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Il contrattempo

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Illustrazione di Agrin Amedì
Ero già in ritardo prima che la mia vicina di casa decidesse di sfilare sul cornicione del quarto piano a causa dell’ennesima scappatella del marito.

Ero già in ritardo prima che la mia vicina di casa decidesse di sfilare sul cornicione del quarto piano a causa dell’ennesima scappatella del marito.
Mi dirigo verso la finestra della cucina, confinante con l’appartamento di quella disgraziata, imprecando a denti stretti mentre serpeggio fra le buste di immondizia che scordo sempre di buttare. Lo strato di appiccicaticcio che ricopre il pavimento in cotto della cucina quasi mi sfila una ciabatta, facendomi perdere l’equilibrio quel tanto che basta per sbattere il gomito sullo spigolo della credenza in radica di noce, lascito della mia ex suocera.
Il labbro inferiore quasi sanguina per quanto lo sto mordendo, ma alla fine riesco ad arrivare alla finestra. Non la spalanco, semplicemente mi limito a sbirciare tra le tendine ingiallite dal fumo di sigaretta. Ai piedi del palazzo si è radunata una piccola folla di curiosi intenta a riprendere la scena con i loro telefonini. La polizia, dopo qualche tentativo infruttuoso, ha passato il megafono al marito. La donna vuole buttarsi nel vuoto per colpa di quell’infedele recidivo e quel branco di imbecilli lo nomina negoziatore ad honorem. Non ho più dubbi che si tratti di un complotto per farmi fare tardi. Mi faccio un po’ più vicino alla finestra per scorgere l’aspirante suicida, spalmando la guancia sul vetro gelido. Non è male. Non è affatto male. Voglio dire, sicuramente la vita coniugale l’avrà appesantita un po’ e di certo non avrà avuto il tempo di truccarsi e farsi la piega prima di tentare il suicidio, ma quella davanti ai miei occhi è una gran bella signora. La osservo in silenzio mentre se ne sta in piedi sul cornicione, con la vestaglia che svolazza sferzata dal vento. I piedi ben saldi sul cemento e l’espressione disperata di chi sta per saltare. Prima ancora di aprire la finestra me ne sono già innamorato. Metto la testa fuori e sento sussultare alcuni tra gli spettatori nella folla sottostante. Il colpo di scena deve averli scossi, perché adesso si crea una notevole agitazione sui marciapiedi. Lei non mi ha ancora visto ma, istintivamente, fa scivolare il piede verso il bordo del cornicione. Sento un brivido percorrermi la schiena e arrivarmi fino al collo, come se la pelle che accarezza il cemento fosse la mia. Un sussulto, una frazione di secondo, un’esclamazione strozzata. L’ho spaventata o ha solamente perso l’equilibrio? Un’ultima piroetta mentre cade. La vestaglia rigonfia di vento come lenzuola stese in un campo e lei che precipita nel vuoto. Un odore di sudore e lavanda fende l’aria inquinata del centro città, sospinta dalla stessa corrente che l’ha gettata giù dal cornicione. Non ho il tempo di esitare e un istante dopo le sto stringendo il polso con la mia mano destra, mentre la sinistra si avvinghia agli infissi scrostati della finestra. Ci fissiamo a lungo in questa stretta di mano assurda, come due trapezisti che si incontrano per la prima volta durante un salto mortale. Quanto è bella. Molto più bella di pochi istanti fa. Contraggo entrambe le braccia come fossi una fisarmonica, cercando di issare l’aspirante suicida fino alla finestra della mia cucina. Lei non mi aiuta, ma si limita a penzolare attaccata alla mia mano come un’impiccata. Come faccio a convincere qualcuno che il suicidio non è la risposta giusta quando è solo per mia pigrizia che i nostri ruoli non sono invertiti. Vedo la sua espressione cambiare lentamente, senza capirne il perché, ma non distolgo mai lo sguardo. Il primo uomo a veder sorgere la prima alba deve essersi sentito come mi sento io adesso.
La sua mano sudata ruota attorno al mio polso e lo afferra stretto. Sento tutta la sua muscolatura contrarsi sotto la pelle pallida mentre cerca la parete con i piedi. È scivolosa. Lo siamo tutti e due. Non capisco cosa sia successo, ma è come se avesse percepito il mio sconforto e adesso ho l’assurda sensazione che sia lei a salvare me. Ci coordiniamo silenziosamente e, al muto tre, tiro con tutte le mie forze mentre lei riesce a darsi una piccola spinta, quanto basta per mettere il naso dentro la mia finestra. Resisto a stento all’impulso di baciarla, poi la afferro per i fianchi e la trascino dentro la mia cucina come una murena che ha catturato la preda. È salva. Siamo sdraiati col fiatone sul pavimento appiccicoso, mentre fuori nella strada la folla applaude e gioisce. Il marito le urla dal megafono che la ama e che non la lascerà mai, ma lei sembra non sentire nulla. Mi fissa in silenzio. Stiamo la chissà per quanto, sdraiati a scrutarci come due gatti randagi. Dimmi che mi ami, cosa aspetti? Qualcuno bussa alla porta e lei trasale quando sente la voce gioiosa di suo marito. Casa mia è invasa da quel profumo di lavanda che ha scacciato con prepotenza tutti gli altri odori che erano così familiari. Non mi mancano. Lei non mi guarda più, solo mi fa un gesto per chiedermi se quello alle sue spalle è il corridoio giusto per raggiungere la porta di ingresso. Vorrei dirle che è il corridoio sbagliato, quello che, prima o dopo, la condurrà di nuovo al cornicione, ma riesco solo a fare cenno di sì con la testa. Abbandona la cucina in silenzio, lasciandomi come souvenir solo delle piccole orme confuse nello strato di appiccicume che ricopre il pavimento. Getto uno sguardo malinconico alla finestra ma non mi avvicino per non tornare subito a visitare il luogo del nostro primo appuntamento. La porta di ingresso sbatte. Se n’è andata.
L’orologio sul timer del microonde condanna ogni speranza di essere ancora in tempo per il mio appuntamento. Meglio tornarsene a dormire. Attraverso l’atrio come uno spettro riflesso in uno specchio ma poi mi fermo poco prima della mia camera. Devo avere le traveggole. Torno sui miei passi come se attraversassi un campo minato e mi fermo davanti all’ingresso. Lei è ancora lì, con la schiena poggiata sulla porta mentre il marito bussa da fuori. Mi guarda di nuovo. Il rumore della sua vestaglia che cade sul pavimento è così bello da poterlo passare alla radio. Lei è ancora qui e non se andrà mai più.

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