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Via Guicciardi 47

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Illustrazione di Agrin Amedì
Cara Anna, ho cambiato casa. Questa sarà la prima cosa che ti dirò, nella lettera che ho intenzione di scriverti. Adesso abito in via Guicciardi al numero 47, in grande edificio giallo;

Cara Anna, ho cambiato casa. Questa sarà la prima cosa che ti dirò, nella lettera che ho intenzione di scriverti. Adesso abito in via Guicciardi al numero 47, in grande edificio giallo; chiederò che mi diano carta e penna e lo scriverò in stampatello perché la mia grafia ormai è molle come un budino, così che tu non possa sbagliare prendendo un taxi o chiedendo indicazioni: VIA GUICCIARDI 47. Non mi ricordo quando sono arrivata di preciso, ma ti racconterò che la prima volta che ho visto il giardino ho pensato che sarei stata felice qui, perché è tanto simile a quello del mio Emilio. Ti descriverò le aiuole, tutte colorate e piene di fiori, e i vasi con il rosmarino e la salvia. C’è una panchina sotto una quercia lungo il viale principale: nella lettera ti dirò di andare lì per passare il tempo, di sederti e guardare i vasi e le aiuole. 

Ti ricordi le rose del vecchio giardino, Anna? Partivano da terra e si arrampicavano rosse e bianche fino in cima al cancello. I passanti si fermavano ad ammirarle e qualcuno chiedeva di tagliarne un rametto per provare a trapiantarlo. Se l’avesse saputo l’Emilio – geloso com’era delle sue rose! – ma lui passava la maggior parte del tempo in cantina e non se ne accorgeva. Aveva ricostruito la sua officina in cantina, con tutti gli attrezzi ordinati per grandezza e il suo tavolo da lavoro; accanto aveva sistemato una stanzetta a mo’ di palestra, con la spalliera, la cyclette, i pesi e un enorme tappeto rosa che piaceva tanto alle bambine. Qui, in quest’edificio tutto giallo, non ci sono rose, però ci sono aiuole tutte colorate e piene di fiori e vasi con il rosmarino e la salvia. Ho chiesto a una delle signorine vestite di bianco il permesso di piantarne qualcuna, ma lei mi ha detto di no, che non siamo noi a decidere ma i giardinieri. È stata la prima volta che ho capito che questa non è davvero casa mia.

Nella lettera che ti scriverò, ti racconterò che la prima volta che sono arrivata qui ho pensato che sarei stata felice, perché il giardino è tanto simile a quello del mio Emilio e perché abbiamo stanze luminose con letti grandi e bianchi, coperte soffici e una montagna di cuscini, e posso chiederne anche di più – me l’ha detto una delle signorine vestite di bianco che cambiano le lenzuola. Quando era piccola, alla Caterina piaceva tanto piegare le lenzuola fresche di bucato, te lo ricordi? «Fammi piegare, nonna!» mi diceva, e si alzava sulle punte dei piedi tenendo gli angoli delle federe in alto, con le braccia magroline tese tese per impedire che la stoffa toccasse il pavimento. Passavamo tutte le estati insieme al mare, io, lei e il mio Emilio, perché i suoi genitori dovevano rimanere in città a lavorare. Lei e l’Emilio giocavano “al parrucchiere”: lui le pettinava i lunghi capelli scuri per ore, lei gli faceva lo shampoo; io provavo a insegnarle come cucire e tagliare la stoffa, era tanto portata per la sartoria, la mia nipotina… Ti ricordi quella volta della mareggiata che spavento? L’Emilio l’aveva portata in spiaggia a vedere i cavalloni, ma un’onda più grande delle altre l’aveva sorpreso di spalle facendolo cadere. E lui, quel testone, era tornato di corsa a casa con le ginocchia tutte insanguinate pur di non farsi vedere dalla Caterina. Era proprio così, l’Emilio, un bambinone coraggioso e protettivo. Te lo ricordi Anna?

Nella lettera che ti scriverò, ti racconterò che la prima volta che sono arrivata qui ho pensato che sarei stata felice, perché il giardino è tanto simile a quello del mio Emilio e perché ho un letto grande e bianco, ma che ora non ne sono più tanto sicura. Il mio Emilio non è qui e nemmeno le sue rose; ci sono delle belle aiuole, sì, tutte colorate e piene di fiori e anche dei vasi con il rosmarino e la salvia, ma non mi lasciano piantare le rose. Ti dirò che il mio nuovo salotto è molto più grande di quello della vecchia casa, pieno di poltrone e divani, ma non è tutto per me. Al centro c’è la televisione, con due piccole poltroncine azzurre proprio di fronte allo schermo; siediti lì, se vuoi guardare la televisione, nella poltroncina più a sinistra: è la mia preferita e quella con la visuale migliore. Una volta ho chiesto a una delle signorine vestite di bianco che puliscono il salone se potevo cambiare canale, ma lei mi ha risposto che hanno perso il telecomando. Nella lettera che ti scriverò, ti dirò che non sono ancora così rimbambita da averle creduto: so che non ci vogliono fare litigare. Siamo tanti qui, davanti alla televisione: alcuni non riescono nemmeno a tenere la testa sollevata per guardarla ma ascoltano e commentano tutto. Se ci dessero un telecomando non ci sarebbe più pace. 

A volte penso a quando le bambine venivano a trovarci la domenica. Te lo ricordi? Preparavo la carne alla pizzaiola o gli involtini e poi ci mettevamo a guardare la televisione tutti insieme, c’era Maurizio Costanzo. D’inverno accendevamo il camino e cuocevamo le castagne: la Caterina passava il tempo a leggere la mia collezione di vecchie cartoline, mentre la Marta – che era più grande –  chiacchierava con noi adulti. Ora Maurizio Costanzo non lo si vede più, ma domenica scorsa qualcuno è venuto a trovarmi: non sono sicura, credo fosse una delle bambine. È arrivata nella mia stanza poco dopo pranzo, aveva lunghi capelli scuri e un’aria familiare, una ragazza di circa vent’anni. Nella lettera che ti scriverò, ti racconterò della vergogna che ho provato stentando a riconoscerla, e del sollievo quando lei mi ha detto: «Ciao nonna!», levandomi dall’impiccio di salutarla per prima. Mi raccomanderò, cara Anna, di non provare la stessa vergogna se dovesse capitarti qualcosa del genere in futuro: è normale, non puoi più ricordarti tutto. Sorridi e aspetta che chi ti sta davanti ti rivolga la parola, ti darà certamente qualche elemento utile per capire. 

Nella lettera che ti scriverò, ti racconterò che la prima volta che sono arrivata qui ho pensato che sarei stata felice, perché il giardino è tanto simile a quello del mio Emilio e perché ho un letto grande e bianco, con enormi cuscini. Ti spiegherò come arrivare alla mia stanza, è la numero ventidue: non puoi sbagliare, è al secondo piano nel corridoio subito a sinistra dell’ascensore. Poi ti dirò che comincio ad annoiarmi, perché non posso fare niente di utile: non mi è mai piaciuto essere servita, sono abituata a fare da me. Ti racconterò che mi piace passeggiare nel parco e guardare le aiuole tutte colorate e piene di fiori, e i vasi con il rosmarino e la salvia. Forse, se sarò abbastanza coraggiosa, metterò per iscritto che ho paura di rileggere questa lettera perché potrei scoprire di avertelo già detto, delle aiuole e dei vasi. Potrei cancellare le ripetizioni, è vero, ma che senso avrebbe? Te ne accorgi sempre un momento dopo aver parlato, quando ripeti qualcosa, dall’espressione cortese e un po’ imbarazzata di chi ti ascolta; come fossero indecisi se fartelo notare o no. Questa lettera, però, sarà solo tua quindi non te ne devi preoccupare. Non appena avrò terminato di scrivere, cara Anna, ti saluterò con una raccomandazione: posa la penna, piega il foglio – non ti serviranno né busta né francobollo, non devi spedirlo – e mettilo nella tasca sinistra della vestaglia, quella del dito con la fede. Ripeti questo gesto ogni volta che la tirerai fuori e la rileggerai, quando sarai confusa o vorrai ricordarti delle rose bianche e rosse che si intrecciavano sulla cima del cancello, o della Caterina che voleva piegare le lenzuola, o delle castagne; non perdere mai questa lettera. Se non ti ricorderai dove sei, saprai trovare il tuo indirizzo, la tua stanza, la tua poltrona. Se sarà una brutta giornata e ti sembrerà di non poter essere felice, saprai dove andare per guardare i fiori. Se non ti ricorderai delle estati al mare, delle nipotine, o dell’Emilio, non ti arrabbiare, non è colpa tua: non tutti i giorni saranno fortunati come questo, adatti a mettere su carta i tuoi ricordi. Per un po’ la memoria andrà e poi ritornerà, per conto suo; quando non tornerà più, potrai buttare via anche questa lettera.

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