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Vita da cani

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Illustrazione di Agrin Amedì
Prenditi un cane, mi ha detto. Capisci? Un cane. Come se un cane potesse davvero riempire l’assenza di qualcuno che vuoi.

Prenditi un cane, mi ha detto. Capisci?
Un cane.
Come se un cane potesse davvero riempire l’assenza di qualcuno che vuoi.
La faceva facile, lei. Tanto è lei che un giorno non è più tornata a casa mandando la madre a prendere le sue cose. È lei che senza avermi mai detto che non era felice ha deciso tutto da sola. Che ci si sposa a fare se poi una decide tutto da sola? E mica si è presa un cane, lei. Si è presa Bob, un personal che ha conosciuto in palestra. Ma non di quelle con la sala pesi, una palestra della mente. Era scritto proprio così.
L’ho trovato io il volantino nella cassetta della posta, pensando che era davvero buffo che esistessero ancora i volantini di carta. Volevo buttarlo e invece l’ho portato a casa. Il cassonetto della carta era pieno e volevo essere un buon cittadino. Sai, sono andata a vedere quel posto, quella palestra della mente…
Non le ho nemmeno chiesto che razza di posto fosse, che gente lo frequentava. Non le ho mai chiesto nulla di quello che faceva quando non eravamo insieme, perché non sono mai stato geloso. Se lo fossi stato, se l’avessi controllata, forse mi avrebbe parlato di Bob, di come faceva ad allenare la mente e soprattutto quante volte alla settimana.
Perché effettivamente noi non è che stessimo più tanto insieme, fisicamente dico. Dopo dieci anni di matrimonio cosa vuoi fare…
Ma mi stai ascoltando? Ma sì, che ne sai tu, che sai solo spargere croccantini per casa.
Prenditi un cane, mi ha detto. Ma ti rendi conto? Uno va quasi in ginocchio a dire mi manchi, lascia perdere Bob che tra l’altro lui sì ha un soprannome da cane, e che si sente dire?
Comunque io non è che non fossi presente, come dice lei. È che io vendevo case: prego signora, osservi le dimensioni del piano cottura, la vista sul mare, la scala a chiocciola che nasconde una soffitta misteriosa. Chissà, se guarda bene può trovare delle lettere, dei ricordi di chi ci ha abitato…
E glieli facevo trovare i ricordi. Ero diventato anche piuttosto bravo a invecchiare la carta e sbiadire l’inchiostro. Non allenavo la mente, ma potevo far credere alle persone che quello che cercavano fosse proprio in quella casa che aspettava il suo nuovo proprietario.
Certo, il lavoro mi portava a stare lontano e all’inizio neanche bastava per mantenerci. Se avessi aspettato che lei diventasse ricercatrice avremmo vissuto d’aria. Dopo due anni di matrimonio le ho detto che era ora che si mettesse a lavorare e la ricerca l’avrebbe fatta gente che non ha famiglia, che non ha qualcuno che l’aspetta a casa.
Dopo qualche mese l’hanno assunta come maestra e ci siamo sistemati. Io lavoravo, lei lavorava. Che altro è la felicità, se non potersi permettere di non pensare alle bollette?
Poi un po’ è cambiata, parlava sempre meno, ma io ho sempre creduto che meno si parla, meno si litiga. E siccome non c’erano discussioni, perché diavolo dovevo pensare che a un certo punto avrebbe cercato Bob?
E scendi da quel divano! Facevamo l’amore lì sopra, all’inizio: ci piaceva più del letto, sembravamo due adolescenti che non riescono a trattenersi.
E va bene non scendere, fai come ti pare, tanto tu fai sempre come ti pare. Almeno ti sposti o devi stare allungato come stessi a una lezione di stretching?
Chissà se lo facevano lo stretching nella palestra della mente… Magari Bob era capace di allungare i neuroni. È per questo che lui adesso sta a casa con mia moglie mentre io cerco di infilarmi tra le tue maledette zampe per riuscire a sedermi.
E tanto perché tu lo sappia, io non ti ho preso quel giorno sulla A24 perché mi facevi pena. Ti ho raccolto perché pensavo che lei ci avrebbe ripensato, se ti portavo a casa. Se la chiamavo e le dicevo: «Sai, l’ho preso poi un cane. Poverello, fuori da un autogrill, hanno detto vive qui, non è di nessuno… Era grigio prima che lo lavassi. Adesso è di un bianco candeggina, magari quando vieni a prendere le tue cose lo portiamo fuori, mangiamo qualcosa nel parco». Insomma ci speravo. E invece non mi ha fatto nemmeno finire, ha detto che parlavo troppo e che le sue cose le avrebbe prese la madre.
E non credere che non ti ci avrei riportato sull’autostrada. Solo che mi servivi; un cane da guardia fa comodo. E i maremmani, si sa, la sanno fare meglio di tutti gli altri. Se tu fossi davvero un maremmano, perché deve essere il tuo lato bastardo che non ti fa rendere conto nemmeno di quando si avvicina il postino. Oppure lo fai apposta. Come lei. La pregavo di annotare scrupolosamente nome e orario di tutte le chiamate per me e invece che faceva? Disseminava la scrivania di quelle riviste scientifiche sulla nascita dell’universo e altra robaccia per nullafacenti e leggeva per ore, dimenticandosi di tutto.
Ormai ci avevo fatto l’abitudine a non essere considerato. In fondo era anche nel suo interesse riferirmi la chiamata di un potenziale cliente. E invece no. La mattina era a scuola. Il pomeriggio stava persa tra quei libri inutili. E la sera su questo divano si allungava e dormiva. Come te. Potresti farlo quello che ti chiedo, visto che ti ho preso in casa e ti do da mangiare. Anche a lei l’ho detto, un giorno che non ne potevo più. E come l’ha ingigantita, quella frase! Era evidente che cercava scuse, magari Bob già esisteva nella sua vita. Ha detto che volevo umiliarla, che non dovevo permettermi, che lei era indipendente, che lavorava.
E chi lo nega? Ma era altrettanto innegabile che all’inizio, quando la signorina studiosa stava appesa tra un assegno di ricerca per l’approvazione di un progetto e altre balle che le raccontavano all’università, ci siamo potuti sposare grazie ai miei di soldi. E questo è un fatto, cara mia! Voi non sapete che significa la riconoscenza, altroché!
Comunque è chiaro che cercava solo una ragione per smettere del tutto di rivolgermi la parola. Anche perché sapeva bene che io ero stato fin troppo generoso con una che non poteva avere figli.
Se ci avessi potuto parlare, con Bob, glie lo avrei detto a cosa andava incontro. E ci ho anche provato, quella volta al supermercato. Mentre caricava su la spesa con quell’aria da ‘so farlo solo io’, mi sono avvicinato e gli ho detto: «Senti, mia moglie, la mia ex-moglie, è strana. Vive in un mondo suo. Ti stancherai».
Volevo dirgli delle telefonate dimenticate e di quei maledetti libri e del fatto che lei non parlava mai, ma mentre mi guardava non sono riuscito a continuare. Si era girato verso di me con la faccia di uno disturbato da un rumore che si chiede cosa lo ha generato. Ho pensato che fosse distratto e non avesse percepito tutta la frase, così l’ho ripetuta, accentando meglio la parola “moglie” e soffermandomi sulle pause. Restava immobile, con le gambe verso il portabagagli e il busto leggermente ruotato verso di me. Tra le mani un cartone della spesa pieno zeppo sembrava non pesargli affatto e non lo lasciava. Non ero capace di adattare il resto del discorso al modo in cui mi aspettavo che reagisse, perché in effetti non stava reagendo; continuava a guardarmi come si guarda una macchina che ti parcheggia accanto. Comunque poco dopo è arrivata lei e me ne sono andato.
È stato il giorno che ti ho fatto salire in macchina in quell’autogrill.
Dovevo essere proprio disperato per portarmi a casa un cane. E per di più un cane da guardia fallito come te.
Almeno sai fare da cuscino? Ecco, mi pare che ci entriamo bene su questo divano. Sei bello caldo, meglio di una coperta elettrica. Puzzi un po’, ma è solo perché non ti sai lavare.
Lei era sempre molto profumata. Tranne in quel periodo della depressione, subito dopo che aveva lasciato l’università. Non mangiava, dormiva sempre e non si voleva lavare. La portavo di peso sotto la doccia e mentre la lavavo lei piangeva in silenzio. Un pianto compresso, fatto di singhiozzi che sembravano rimbombare dentro al petto.
Poi si è ripresa, ha trovato il lavoro come maestra e siamo andati avanti come prima. Però non proprio come prima, a pensarci bene. Diciamo che fuori era come prima, ma a volte avevo la sensazione che quei singhiozzi fossero solo talmente silenziosi da non disturbarmi.
Beh, adesso che fai, scendi? Proprio adesso che mi ero sistemato comodo e cominciavo a riscaldarmi? Dai cane, torna qui, dove sei? Non mi lasciare solo.
Ti prego.
Ti metto i tuoi croccantini preferiti. Ecco, puoi mangiarli qui sopra se vuoi.
Per favore torna, questo divano è così freddo… E poi è grande, ci si sta in due.
C’è troppo silenzio in questa casa.
Perdonami, ti prego, non dicevo sul serio che sei un fallito. Né che sei bastardo. In fondo dai, in fondo io cosa ne so se ti piace di fare la guardia? Dicevo così, perché uno si aspetta che un maremmano la faccia. Ecco. Che ne so se ti ho offeso e quando ti ho offeso e come? Che ne so io se era colpa mia che lei singhiozzava nel buio, che ne sapevo io, che ne sapevo? Non mi diceva niente, non mi dite mai niente. E mi lasciate qui solo…
Vuoi sentirmi piangere, cane maledetto? E allora sentimi!
C’è troppo silenzio in questa casa, non respiro.
Sentimi! Non ti frega niente che sono disperato? Maledetto bastardo di un cane, maledetti tutti! Maledetta tu, che se me l’avessi detto che stavi male…
Ti prego, torna.
Ricominciamo.

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