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Oyasumi, watashi no ai

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Illustrazione Agrin Amedì
C’è un gran baccano nella taverna e l’aria è pesante. Teresa è appena entrata. Come al solito cerca suo marito.

C’è un gran baccano nella taverna e l’aria è pesante. Teresa è appena entrata. Come al solito cerca suo marito. Lui se ne sta in piedi sul bancone della taverna, nudo e urlante. Sventola con la mano sinistra una mazzetta di soldi – la vincita di una scommessa alle corse dei cani – mentre nella mano destra stringe l’accordo di acquisto del primo trattore al mondo che abbia nella cabina di manovra tutti gli optional di una toilette giapponese, inclusa una voce femminile in lingua originale. È molto tempo che suo marito va cianciando di quel maledetto affare. Teresa riesce a far rivestire suo marito a suon di sberle. Tutt’intorno c’è un gran vociare di gente divertita ma non sorpresa perché quel tipo ne ha già combinate parecchie e lo conoscono tutti. Teresa prende suo marito sotto braccio e insieme si avviano barcollando verso la porta. A casa li aspetta un sonno buio, senza sogni.
Il mattino dopo di buonora bussa alla loro porta l’affabile venditore. Teresa va ad aprire la porta in pigiama, sa bene chi è ed è furiosa. Il marito si butta addosso dei vestiti scelti a caso e la raggiunge correndo. Ecco le chiavi, l’uomo non aspetta un minuto di più: con una spallata scansa la moglie e abbraccia il venditore. Un violento strattone al telo e l’enorme aggeggio con voce femminile esclama: «Konichiwa!». Il trattore è giallo come il sole, nuovo di zecca. Brilla sotto la luce del mattino. Con la gioia negli occhi l’uomo salta su, mette in moto e parte a tutta velocità verso i campi. Ha ancora le pantofole ai piedi e nemmeno si volta a guardare la moglie che è rimasta pietrificata sulla soglia di casa.
Le tre settimane seguenti si ripetono sempre uguali: l’uomo si alza al mattino prestissimo e Teresa lo vede solo quando torna per mangiare e dormire. Guida avanti e indietro tutto il giorno mentre il trattore gli lava il sedere, glielo massaggia, o semplicemente glielo tiene al caldo. Insieme, lui e la trattoressa, massacrano i campi senza pietà. Ogni giorno, seduta in veranda o affacciata alla finestra, Teresa li sente ridere e parlare in giapponese. «Watashi no ai, watashi no ai» si ripetono i due.
Ogni giorno, tramontato il sole, l’uomo spinge il veicolo fino allo spiazzo davanti alla taverna e se scende è solo perché il vino che si porta dietro non gli basta più. Torna a casa tardi, sbandando pericolosamente; il trattore canta a tutto volume canzoni pop giapponesi e nel frattempo gli fa i grattini sul fondoschiena.
Una notte, parcheggiata la trattoressa sotto la tettoia accanto a casa, Teresa sente distintamente il marito dire: «Oyasumi, watashi no ai». Ripete tra sé e sé la frase molte volte per non dimenticarla e si rimette a dormire.
Il giorno dopo, appena sveglia, accende il computer e digita le quattro parole nel traduttore automatico che un istante dopo le sputa in faccia la frase tradotta: «Buonanotte, amore mio».
Da quella notte in poi Teresa scivola in bagno senza far rumore. Si trucca gli occhi e le guance, mette il rossetto, si pettina i lunghi capelli e dopo aver indossato il suo più bel vestito esce di casa. Le prime volte si limita a osservare la trattoressa, a girarle attorno; si siede lì accanto e la fissa, si sente piccola e brutta in confronto. Piange molto, perde il sonno.
Col passare dei giorni prende confidenza, allunga le mani per toccarla, sente sui palmi il metallo freddo e liscio della carrozzeria, lo accarezza, non le dispiace. A guardarle bene non le dispiacciono neanche le enormi ruote, così ruvide e prepotenti, e la diverte molto quella specie di comignolo che c’è in cima al tettuccio. E poi, a onor del vero, il giallo è il suo colore preferito fin da quando era bambina. Da quel momento le visite si fanno quotidiane. Più di una volta, nel corso di queste scappatelle, si azzarda a montare in cabina di manovra, che in effetti è molto ma molto comoda, ma non mette mai in moto, non vuole che quell’attrezzo le rivolga parola.
Il giorno che viene è il primo di primavera. È mattina presto e Teresa viene svegliata da un fracasso infernale. Intontita, col cuore in gola, si precipita a vedere cosa stia succedendo: la trattoressa ha appena sfondato l’ingresso di casa e il marito ridendo come un bambino, tra polvere e calcinacci, fa manovra e parcheggia nel mezzo del salone. Lei lo fissa in silenzio, sbigottita. Lui, con candore infantile, alza le spalle. «Piove che Dio la manda, si arrugginisce a lasciarla fuori.» Il trattore resta dov’è, non c’è discussione o lacrime che tengano. La donna è al limite della sopportazione, freme di rabbia. Decide di aspettare fino a notte fonda per fargliela pagare, attende che il marito svenga sul divano per l’alcol che ha ingerito. Teresa scivola piano fino alla cucina, si scola alla svelta una scorta di vinaccio e, ubriaca da far spavento, accaldata e ansimante, si spoglia di tutto. Poi, ammantata di un coraggio che non aveva mai avuto prima, si avvicina barcollando al trattore e monta a bordo. Lo accende. «Siamo alla resa dei conti, puttana.» «Arigatò!» le risponde l’aggeggio festante. Teresa preme sull’acceleratore, il trattore comincia a farle il bidet. Partono.
Per tutta la notte le due vanno avanti e indietro per i campi, ridono e parlano giapponese. La trattoressa la accarezza, la massaggia, la sciacqua, la gratta, la lava, canta canzoni pop giapponesi, dice anche lei «Watashi no ai». Teresa si sente felice e amata come mai prima di allora.
Sul farsi del giorno spinge il veicolo fino alla taverna, lo parcheggia in un angolo che dalla strada non si vede, fa rifornimento di vino, poi rimonta a bordo e aspetta. Pensa a suo marito che si starà di certo svegliando e che quando si accorgerà che in casa non ci sono né lei né la trattoressa diventerà matto. Ride tra sé e sé. Poi ride sempre più forte intanto e butta giù altro vino. Ride anche la trattoressa, che quando ride non ha la voce metallica, sembra proprio una bella giapponesina in carne e ossa.
Neanche un’ora dopo Teresa vede arrivare correndo il marito: è tutto sudato, e ansima. Entra ma non la vede. Dentro c’è un gran baccano e l’aria è pesante come sempre. La donna lascia al marito il tempo di sedersi con calma, rilassarsi, cominciare a bere. Trascorsi una ventina di minuti preme sull’acceleratore della trattoressa e insieme, a suon di «Konichiwa! Arigatò!» sfondano con un colpo secco la parete del locale. Tra polvere e calcinacci, completamente nuda e con le lacrime agli occhi dal ridere, la donna guarda il marito. Lui la guarda stupefatto in un primo momento, ma poi non si trattiene, ride e intona felice una canzone d’amore nell’antico dialetto di Kyoto mentre la trattoressa provvede a un adeguato sottofondo musicale. Teresa sventola le mani in aria e i seni bagnati di vino danzano al ritmo di quell’antica canzone. La trattoressa ride, mentre spara per aria getti d’acqua che paiono in tutto e per tutto dei fuochi d’artificio.

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