semaforo verdi. Le macchine sulla sua sinistra lo superavano, ma lui manteneva la stessa andatura. Le ritrovò al semaforo più avanti, ferme con il rosso. Appena arrivò scattò il verde e le superò con la stessa velocità con cui prima era stato sorpassato. Il telefono aveva ripreso a squillare. Il rettilineo illuminato dal sole era del tutto libero, Marco viaggiava sicuro di sé, sorridendo dietro gli occhiali da sole. Non avrebbe risposto, non avrebbe interrotto quel momento per niente al mondo. Avanzava sulla lunga strada soffermando lo sguardo sui murales alla sua destra. Si accorse di premere leggermente più forte il pedale dell’acceleratore. Storse la bocca. Vide in lontananza il nuovo semaforo davanti a lui: era ancora verde. Premette con più forza sul pedale per andare al massimo: ormai il danno era fatto, almeno avrebbe concluso quella sessione con cinque semafori verdi consecutivi. Il semaforo diventò giallo. Ora andava più veloce anche delle macchine alla sua sinistra. Lanciò un’occhiata al telefono, Giulia lo chiamava ancora. Il semaforo da giallo diventò rosso. Marco dovette inchiodare fragorosamente un attimo prima delle strisce, un vecchio che attraversava gli urlò qualcosa.
Sbatté il pugno sul finestrino e aprì il quaderno di ingegneria dove annotava con scrupolosità i suoi tentativi di catturare l’onda. “Ore 16.15, andatura 70 km/h, corsia centrale, imbocco via dei Gracchi”. Prese lo smartphone che ancor squillava e rispose al Giulia. Prima però annotò “Errore mio” in fondo alla pagina del quaderno. Giulia lo aveva chiamato per sapere come era andata la lezione all’università e a che punto era.
«Bene, arrivo, scusami ma sto guidando. A tra poco.» Giulia non accennava ad attaccare, c’era una nota di preoccupazione nella sua voce. «Lo so, è che nell’ultimo periodo non so mai a che ora arrivi.» Marco non rispose, si chiese se avesse dovuto dirle dell’impresa che stava affrontando.
La giornata era serena, appena arrivato a San Giovanni sospirò e rimase dentro la macchina parcheggiata a godersi il tepore del sole attraverso il finestrino. Aveva voglia di guidare ancora, di prendere di nuovo la Cristoforo Colombo e ripercorrerla tutta, fino al mare, dall’altra parte. Si sentiva vicino al suo traguardo. Avrebbe confidato a Giulia il suo sogno. Lei avrebbe capito. Avrebbe condiviso il sentimento di Marco, insieme sarebbero passati sotto una costellazione di cerchi verdi, senza fermarsi mai, senza le ansie degli esami e il piattume delle serie tv, oltre la Cristoforo Colombo e oltre il mare, là dove la loro strada li avrebbe condotti.

«Ma perché il mare che non è ancora estate?»
Giulia l’aveva lasciato sulla porta di casa che provava a formulare una risposta convincente mentre lei saltellava verso la sua camera.
«Sbrigati che la serie inizia.»
Marco le rispose bofonchiando, mentre ciondolava verso la camera.
«Se tu non metti play, non inizia.»
L’avrebbe fatta contenta, decise, avrebbero visto la puntata di Pink Hunter e poi le avrebbe confidato il suo sogno. Giulia era seduta a gambe incrociate sul letto e cliccava qualcosa sul computer. Marco notò per la prima volta quanto fosse piccola quella camera, piena di suppellettili inutili che davano la sensazione che lo spazio fosse ancora più stretto. Le pareti erano coperte da poster di band passate di moda. Sugli scaffali sopra la scrivania erano ammassate pile di libri dell’università e una serie di romanzetti mai letti, di quelli che regalano le zie a Natale. Su ogni mensola o cassapanca c’erano tanti oggetti e oggettini che erano stati in voga per la loro generazione. Si chiese se quella roba avesse un valore per Giulia. Sulla mensola sopra la scrivania ad esempio c’era un oggetto a forma di gatto che ondeggiava la zampetta robotica avanti e indietro, in maniera costante e senza emettere rumore. Era un maneki neko gli aveva spiegato Giulia, portava fortuna. Marco lo fissò e provò un senso di vacuità. Per tutta la puntata della serie tv, sdraiato accanto a Giulia, non riuscì a distogliere lo sguardo da quella statuetta di plastica inespressiva e quel movimento della zampetta a metà tra un invito e un saluto.
I titoli di coda scorrevano, Giulia chiuse lo schermo del portatile e si legò i capelli in una coda.
«Allora, ora che ci siamo rilassati mi dici che cosa ti sta succedendo in questo periodo?»
Marco si scosse: si rese conto di essersi addormentato. La luce del sole si era abbassata e un po’ di grigio aveva occupato il cielo.
«Allora? Che senso ha comportarsi così?»
Marco era ancora insonnolito, era disteso a pancia in su e ormai non aveva voglia di dare nessuna spiegazione sul suo sogno. L’onda verde. L’unica cosa che gli sembrò sensato dire la disse con un filo di voce.
«Che senso ha quel gatto, vorrai dire?»
«Quale?» rispose lei mentre si lisciava la coda dei capelli.
Marco indicò con il mento: «Quello».
«Quello è un maneki neko, non è un gatto.»
Giulia sospirò con pazienza, pronta a intraprendere una tattica che conosceva a memoria. Si girò sulla pancia e lo guardò negli occhi mentre gli sfiorava con le dita l’avambraccio.
«Mi devi dire che hai Marco. Com’è che fai tardi? Non ti interessa più quello che facciamo e sembra sempre che hai qualcosa di più importante per la testa…»
Giulia aveva assunto un tono più dolce, Marco rimase fermo a guardare la stanza. Andatura costante, pensava.
«Non ho un’altra.»
Giulia si mise di scatto a sedere e rispose piccata.
«Lo so benissimo che non hai un’altra, le capisco da sola queste cose, non ti avrei neanche fatto entrare se no.»
Riprese a lisciarsi la ciocca di capelli sulla spalla e gli lanciò uno sguardo.
«Pensa che oggi volevo anche farti un regalino. Ma mi dispiace, tu continui a essere così strano.»
Marco girò la testa verso di lei. Aveva sempre pensato che struccata fosse più carina; aveva un viso da bambina, grandi occhi castani e un naso piccolino. Si chiese da quanto tempo i loro pomeriggi fossero così insipidi.
«Hai lo stesso pigiama da due settimane, Giulia.»
Lei abbassò la testa e chiuse gli occhi in silenzio, una lacrima le scorreva lungo la guancia. Marco si alzò, prese il suo zaino e si diresse verso la porta.
«Vieni domani? Non mi lasciare sola» gli disse lei con voce supplichevole. Marco non rispose. Giulia ripeté la frase mentre Marco chiudeva la porta, con un tono che a Marco parve più un grido di rabbia.

Si rimise al volante e accese i tergicristalli. Fuori si era fatto buio e le gocce d’acqua colavano sul parabrezza. Si sentiva in colpa per aver fatto star male Giulia, ma ormai aveva assunto la sua andatura e non poteva fermarsi. Superò il primo semaforo verde. Sarebbe tornato da lei a scusarsi, le avrebbe detto quanto è carina senza trucco e le avrebbe regalato un nuovo peluche di quelli grandi che piacciono a lei. Marco sorrise debolmente, mancava qualcosa. Incontrò il secondo semaforo verde. Il terzo verde scattò nel momento in cui si avvicinava al semaforo successivo, quasi non c’erano macchine sulla Cristoforo Colombo. Sarebbe andato in camera di Giulia con il peluche nascosto dietro la schiena. Prima però sarebbe passato nello studio del padre. Indovini un po’, gli avrebbe detto, l’ho presa. Ho preso l’onda verde. Lui gli avrebbe chiesto per quale tratto e Marco gli avrebbe risposto fieramente: fino a Ostia, fino al mare. Neanche quel pensiero gli diede la pace sperata. Marco superò un altro semaforo verde e un altro ancora. Non sapeva neanche a quanto stava andando stavolta, ma era sicuro di mantenere sempre la stessa velocità. Perse il conto dei semafori. In poco tempo si trovò di fronte alla curva dopo la quale si apriva il rettilineo che portava al mare. Era quasi arrivato alla fine, ce l’aveva fatta. La Cristoforo Colombo era buia e silenziosa, si sentivano solo le gocce di pioggia battere sull’asfalto, illuminate dallo scorrere dei lampioni ai lati della strada.

Marco prese la curva ma dovette inchiodare bruscamente poco dopo. Davanti a lui il cono di luce rossa del semaforo dava densità allo scendere delle gocce. Marco rimase immobile. Anche quando il verde scattò Marco non mosse alcun muscolo. La macchina era ferma in mezzo alla strada, i tergicristalli si muovevano avanti e indietro. Il rumore silenzioso della pioggia venne interrotto bruscamente da uno stridio di freni e un lungo squillo di clacson. Un’auto si arrestò dietro a lui. Il conducente si accostò alla macchina di Marco per vedere chi ci fosse alla guida.
«Si può sapere che cazzo aspetti?»
Marco era bloccato. Guardò l’uomo, poi guardò le sue mani che tremavano poggiate sul volante e guardò di nuovo l’uomo. Intravide un lampo di pietà nei suoi occhi. Rispose: «L’onda verde». L’uomo guardò dietro di lui e si rivolse di nuovo a Marco.
«Perché non parti lo stesso?»

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