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Risveglio

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Illustrazione di Agrin Amedì
Al principio era il buio. Anzi è il buio e basta, senza principio e senza fine, è solo buio in ogni dove, in un irrimediabile, opprimente presente.

Al principio era il buio.
Anzi è il buio e basta, senza principio e senza fine, è solo buio in ogni dove, in un irrimediabile, opprimente presente.
A volte deve spegnersi anche il buio, perché l’unica cosa certa è che torna all’improvviso, senza preavviso e senza spiegazione, e con un disagio greve e incomprensibile. Un lunghissimo, interminabile, buio.
Ma lontanissimo nel buio ora si accende un suono impercettibile. È intermittente, e piccolissimo.
Cerco il suono. Arriva da un punto, sempre lo stesso. Si avvicina. È breve, e acuto, e intermittente, e mi aggrappo a lui; mi fa compagnia. Si accende e si spegne, con il buio.
Adesso, quando si accende il buio, è accompagnato anche dal soffio di un mantice, quasi un sospiro, anch’esso regolare.
Il rumore acuto è più ravvicinato, a tratti coperto dal soffio del mantice, ma da qualche tempo si avvertono rumori irregolari, più vividi, un chiacchiericcio lontano, acuto, voci femminili, risate. Sì, risate di femmine, sempre più acute, sempre più eccitate.
Io resto immobile nel buio.
I suoni saturano rapidamente il buio, lo invadono con violenza; quasi dolorosi si alternano, si sovrappongono. Le donne ridono eccitate, il sospiro intercala il ritmo accelerato del suono rapido e acuto. Le femmine parlano e ridono. Devo essere all’interno di un bordello, le puttane mi tengono segregato al buio e ridono di me.
Il buio è ora squarciato da una dolorosa linea di luce, a tratti sparisce, poi riappare dolorosa e sempre più ampia. Sono sempre in balia delle loro voglie, anche se per ora i loro giochi erotici si realizzano lontano da me.
La luce è sempre più intensa e occupa tutto lo spazio. Compare al centro un volto di donna con un provocante copricapo verde. Ora sono due. Rossetti e bocche accompagnano suoni acuti che restano però indecifrabili. I corpi si avvitano in un sensuale gioco omosex. Non posso muovermi, non posso partecipare, né sottrarmi ai loro amplessi, finché finalmente tutto si allontana e il buio torna più confortante.
Non so quanto duri, perché presto comincia a ripopolarsi di corpi avvinghiati e ansimanti, bocche e guepiere verdi. I sospiri prendono il tempo dei mantici e riprende il suono ritmico e acuto che segna il passo ai loro amplessi.
Riesco a fissare e seguire un volto, lo conosco, mi è noto. Lo fisso con lo sguardo, i suoi occhi agganciano i miei e li trattengono.
Marisa! Marisa? Marisa che ci fai qui? Mia moglie è qui! Che ci fa mia moglie in un bordello? Scruto meglio il volto, è proprio lei, il corpo abbandonato al piacere sembra lanciarmi una beffarda sfida. Mi sale una rabbia incontenibile. Sono molto agitato e non posso muovermi. Il suono acuto accelera il ritmo al tempo di amplessi in rapida successione, finché tutto ripiomba nel buio, e finché non si spegne anche il buio. Non so per quanto.
Poi il buio si riaccende, squarciato dalla luce dolorosa; quanta luce… Di nuovo il volto di mia moglie, non ha copricapo osceni ne guepiere e mi parla da vicino. Sento la sua voce anche se non capisco cosa dice, ma questa volta dal buio del mio corpo raccolgo tutte le forze e riesco a urlare, la rabbia si impossessa di me, sono furibondo! È tornata col suo viso angelico e infingardo, ma ormai so tutto di lei e non mi ingannerà più. Il suo volto angelico è inondato di lacrime, ma non avrà mai il mio perdono!
Torna il buio e il suo volto sparisce.

*

Non so per quanto tempo ancora riuscii a spiare gli amplessi clandestini di mia moglie, a insultare il suo volto angelico ogni volta che tornava a chiedermi perdono, a ripiombare nel buio dove tutto sembrava svanire. So però che a un certo punto non ebbi più accesso al bordello e che il buio si accendeva sempre meno per lasciare posto alla luce.
Nella luce si anima un paesaggio nuovo. Il bip acuto e i mantici sono ancora più insistenti, la luce è ovunque.
In un ambiente bianco si muovono uomini e donne vestiti di verde che a volte spariscono dietro una porta, forse l’entrata del bordello, da cui provengono voci acute, a volte rumori di cucchiaini e stoviglie, odore di caffè.
Girano nel bianco, tra i letti presenti nel bianco, indaffarati e con voci gentili. Anch’essi somministrano sorrisi infingardi per nascondere la loro doppia natura. Non sanno di essere stati ormai smascherati.
Anche Marisa torna più spesso, dopo il tintinnio delle stoviglie e delle voci lontane, prima che si accenda il buio.
Ma finalmente dal mio corpo possono uscire parole comprensibili che danno forma a una marea montante di rabbia, vergogna, indignazione. «Puttana! Lavori in un bordello, non sei più mia moglie, vattene via!»
Il volto di Marisa piange. «Ma sono io, tua moglie, non devi agitarti, passerà tutto e presto ti riporterò a casa…»
«Non voglio vederti mai più, vattene puttana, so tutto di te!»
Sono di fuoco! Il bip acuto accelera, arrivano altre donne che si affaccendano attorno a me e ripiombo nel buio.
Quando si riaccende la luce il volto di Marisa è di nuovo vicino a me, e mi parla con voce angelica carezzandomi il viso, «Stai tranquillo, guarirai presto, sei caduto dalla scala e hai battuto forte la testa, per questo sei in una terapia intensiva da dieci giorni, ma tutto sta andando bene e presto tornerai a casa.»
Ma di che parla? Una terapia intensiva, ho battuto la testa… La rabbia mi assale, non sopporto di essere preso in giro ulteriormente da lei. Le urlo, la insulto, la caccio.
Continua a tornare il buio, continua a tornare mia moglie e soprattutto torna la luce, il bianco della sala e dei letti e le signorine gentili che sembrano accudire anche altre persone nei letti.
«Come si sente? Questa mattina va molto meglio, può ricominciare a mangiare, è arrivato dieci giorni fa con un brutto trauma cranico, ma forse domani potrà uscire da qui ed essere trasferito nei letti di degenza non intensivi.»
Dunque sono ricoverato in una terapia intensiva da circa dieci giorni, perché ho sbattuto la testa… Mi guardo attorno con più attenzione.
Ci sono appunto altri letti bianchi nella stanza, respiratori che alitano come stantuffi, monitor che emettono piccole, ritmiche grida acute, infermiere e medici con le tute verdi. Ma io il bordello l’ho visto con questi occhi, e anche Marisa con le sue amiche in guepiere e le loro vergognose oscenità.
Cala nuovamente il buio, anzi la sera, sono stanco e mi addormento.
Al risveglio mi trasferiscono in un letto di degenza non intensivo e Marisa mi viene a trovare tutti i giorni, e tutti i giorni va via piangendo. Continua a ripetere che non c’è nessun bordello e a giurarmi di non avermi mai tradito. Lei è sempre più disperata e io sempre più furente.
Tutti negano l’esistenza del bordello come in un complotto ordito alla perfezione, ma non mi faranno fesso solo perché sono stato in coma! Mi sono risvegliato finalmente dal coma e mi sono ritrovato con la moglie che frequenta un bordello, che si è presa gioco di me proprio quando avevo più bisogno di lei, e che il mio matrimonio è andato in fumo, e nessuno mi crede. Ho avuto bisogno per giorni di chiudermi in un silenzio serrato, senza sentire ragioni.

*

Dopo le mie dimissioni dall’ospedale, il mondo fuori di me sembrava tornato alla normalità, ma ci vollero ancora altri due mesi di litigate quotidiane, di confronti serrati tra la mia versione dei fatti e quella di lei, di sopralluoghi in ospedale alla ricerca caparbia e inutile di quello scantinato nascosto, luogo di  amplessi scellerati, che in realtà corrispondeva a un reparto di radiologia. Ci volle un po’, sì, prima che crollassero le mie convinzione, prima che la mia angoscia di aver attraversato una follia fosse smascherata e cedesse il posto al dolore di avere sporcato l’amore dell’unica vera donna della mia vita, e perché si facesse strada in me, cocente, la consapevolezza di essere io a dover chiedere il suo perdono.

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