Condividi su facebook
Condividi su twitter

Brindisi allo specchio

di

Data

Illustrazione di Agrin Amedì
Corrado aveva qualche mese appena ma in testa un cespuglio di capelli dritti, così dritti che ci si potevano pure infilare le perle. Così disse il barbiere, Renato, quando lo vide entrare in bottega infagottato in un cappottino all’ultima moda.

Il sorriso degli specchi è già finito,
Nei vicoli e sui muri quel buffone che tu eri
è rimasto solo a pianger divertito.

Francesco Guccini – Un altro giorno è andato

 

Corrado aveva qualche mese appena ma in testa un cespuglio di capelli dritti, così dritti che ci si potevano pure infilare le perle. Così disse il barbiere, Renato, quando lo vide entrare in bottega infagottato in un cappottino all’ultima moda. Il padre teneva un ritaglio di giornale con una foto.
«Pare che la mia Signora abbia espresso delle preferenze…» sorrise divertito. «Ti raccomando, guarda qua e dai qualche sforbiciata ben assestata, altrimenti chi la sente poi!»
Renato storse un po’ il naso, scrutò il bambino con occhio clinico e cominciò a sforbiciare su quella testolina ciondolante. Vi appoggiò deciso una mano imponendole dall’alto leggeri movimenti mentre lui osserva di sbieco la prospettiva migliore. Il piccolo si imbronciò di colpo, chiuse prima un occhio, poi tutti e due, poi uno soltanto ancora infastidito dai capelli che gli cadevano di continuo sugli occhi. Finché la mantellina venne tolta con enfasi da corrida e finalmente arrivò il solletico della spazzola che con un rapido movimento spazzò via le sue paure; lui rise divertito. Corrado allungò la mano per toccare il faccione del padre riflesso nello specchio e il brusio di fondo si interruppe per un istante a complimentarsi con quell’ometto.
«Conciato così, di sicuro andrai lontano giovanotto» disse sorridendo una voce roca, nascosta dietro le pagine di un quotidiano. E via un coro a borbottargli contro per quella visione folle e lontana che lo avrebbe portato via da lì, dove era giusto destino di tutti restare.
Corrado uscì in una nuvola di borotalco profumato, la testolina in ordine e le braccia protese sopra le spalle del padre a fissarsi attraverso il grande specchio. Renato li guardò allontanarsi finché non vennero inghiottiti entrambi dalla cornice dello specchio.

Da quel giorno Corrado entrò senza saperlo a far parte di quell’universo paesano maschile che si incontrava dal barbiere per chiacchierare, per confessarsi, per stare al caldo o davvero per darsi una sistemata. Corrado passò in fretta dalla sedia a forma di cavallo alla poltrona. A casa gli capitava spesso di mettersi davanti allo specchio per verificare se vi fosse qualche peluria. Talvolta di nascosto prendeva il pennello del padre e faceva finta di radersi. In bottega ci andava sempre con la scorta e mentre il padre si gustava le chiacchiere lui invece osservava Giulio, il ragazzo spazzola, intento a preparare la schiuma. Capelli tagliati ad arte e calzoni corti sotto al grembiule bianco per correre, dopo le ore di lavoro, dietro alla chiesa per una partita di pallone.
«Corrado ti unisci a noi?» gli disse questo una volta.
«No, devo studiare.»
«Ma c’è anche Viola.»
«… No, le ragazze non mi interessano.»
Giulio era poco più grande di lui e Corrado gli invidiava quella piccola indipendenza che gli permetteva di comprarsi i Tex senza dover attendere la paghetta della domenica. Tuttavia, quando lo vedeva ricordava il lavoro di suo padre, le alzatacce per impastare il pane, quegli orari che invertivano la notte con il giorno, e cominciava a detestarlo come avrebbe detestato sé stesso al solo pensiero di vedersi rinchiuso nella professione di famiglia. A quel pensiero Corrado, ancora giovanotto, si guardò dritto negli occhi attraverso lo specchio e giurò a sé stesso che prima o poi se ne sarebbe andato.

Venne una domenica di quell’età indecisa, imberbe e impacciata ancorata all’infanzia ma smaniosamente protesa al domani, in cui il fascino di un mondo prima ignorato dirompe improvvisamente in una vita. Corrado aveva ceduto le armi al fascino della giovane Viola e nel pomeriggio l’avrebbe portata alla prima di un film. Prima della messa Corrado entrò in barberia per leggere il giornale, come era diventata sua abitudine, per scimmiottare gli adulti. Di lì a poco la bottega si riempì di facce gonfie e abbronzate, uomini perlopiù con camice sgualcite e lise, e cappelli sudati che fino a poco prima brulicavano sommessamente nella piazza stringendo mani in accordi vantaggiosi. Niente di diverso da tutte le altre domeniche. Poi però, terminata l’invasione contadina, al rintocco della campana che chiamava i fedeli all’ultima messa, entrò un uomo distinto. Era uno forestiero che non si era mai visto in paese. Chiese di poter avere lavaggio e taglio. Renato con la sua parlantina discreta, fu davvero abile nel coinvolgerlo in una conversazione tale da strappargli qualche notizia.
«Complimenti per l’ottima fattura del vostro vestito. Di queste parti è difficile trovarne.»
«In effetti non sono della zona.»
«E se non sono indiscreto, cosa vi porta qui?»
«Lavoro. Ma mi fermo poco. Tra due giorni riparto per Londra.»
Corrado lasciò ricadere il giornale floscio sulle ginocchia mentre a bocca aperta ascoltava quell’elegante signore. A rasatura ultimata l’uomo allungò il mento per ammirarsi nello specchio. Una spruzzata di colonia ed era pronto a fare bella figura con qualche signora intrattenutasi fuori dalla funzione. Ma ecco che i loro sguardi si incrociarono. Accortosi dell’attenzione che aveva suscitato l’uomo fece l’occhiolino al giovane Corrado, il quale ricambiò senza imbarazzo ed ebbe addirittura l’ardire si seguirlo fuori dalla bottega.
«Mi scusi signore…»
L’uomo si fermò nel mezzo della strada e si voltò verso il ragazzo.
«Mi scusi signore. Mi permetta, come si fa a trovare lavoro a Londra?»
Questi accennò a un sorriso che nulla aveva a che fare con lo scherno. Gli allungò una sigaretta e si sedettero su una panchina poco distante. Corrado non si fece prendere alla sprovvista. Portò la sigaretta alla bocca, l’avvicinò alla fiamma dell’accendino che gli veniva offerto, aspirò due boccate per poi rilasciare una scia di fumo.
«Bello questo accendino!»
«Se lavorerai sodo potrai averne uno tuo un giorno.»
Quando Corrado ebbe finito di parlare guardò in direzione della bottega. Giulio spazzava il pavimento dove ognuno aveva lasciato una parte ormai sgradita e inutile di sé, come la muta di un vecchio serpente. Si immaginava nello specchio, figura sottile in mezzo alla strada. Sorrise. Si sentiva già in viaggio. Giulio alzò lo sguardo e lo vide; troppo lontano per riuscire a coglierne l’espressione sfacciata, troppo vicino per non capire. 

Alcuni giorni dopo Corrado fece di nuovo capolino in barberia, con il vestito buono e le scarpe appena lucidate. Renato, intento a pulire il rasoio, venne allertato dallo scampanellio della porta. Lo fece accomodare sulla poltrona di pelle nera e si mise come sempre alle sue spalle per valutare insieme il da farsi. You were only waiting for this moment to arise… La radio trasmetteva una canzone dei Beatles.
«Lasciameli morbidi ma dacci un taglio. Non li voglio fino alle spalle. Niente frangetta, ma lasciami un bel ciuffo.»
«Basette?»
«No. Via tutto. Pelo e contropelo.»
«Corrado, ti fai bello eh?»
«Come potrei privarmi delle vostre cure, soprattutto adesso.»
«Eh già…» sorrise con un’allusione invidiosa Giulio.
«Eh già cosa?»
«È passata Viola poco fa. Non stava nella pelle all’idea che sareste andati al cinema insieme.»
Fu in quel momento che Corrado si ricordò di quell’impegno realizzando quanto quella promessa fatta sul brivido degli ormoni fosse stata del tutto avventata. Si alzò dalla sedia e sistemandosi il colletto della camicia con uno strattone deciso, rimirò la sua immagine nello specchio. Quello era il suo momento, una fuga sognata, una fortuna capitatagli al momento giusto.
«Ho un volo che mi aspetta. Dovremmo rinviare» rispose, rendendo così pubblica la sfortunata sorte di quell’incontro. 
Giulio si rammaricò. Pensò a Viola, a quanto avrebbe sofferto, a come sarebbe stato fortunato se avesse potuto essere lui il compagno nella sala del cinema. 
Perdonami, devo partire. Al cinema ti ci porto quando torno. Corrado scrisse un biglietto frettoloso sul retro di una schedina consegnandolo a Giulio.
«Potresti darglielo da parte mia?»
Così dicendo respirò a pieni polmoni l’aria aromatica di quel posto e partì col suo carico di lusinghe, la voglia di sfondare, il desiderio di essere diverso da quelli che non avevano il coraggio di togliersi dall’ombra del campanile. Partì inseguendo quell’immagine che aveva visto tante volte riflessa nello specchio in barberia. Partì con il desiderio di rincorrere il tempo, anticipandolo.

Passarono gli anni e il suo sporadico andirivieni dall’estero consumò tutte le lacrime di Viola che scelse un giorno di porre fine quel suo attendere accettando le lusinghe di Giulio. Fu un matrimonio senza troppe pretese ma pieno dell’affetto dei paesani. Spettegolavano le donne di come fosse stata una sfortuna a lasciarsi sfuggire quel Corrado. Tuonavano gli uomini di come fosse stata invece fortunata ad avere sposato l’erede della barberia.
Quando finalmente Corrado ritornò al suo paese, molte cose erano cambiate. Alla barberia venne accolto da Giulio che aveva perso l’aria sgualcita e svilita di un tempo. Il padre, che negli anni precedenti era stato salvato da un infarto, continuava a sollevare la serranda al mattino, ma poi si sedeva senza fiato in un angolo e da lì intratteneva le solite conversazioni con gli amici di sempre, acciaccati dall’età ma non dalla noia.
Era un giorno di pioggia e le gocce sulla porta davano l’effetto di un vetro infranto, deformando l’immagine anche sullo specchio. Il campanello tintinnò e si sentì lo scuotersi di un ombrello, come un battito d’ali. Poi una voce di bambina che vedendo Corrado si nascose dietro alle gambe di una bellissima donna.
«Suvvia, non essere timida. Vai a dare un bacio al papà.»
Quella vita che avrebbe potuto essere sua gli si palesò davanti agli occhi con prepotenza e innocenza. Viola era bellissima, gli occhi vividi come perle tra le onde dei suoi capelli, e quella bambina che pareva essere uscita da uno scatto di tanti anni addietro. Ma di nuovo quella sgradevole sensazione che lo prendeva ogni volta che tornava, un fastidioso prurito. Quel senso di finitezza di quel posto, di scontato, di già visto, già sentito. Lui era nel pieno dei suoi anni e la libertà della sua partenza aveva invaso la sua vita, una schiuma profumata entrata in ogni poro della sua pelle. Relazioni fugaci e senza impegni, fughe e forse ritorni passeggeri. Nessun contratto se non quello di lavoro. Nessun impegno se non quello con sé stesso. Così dopo aver goduto di quel rituale di sempre, di nuovo se ne andò a rincorrere nuove rivoluzioni. A rincorrere un’età che ancora non gli apparteneva ma che gli faceva sentire tutta la forza della sua scelta e del suo successo. Nello specchio il contrasto tra il mosaico di vite monotone e quel suo sguardo ribelle e compiaciuto. 

Rimase lontano a lungo mentre al paese tutto e tutti cambiavano senza bisogno di prendere un aereo con il ritmo lento di una vita soppesata. Rimase lontano a lungo finché gli anni non gli presentarono il conto della sua ebrezza. Il fisico che lo aveva sorretto fino ad allora cominciò a manifestare invisibili segni di insofferenza ma rimaneva pur sempre un uomo ricco di fascino. Corpo tonico e asciutto, braccia tatuate, jeans attillati e barba da hipster.
Era sera quando si incamminò verso la barberia. Le strade illuminate a giorno e le vie affollate da persone di ogni età: chi prendeva l’aperitivo, chi passeggiava con borse piene di acquisti griffati, chi usciva dall’agenzia viaggi per un volo last minute. Tutto quello che lui aveva rincorso nei suoi anni era arrivato anche lì.
Quando fu davanti alla bottega notò con inaspettato piacere che la barberia era stata rinfrescata e svettava nitida sulla parete di mattoni illuminata da un faretto. Luce calda. Entrò senza indugio. Nell’aprire la porta venne investito da un intenso odore di alcolici e fritto, luci soffuse, musica lounge, tintinnio di bicchieri e risate di amici. Corrado rimase come impietrito all’ingresso. Tutto appariva giovane in lui, ma era in realtà tremendamente vecchio, tremendamente inadeguato, tremendamente in ritardo su tutto. E nonostante quella penombra nascondesse le poche rughe, si accese un’intensa luce dentro di lui, una luce che illuminava un calendario al quale niente avrebbe potuto fare per sfuggire. Neppure quel viaggio di ritorno con l’illusione che percorrere da est ad ovest i fusi orari gli sarebbe valso per guadagnare tempo.
«In quanti siete?» chiese una voce fresca.
Non rispose. Gli ci volle un attimo.
«In quanti siete? Vi preparo un tavolo?»
«No grazie, rimango al bancone.»
Si accomodò cercando di convincere sé stesso che quella non era la barberia, che sicuramente la mente provata dal viaggio gli stava giocando uno sgradevole scherzo. Poi, alzando lo sguardo dal bicchiere alle bottiglie di Jack Daniel e Tequila, vide lo specchio. La stessa cornice di un tempo, solo un po’ rovinato dagli anni. E lui seduto lì davanti. Uno difronte all’altro in una resa dei conti.
Rivide Renato mentre posava gli asciugamani caldi sul volto dei clienti, e Giulio con i pantaloni corti che sistemava i baffi e passava la scopa. Ma era solo il riflesso di un ricordo lontano del quale però, inaspettatamente, riusciva ancora a percepire il profumo intenso di spezie e mentolo.
«Sera. Cosa le preparo?»
«Un Negroni con ghiaccio per favore.»
E mentre il barista gli preparava il cocktail miscelando ad arte i vari ingredienti, si fece coraggio e gli chiese che fine avesse fatto la barberia.
«È stata chiusa qualche anno fa» rispose.
Continuò a guardarsi intorno spaesato, come chi torna a casa e si sente tradito da un cambiamento inaspettato, finché non arrivò lei. Due occhi verdi, un cespuglio di ricci ribelli. Non ebbe dubbi. Era la figlia di Giulio e Viola.
«Perché la barberia ha chiuso?»
«E lei chi sarebbe?»
«Diciamo un vecchio cliente. Manco da molto.»
«Ah! La barberia… storia vecchia. I miei erano stanchi e io pure. Loro se ne sono andati. I sacrifici di una vita gli sono valsi una casa in montagna e un bel po’ di grigliate con vecchi amici. Io sono rimasta ma con una musica diversa.»
Corrado fissava i cubetti di ghiaccio sciogliersi nel bicchiere, mentre guardava distratto la gente che piano piano cominciava ad affollare il piccolo locale.
Aveva rincorso il tempo sgranocchiando fusi orari seduto sulla poltrona morbida di un volo intercontinentale, aveva rinunciato a relazioni durature e legami stabili con la presunzione e la certezza che al paese nulla sarebbe mai cambiato. Era sicuro che a ogni ritorno avrebbe aperto la porta della barberia e si sarebbe seduto alla stessa poltrona per il rituale di benessere che aveva nel sangue da generazioni. Aveva desiderato di essere adulto prima del tempo e ci era riuscito, aveva desiderato di recuperare la giovinezza e con qualche illusione era riuscito anche in quello.
Ora che la barberia non c’era più, Corrado si rese conto che lì dentro c’era sempre stata un’ora per tutti. Era sempre stato lui a sfuggirle, a non scegliere un suo posto, a voler stare sempre in piedi, sull’uscio, a fumare.
«Un altro whiskey per favore.»
Il liquore aveva lo stesso colore del dopobarba che usava Renato. Alzò il bicchiere e rivolto allo specchio fece un brindisi, non a sé stesso ma a tutti i ricordi che quello specchio conservava. 

Ultime
Pubblicazioni

Sfoglia
MagO'