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Quando ripenso a lei

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Illustrazione di Agrin Amedì
Quando ripenso a lei, la vedo sul bagnasciuga, in quel torrido pomeriggio di agosto su una spiaggia marchigiana. Vedo i riccioli neri, leggermente increspati dalla salsedine che sbucano dal cappello incorniciandole il viso tondo, le labbra piccole, a forma di cuore, leggermente imbronciate che ricordano quelle delle dive degli anni Cinquanta, e poi gli occhiali da sole dalla montatura rossa, un po’ troppo grandi per lei.

Quando ripenso a lei, la vedo sul bagnasciuga, in quel torrido pomeriggio di agosto su una spiaggia marchigiana. Vedo i riccioli neri, leggermente increspati dalla salsedine che sbucano dal cappello incorniciandole il viso tondo, le labbra piccole, a forma di cuore, leggermente imbronciate che ricordano quelle delle dive degli anni Cinquanta, e poi gli occhiali da sole dalla montatura rossa, un po’ troppo grandi per lei. Pure la maglietta bianca che indossa le sta troppo larga, anche se la madre ha fatto un nodo alle due estremità, in modo da lasciarle libere le gambe che sbucano da sotto un costumino – anche questo rosso – con due fiocchi leziosi sopra le cosce paffute. Mi piacerebbe poter raccontare di essermi avvicinato a lei con il passo fiero, coraggioso, di chi sa già cosa vuole. Oppure mosso dall’Amore, quello con la A maiuscola, con la consapevolezza che da allora la mia vita non sarebbe più stata la stessa. E invece mi tocca ammettere che l’approcciai spinto da una mera convenienza: lei aveva un secchiello e io una paletta. Forti dei nostri attrezzi di plastica, passammo il pomeriggio sul bagnasciuga a creare un labirinto per le nostre biglie: io spalavo la sabbia e la mettevo nel secchiello che poi lei svuotava un poco più in là. Era la prima volta che ci vedevamo, ma già da quei piccoli gesti avrei dovuto intuire che saremmo potuti essere una squadra vincente.
La trovai lì anche il giorno dopo. I suoi genitori stavano sotto l’ombrellone accanto al nostro. Noi ci mettemmo a giocare in quel piccolo spazio che stava tra le sdraio delle nostre madri mentre loro, sdraiate sui lettini, parlavano di non so che cosa. Stavolta ero io a tenere in mano il secchiello mentre lei spalava con la mia racchetta. Raccoglieva la sabbia dolcemente e quando qualche granello le finiva sulla mano lei lo guardava con schifo malcelato; poi con uno sguardo imbrociato andava da sua madre che glielo toglieva con un asciugamano. A quel gioco si aggiunsero anche i nostri padri e fu così che per la fine della giornata riuscimmo a  costruire un castello che mi sembrò maestoso.
Quella sera, quando andai a letto, pensai che quando sarei diventato grande avrei costruito un castello enorme solo per noi, e che lei avrebbe avuto un secchiello rosso, come il suo costume, e una servitù che l’avrebbe seguita in ogni suo passo, togliendole la sabbia dalle mani. Il giorno dopo tornammo sulla spiaggia. Io mi sfilai dalla mano di mia madre e corsi verso i nostri lettini, ma quando arrivai vidi che il posto accanto al nostro era occupato da una coppia di anziani.
«Dov’è Margherita?» chiesi a mia madre.
«È tornata a Milano. Però, guarda, lì ci sono degli altri bambini. Vai a giocare con loro» mi disse, mentre tirava fuori asciugamani e riviste dalla borsa di tela. Andai da loro controvoglia, trascinando la mia paletta.

Non so quanti altri giorni rimasi sull’Adriatico, ma tutte le volte che tornavo sulla spiaggia, o che andavamo a fare un giro a prendere un gelato, immaginavo di incrociarla tra gli ombrelloni o tra le vie della città vecchia. Alla fine, quanto mai poteva distare Milano?

Tornai a Perugia e, nonostante fossi occupato a combattere le sfide che mi poneva la prima elementare, Margherita continuava a essere nei miei pensieri. I miei genitori avevano attaccato al frigo una foto di quelle vacanze: mi si vedeva sorridente, in piedi, voltato di tre quarti verso l’obiettivo di mio padre, con in mano il secchiello rosso di Margherita: lei era un po’ defilata, dietro di me, seduta sull’asciugamano, con in testa il cappellino bianco e i riccioli umidi che le scendevano sulle spalle. Guardavo quella foto, mentre mia madre mi toglieva una macchia di cioccolato dal grembiule. «Mamma, quando possiamo andare a trovare Margherita?» Lei mi rivolse uno sguardo perplesso.
«Amore, chi è Margherita?»
Indicai la foto. Lei rise.
«Tesoro, ma Margherita sta a Milano, con i suoi genitori. Non hai amici a scuola?»
Sì, ce li avevo, ma non era la stessa cosa. Annuii con la testa e andai a prendere lo zaino che stava in camera mia.

I giorni passarono, e io continuavo a immaginare che la mattina dopo la maestra avrebbe annunciato l’arrivo di nuova bambina, e che quella bambina sarebbe proprio stata Margherita che avrebbe varcato la soglia dell’aula indossando il grembiule rosa, guardando la classe con sguardo spaurito. I suoi occhi avrebbero incrociato i miei, il suo volto si sarebbe illuminato e mi avrebbe salutato con la mano.
«Vi conoscete?», avrebbe chiesto la maestra. Io avrei risposto di sì. Così Margherita sarebbe diventata la mia nuova compagna di banco (so che Fabio non ne sarebbe stato molto contento, ma gli avrei detto che si trattava di una decisione della maestra e che io non ci potevo fare molto) e così le avrei prestato i miei quaderni per aiutarla a mettersi in pari con il programma e magari sarei anche andato a casa sua per fare i compiti insieme e lei mi sarebbe stata riconoscente. Me la immaginavo anche sugli spalchi, quando il sabato pomeriggio giocavo a calcio. Io sapevo che, per qualche strano caso della vita (un cugino che giocava nella squadra avversaria, una gita fuoriporta) lei era lì, a guardare la partita. E a un certo punto, tra i ragazzi che correvano con la maglia arancione, avrebbe riconosciuto quello che quell’estate sull’Adriatico le aveva prestato la paletta e con il quale aveva giocato sulla sabbia. Io avrei continuato a correre dibblando gli avversari. Ogni tanto avrei rivolto lo sguardo verso gli spalti, ma non l’avrei vista, perché il sole mi avrebbe accecato. E dopo un goal, e dopo averne segnato ancora un altro, ecco che un ragazzo della squadra avversaria mi sarebbe arrivato addosso colpendomi il polpaccio con un piede. Io sarei caduto a terra, contorcendomi dal dolore, e Margherita si sarebbe alzata in piedi, spaventata, e sarebbe corsa verso il campo per soccorrermi.

Man mano che crescevo, si evolveva anche la fantasia che avevo di lei. Era con un animale che nutrivo quotidianamente: ogni qualvolta che mi ritrovavo a sognare a occhi aperti, quando la realtà non era all’altezza delle aspettative, ecco che la mia mente si rivolgeva a quelle labbra dolcemente imbronciate.

Tornammo in vacanza in quella cittadina dell’Adriatico solo un altro paio di volte, ma non la incontrai mai. Dovetti quindi ingegnarmi per mantenere in vita quella speranza. Con il passare del tempo, la foto appesa al frigorifero non fu più abbastanza e io iniziai a prendere le vecchie riviste di moda di mia madre e a creare dei collage con le modelle, in modo da ricostruire quella che sarebbe potuta essere l’immagine della mia Margherita adesso che le medie stavano finendo. Quando i miei genitori non c’erano, andavo nello stanzino, dove erano accatastati anni e anni di riviste di moda. Le sfogliavo, e quando vedevo qualcosa che mi riportava alla mente lei strappavo la pagina e me la nascondevo in tasca. Dopo un paio di mesi ero riuscito a mettere da parte, riposte in una scatola da scarpe, decine di ritagli tra i quali c’erano varie acconciature di capelli ricci, labbra a cuore incorniciate da diverse tonalità di rossetti e occhi scuri, quasi da orientale, dalle lunghe ciglia. Riuscì così a comporre svariate versioni del volto che sarebbe potuto appartenere alla mia Margherita e le attaccai sui cartoncini A4 che usavo per le lezioni di educazione tecnica.
Nonostante quel mio lavoro certosino, la mia opera non durò a lungo. In breve tempo, le ragazze in carne e ossa presero il posto di quella mia musa. Non perché fossero più belle, più simpatiche o più aggraziate, ma semplicemente perché erano lì e rispondevano alle mie domande, ridevano con me e sì, alcune volte, si facevano anche avvicinare. All’inizio mi sembrò di tradire la mia Margherita, ma che cosa potevo fare? Avevamo già passato centinaia di notti insieme, era stata l’oggetto di ogni mio impulso fino ad allora, ma quello non mi bastava più. Mi piacerebbe poter dire che mentre stavo con le altre pensavo a lei, ma la verità è che, come finirono le medie e iniziarono le superiori, il suo ricordo venne spazzato via da nuove labbra, nuovi capelli, nuovi occhi. Anche la foto che stava sul frigorifero venne tolta, rimpiazzata da una che mi ritraeva sporco di fango e con il pallone sottobraccio. Margherita rimase quindi nell’ombra, sepolta dai sapori e dagli odori – quelli sì, più che tangibili – che affollavano la mia vita. E così passarono i mesi, gli anni, fino ad arrivare a quel marzo dei miei 18 anni. Mancavano cento giorni alla maturità e con alcuni compagni di classe decidemmo di andare a esorcizzare la paura nella casa nelle Marche di Federico dove da anni passava le vacanze estive. Era una cittadina triste, come solo le cittadine dei litorali possono essere d’inverno, con un lungomare sgombro e pochi ristoranti coraggiosamente aperti nonostante la bassa stagione. Eravamo in sette e, dopo essere stati in una pizzeria, prendemmo un paio di bottiglie di vodka; poi barcollando andammo sulla spiaggia. Era già buio e dietro di noi si stagliavano le pochi luci della città. Ero seduto sulla sabbia, a piedi nudi. Sentivo i granelli che mi entravano tra le dita e in quel momento mi tornò in mente lei. La vidi con il suo costumino rosso mentre si puliva la mano sporca di sabbia sull’asciugamano della madre; e poi quel primo giorno di scuola alle elementari quando entrò in classe per mano alla maestra e mi sorrise varcando la soglia; e ancora il nostro primo bacio, dato nell’intervallo, nascosti dietro a un albero del cortile, mentre la campanella ci intimava di rientrare. E poi quella volta che i suoi genitori erano andati a sciare e lei aveva casa libera e facemmo l’amore per la prima volta nel suo letto perché in quello dei suoi si vergognava. E anche quando con le lacrime agli occhi, fuori dalla biblioteca, mi gridò di non farmi più vedere, perché aveva visto sul mio cellulare i messaggi di Sabrina, e io le avevo gridato che quella lì non mi interessava e che per me c’era solo lei, e la mattina dopo mi feci trovare sotto casa, davanti al suo motorino, con un mazzo di fiori.
Perché mi aveva negato tutto questo? Perché era scappata via così da me senza lasciarmi un cognome, un appiglio, niente di più di quell’ombra con una paletta che sbiadiva in una foto lasciata in un cassetto?
Mi alzai in piedi e iniziai a camminare verso il mare. Faceva freddo, il vento soffiava forte; lo sentivo battere sul collo, scoperto dalla giacca. Arrivai sul bagnasciuga e le onde mi lambirono i piedi. E a quel punto successe.
«Margherita! Margherita!» Urlai il suo nome, che da anni mi premeva sul petto e non mi lasciava respirare. E poi, senza rendermene conto, sentii la mia voce gridare: «Sei una stronza!».
Alle mie spalle si alzarono delle risate.
«Stronza! Margherita sei una stronzaaa!»
«Vaffanculo!», imprecavano i miei amici con le loro voci che si sovrapponevano le une con le altre.
«Michela, sei una troia!»
«Fottiti Francesca!»
Eravamo tutti su quella riva a gridare quei nomi alle onde perché se li portasse via.

Considero quella che ho appena descritto come la prima grande sbronza della mia vita, non fosse altro perché la mattina dopo mi svegliai giurando a me stesso che non avrei mai più bevuto. Ero al tavolino di un bar, curvo su me stesso e con una bottiglia di Coca Cola in mano. Federico si sedette davanti a me, si accese una sigaretta e mi fissò negli occhi.
«Ma questa Margherita che cazzo ti ha fatto?»
Bevvi un sorso di Coca.
«Lascia perdere» gli dissi facendomi scappare un rutto. «È una lunga storia.»

Vorrei poter dire di averla cancellata da me quella notte, e invece ogni tanto il mio pensiero torna a lei. Successe quando Grazia andò in Erasmus e mi lasciò con un messaggio, o quando andai a Milano per un convegno. Poi un giorno ho scoperto che i miei genitori si ricordavano il cognome di quella coppia conosciuta di trent’anni prima. Lo avevano sempre saputo, solo che io non l’avevo mai chiesto. Ogni tanto, la sera, mi trovo su Facebook e Instagram a spulciare profili delle sue omonime, ma lei non l’ho mai trovata. E poi, che cosa le dovrei dire? Ti ricordi di me? Ti prestai un secchiello alla fine degli anni Novanta. E magari è morta, oppure è brutta, forse anche antipatica e snob, con quell’accento milanese che mi riesce davvero difficile da sopportare. E poi cosa direi a mia moglie, che pure amo e che ogni sera si addormenta accanto a me? Una donna in carne, ossa e pigiama di pile che la mattina mi abbraccia e con la voce ancora roca di sonno mi e sussurra: «Stanotte hai russato un po’ meno». Sarà, ma quando l’estate scorsa ho visto mia figlia che in campeggio giocava con il piccolo Leonardo – un bambino della sua età che era lì a Follonica con la famiglia – non ho avuto un attimo di esitazione. Ho ripensato a Margherita, all’angoscia di questa storia mai iniziata che mi tormenta da più di trent’anni, e mi sono detto che no, non è questo che voglio per la mia Lucia. E allora ho iniziato a parlare del più e del meno con Luigi, il padre di Leonardo, un bolognese un po’ stempiato che mi ha raccontato di insegnare matematica in una scuola media, e sono stato anche bravo a fingere interesse, cosicché quando gli ho chiesto l’amicizia su Facebook non ha avuto niente da ridire. «Teniamoci in contatto» gli ho detto. «Non si sa mai.»

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