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Asino testardo all’Asinara

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Illustrazione di Agrin Amedì
Aveva calcolato tutto, ogni minimo dettaglio. Un piano semplice, lineare. Certo, avrebbe potuto fracassarsi la testa sugli scogli, ma quello Nicolino l’aveva messo in conto.

Aveva calcolato tutto, ogni minimo dettaglio. Un piano semplice, lineare. Certo, avrebbe potuto fracassarsi la testa sugli scogli, ma quello Nicolino l’aveva messo in conto. A quasi sessant’anni sarebbe stata una fine ingloriosa, per lui che di bordate sul volto ne aveva prese tante. Eppure, a frapporsi tra lui e la libertà, tutto avrebbe pensato meno che a impedirgli la fuga sarebbe stato un asino albino di cento kg. L’animale gli si era parato davanti, le narici fumanti come comignoli il giorno di Natale. Nicolino aveva provato a scansarlo ma quello aveva scalciato come un tarantolato. Un uomo e un asino pronti a darsele di santa ragione sul limitare di un costone. Un ultimo match, un unico spettatore: il  maestrale che spazzava via il crepuscolo dalla vetta più alta dell’Asinara. Isola del vento, carcere a cielo aperto, paradiso del 41 bis, 50 km quadrati di elicriso, macchia mediterranea e zecche grandi come conchiglie. L’Asinara – terra madre degli asini bianchi – dove le bestie sono promiscue e i muli crescono come cinghiali tanto che quando ragliano fanno un suono simile a un grugnito, come una specie di rutto venuto male. E col tempo imparano anche a difendersi, a fiutare la paura e a caricare i nemici perché all’Asinara vige la legge del più forte: uomini o animali non conta, vince chi impara a sopravvivere. E Nicolino, dopo trent’anni di detenzione, quella legge la conosceva bene. Tanto più che lui quell’asino se l’era quasi cresciuto. Glielo aveva affidato il direttore in persona.
«Nicoli’, – gli disse – te ne devi curare come un cristiano. Le bestie qui valgono oro, arano i campi. Se ci muore una vacca e manca il latte, lo sai dal Ministero cosa ci dicono? Arrangiatevi!»
Bastiano, cosi si chiamava l’asino. Il nome glielo diedero alcuni sorveglianti. «Bastiano da bastian contrario» dissero. «Perché ogni tanto punta gli zoccoli e non ne vuole sapere di schiodarsi da dov’è.»
Ma con Nicolino no, con lui il mulo viaggiava mesto e mansueto. «Abbaidda unu cucciucciu tutto aratro e carretto. Incapace di fare del male» dicevano, fino a quando il ciuco non si era azzuffato con un mezzosangue per vecchi rancori di puledrine. Gli aveva stralciato mezzo collo con un morso, lo aveva trascinato per terra tirandolo per la criniera e quello fini per azzopparsi, tanto che le guardie lo dovettero sopprimere. Una fucilata secca.
«Bastiano pareva proprio una iena» aveva detto in quell’occasione l’ispettore Manunta capo diramazione di Tumbarino dove tenevano rinchiusi i mafiosi. «L’abbiamo trovato imbrattato di sangue che masticava lo scalpo di quel povero cavallo.»

Nicolino a quella scena non aveva assistito, quel giorno era finito in infermeria, dei detenuti gli avevano dato una pestata nelle docce. Si era rannicchiato a terra, e l’aveva incassato senza difendersi. E dire che di botte sul ring ne aveva date a bizzeffe. Se lo ricordano tutti Nico, “lo schiacciacrani”. Ma dopo quell’ultimo schifoso match aveva giurato a sé stesso che non avrebbe più colpito nessuno. E ora che aveva davanti Bastiano, gli occhi ruvidi di desolazione, aveva capito perché il ciuco lo aveva aspettato in cima a Punta Scorno. Voleva impedirgli di evadere, di saltare giù, di lanciarsi a picco dalla scogliera verso la libertà del mare.
«Spostati Bastià o ti devo spingere giù, e abbaida che lo faccio»
Ma l’asino si era incaponito e scalciava e ragliava come se lo stessero prendendo a bastonate.
«Mudu Bastià, mudu che se ti sentono le guardie…»
Dalla macchia mediterranea risuonò un eco di latrati e fibbie di stivali. L’ispettore Manunta, assieme a due sottoposti, spuntò fuori da dietro un costone.
«Millu mi, ispetto’» urlò uno degli attendenti.
La folla trepidava, il palazzetto gremito fino all’orlo. Da lì a poco il gong avrebbe segnato l’inizio dell’incontro. Un solo nome risuonava dagli spalti. «Nico» «Nico!» «Nico!» …
«Nicolino! – sbraito Manunta – Non fare il mancante. Torna indietro!»
L’ex pugile era accerchiato, da una parte Bastiano, dall’altra le guardie che a stento trattenevano i cani inferociti. Assediato e stretto alle corde come in quell’ultimo incontro fetente.

Arrivi alla decima ripresa a pari punti, ti chiudi all’angolo e inizi a incassare, fingi uno stordimento, ti becchi un montante e vai KO. Perdi l’incontro e diventiamo ricchi, gli aveva detto Patanè, baffi di nicotina e due condanne per truffa aggravata. Sarà l’ultima volta che combatti, gli aveva garantito.

«Non vi avvicinate – urlò Nicolino – o spingo Bastiano giù dal costone».
L’asino, sempre più nervoso, puntava il muso verso i cani senza cedere la posizione di un millimetro.

E siamo alla decima ripresa, gracchiava dai microfoni il telecronista. Destro, sinistro Attenzione Nicola Aru sembra in difficoltà. Sinistro, Montante. Ma che succede? Aru è al tappeto e non si rialza. Impossibile. Il pugno avversario non lo ha nemmeno sfiorato. Aspettate! L’arbitro ha fermato l’incontro. Si avvicina al tavolo della giuria. Clamoroso. Il match è annullato.
Il pubblico prese sonoramente a fischiare. Fu tutto un coro di “buhhh” e “venduto”. La squalifica arrivò il giorno dopo, intrisa di scandali e vergogna.
“Giro di incontri truccati e scommesse clandestine. Coinvolto il campione dei pesi medi Nicola Aru” titolò in apertura la Gazzetta dello Sport.
KO per sempre e carriera finita ad appena trent’anni.

«Nicolino, ma dove vuoi andare? Mi che li sotto è tutto a spuntoni. Ti vuoi sfracellare?»
«Non me ne frega un cazzo!»
«Ispettore, – fece sottovoce una delle guardie – gli spariamo?»
«Ma itta gazzu spari Pinna, mollate i cani ajo!»
I due pastori corsi si lanciarono contro il fuggitivo, Bastiano scartò Nicolino e gli si mise davanti, parando l’attacco dei cani il tempo necessario affinché l’amico prendesse la rincorsa e si tuffasse nel vuoto.
«Mai visto un asino cosi imbizzarrito», raccontò Manunta. «Sembrava unu cabaddu incazzoso dei western!»
Nicolino si sentì librare come un gabbiano. L’umido dell’asciugamano sul collo e odore pesante di spogliatoio.
Patanèee, infame!
L’allibratore si era rannicchiato contro l’armadietto e lo pregava di perdonarlo.
Ho un incontro sicuro, ti faccio recuperare tutto.

Come se si trattasse del braccio di qualcun’altro, Nico osservò il suo bicipite tornare indietro e piegarsi a tenaglia, lo schizzo di sudore tagliare l’aria e acciaccarsi sulle mattonelle sudicie, l’avambraccio caricato a molla spingersi in avanti, le nocche che scaricano pallettoni e mandano in frantumi il lobo temporale sinistro di Patanè, le schegge del cranio dell’uomo che si conficcano nel cervello sfondando l’ipotalamo.
Nicolino ancora non sapeva che quel KO fuori copione gli sarebbe costato una condanna a trent’anni per omicidio e il marchio di Nico “Spaccacrani” a ricordagli per tutta la vita di essere un assassino. Non lo sapeva, se no si sarebbe fermato, e invece si era tuffato coi pugni in avanti per spaccare un ultima volta le onde dal mare.

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