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Donkey Kong

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Illustrazione di Agrin Amedì
Lorenzo capisce che è iniziata ogni qual volta sente le loro voci confondersi in lontananza, con intensità in aumento. Chiude allora il suo game boy grigio, stando ben attento a salvare i dati, consapevole che non salvarli lo porterebbe a follia certa.

Lorenzo capisce che è iniziata ogni qual volta sente le loro voci confondersi in lontananza, con intensità in aumento.
Chiude allora il suo game boy grigio, stando ben attento a salvare i dati, consapevole che non salvarli lo porterebbe a follia certa.
È un mese infatti che il gorilla dal manto nero carbone si beffa di lui, schiamazzando selvaggiamente sulla sua sconfitta al livello 99.
È sempre lo stesso disco, il piccolo Lorenzo corre, salta, schiva barili, evita lance e frecce a velocità inaudita, percorre con destrezza la lunga palafitta che lo separa dalla vittoria.
Per nove decimi del percorso Lorenzo è perfetto, un maestro dei tasti “A” e “B”.
È nell’ultimo decimo che la sventura lo coglie, è nell’ultimo decimo che il crudele primate sferra il colpo finale.
Lo schermo trema, il legno si spezza e le acque della sconfitta lo accolgono.
Donkey Kong ha vinto di nuovo e le sue grida sguaiate riecheggiano nella stanza.
Si fondono quindi con la realtà, sfumando in quelle di mamma e papà.
Lorenzo si assimila ai suoni distanti per intercettarne l’origine, fa un respiro profondo, si toglie le scarpe ed esce dalla camera.
Lo step seguente è sulle scale di marmo, gelide a contatto con i suoi piedi nudi.
Immobile, occhi chiusi, identifica il piano, e a seconda che sia piano terra o terrazza decide se scendere o salire.
Percorre i gradini con un senso di apatia, li percorre per necessità, consapevole che ogni volta lui sarà lì per raggiungerli, consapevole che loro saranno là, insieme al gorilla beffardo, a prendersi gioco di lui, a vomitarsi addosso parole insensate.
Lorenzo si sta abituando, sebbene sia un abituarsi malsano, un abituarsi al brutto, all’infelice, e soprattutto un abituarsi passivo.
Vorrebbe avere una parte, vorrebbe agire, ma è più facile seguire i consigli della maestra.
«Gli affari dei grandi sono dei grandi e come tali, i piccoli non vi devono entrare.»
È questo quello che si imprime nella sua testa ogni qual volta li sente strillarsi addosso.
Si ripete con forza che si non deve immischiare, che sono affari loro e che prima o poi smetteranno da sé.
Del resto, anche nel caso in cui egli voglia dire la sua, non appena giunge sulla soglia dello scontro, il terrore lo attanaglia, lo immobilizza, mozzandogli il fiato. Gli capita allora di sentirsi un blocco di marmo, di essere diventato come le scale, senza anima, senza movimento.
La tempesta infuria a casa anche quel giorno. La identifica all’istante, si muove disordinatamente nei pressi del salone al piano terra.
Si avvicina e assiste a una scena raccapricciante.
La rabbia monta nelle parole di entrambi, le frasi a metà, strozzate in gola, accompagnano gli oggetti scagliati contro le pareti.
A ogni «Ma cosa cazzo dici» una penna biro vola da una parte all’altra della stanza, tracciando una traiettoria indefinita, senza un senso preciso.
Così succede anche a ogni imprecazione, ma invece della pena biro, a essere catapultato è uno a scelta tra i vari articoli d’antiquariato presenti.
Sul campo c’è anche Donkey, si gode l’incontro da una poltrona all’angolo della stanza; con un sorriso irrisorio osserva ammirato i due contendenti.
Neanche lui sarebbe capace di tanta veemenza.
Lorenzo gli lancia un’occhiata ferale, ricolma d’odio.
Senza che se ne renda conto è al centro del ring, osserva da vicino gli occhi infuocati dei genitori, si sente impassibile; in quel momento il suo volto non ha espressioni.
È immerso in una scena a rallentatore, in una finzione senza tempo.
Non prova niente, eppure prova qualcosa.
Un’onda di rabbia sta infatti crescendo dentro al suo petto e tra poco romperà gli argini. I suoi si accorgono della sua presenza e finalmente lo guardano.
Si calmano, ma è solo apparenza.
Sono pronti a ricominciare, ma a quel punto la marea dilaga.
L’urlo infrange ogni barriera, fa esplodere il campo di battaglia annichilendo i litiganti.
Devastati, lo guardano nuovamente, la collera si è ghiacciata. Lorenzo rivolge allora un ultimo sguardo all’anfratto in penombra, il diavolo marrone non c’è più. Si allontana dalla scena, sale le scale e con un tuffo al cuore accende il game boy.
Il livello 100 invade lo schermo: sullo sfondo, il corpo di Donkey sprofonda nelle acque nere. 

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