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Illustrazioni di Agrin Amedì
Piove. Forte. Ma più della pioggia è il vento a essere forte. Folate di un vigore impressionante travolgono le cime degli alberi intorno alla casa.

Sembra esserci nell’uomo, come nell’uccello, un bisogno di migrazione, una vitale necessità di sentirsi altrove.

M. Yourcenar

 

Piove. Forte. Ma più della pioggia è il vento a essere forte. Folate di un vigore impressionante travolgono le cime degli alberi intorno alla casa. La quercia mescola il suo suono tempestoso a quello più delicato dell’acacia, mentre le cime dei cipressi lasciano che le dita del vento le smuovano in un arpeggio sonoro.
Quando imperversa fuori la tempesta alle persone solitamente piace star dentro, al caldo, al sicuro. Ma non a me. Io preferisco stare là fuori, dove i fulmini possono abbattersi a cento o dieci metri da me.
Alzo gli occhi verso il cielo: strati di nuvole di tre tonalità di grigio si muovono a velocità differenti. I lembi scuri di quelle più vicine sono lanciati come cavalli in una folle corsa; a metà, nuvole di un grigio leggermente più chiaro si muovono l’una verso l’altra secondo i più accorti passi di un sinuoso corteggiamento; sullo sfondo, quasi bianco, è il gioco del chiaroscuro a far percepire la densità di quella luce che domina, comunque, su tutto.
La pioggia sottile impregna i capelli, appesantendo ciocche che si attaccano al viso per poi cadere come inanimate nel salto che separa il volto dalle spalle. Ferma, con le palpebre appesantite dalle ciglia imperlate di gocce traslucide, devo soltanto ruotare il mio corpo per percepire ogni singolo suono emesso da ciò che mi circonda: dal filo d’erba alle gialle foglie che cadono giù dal cielo e sembrano provenire da chissà dove.
Inizio a correre e mi sembra che i rami pungenti degli arbusti di una foresta intricata mi rubino pezzi di carne. Li perdo, ma, in fondo, ognuno di quei brandelli mi appartiene comunque: è una traccia di me e del mio passaggio in quel luogo. È la mia memoria di me in ciascun posto.
L’acqua che continua a cadere incessantemente disegna rivoli rossastri sotto i miei piedi che corrono nudi sulle zolle scomposte del terreno argilloso: sangue che sprofonda nella terra e terra che risale per le tortuose vie delle mie vene dove l’argilla, come fra le mani di Pigmalione, disegna nuovi percorsi nel mio corpo. Cresce dietro le mie spalle, intanto, una gobba: non so se si stia riempiendo della gelida acqua che cade dal cielo o se si stia nutrendo di qualcosa che è dentro di me. Provo a toccarla, ma le mie mani sfiorano solo il ruvido tessuto della giacca che ha disegnato sul mio corpo pieghe sconosciute. Allora mi specchio in una pozzanghera fangosa illuminata dal bagliore di un fulmine. Mi guardo. E vedo: «io, lacerato all’esterno, e il mondo lacerato dentro di me».
Piccole penne bianche iniziano a far capolino attorno ai miei occhi che si specchiano: le lunghe e profonde radici dei loro astucci affondano nella carne della mia memoria. Sono da governare, da imparare a gestire per non precipitare, o per non volare a saltelli, o per non sbattere contro gli ostacoli. Anche la gobba, distendendosi e allungandosi a destra e sinistra del mio corpo, srotola tutte le pieghe della mia giacca in ordinate file di penne. 
L’acuminato e ricurvo becco che è spuntato fuori dalla mia bocca si rivolge al cielo in uno straziante urlo liberatorio: mi involo verso il bagliore che si insinua tra i grigi contorni del vorticoso spiraglio apertosi di fronte a me.

Ora un raggio di sole che come un dito sottile si posa sulla mia guancia, mi riporta alla sedia di paglia sulla loggetta, luogo del mio essere nel mondo. Lì, immobile, seduta su una sedia, guardo con un ghigno aquilino le mie gambe penzolanti che non sentono più la terra. Spalanco le braccia verso l’alto e, mentre le maniche della giacca scivolano verso i gomiti, si scoprono sentieri venosi che come rami si rivolgono al cielo.

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