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Illustrazione di Agrin Amedì
Mia moglie arriverà a momenti. Resto immobile, a guardare le immagini che scorrono veloci sul televisore appeso in alto, 23 pollici. Non so neanche perché mi ostino a guardarle. Ogni fotogramma, ogni singola voce, ogni colore, tutto mi scorre davanti in modo indistinto.

Mia moglie arriverà a momenti.
Resto immobile, a guardare le immagini che scorrono veloci sul televisore appeso in alto, 23 pollici. Non so neanche perché mi ostino a guardarle. Ogni fotogramma, ogni singola voce, ogni colore, tutto mi scorre davanti in modo indistinto. Quello che invece desidererei inchiodare al cuscino è la mia testa, che continua a oscillare su e giù, e dentro. È la febbre, mi dico, mentre mi giro e rigiro nel letto tra lenzuola disinfettate e puzzo di alcol senza trovare la giusta posizione. È sempre stato così, ogni volta che sono stato obbligato a dormire in un letto diverso dal mio. E in più, grondo di sudore. Lo immagino, o forse lo sogno. Parte dal nocciolo duro delle mie ossa, oltrepassa i pori della mia pelle, la maglia bianca, il pigiama con i conigli verdi, il lenzuolo, il materasso, fino a scorrere giù tra le intercapedini del pavimento. E poi ancora più giù, al piano di sotto e giù, giù nel sottosuolo, fino al centro della terra.
Alzo di nuovo il capo in cerca di sollievo, ma un colpo di tosse mi inchioda al letto. Il mio sguardo cade sul cellulare, in bilico nell’angolo esterno del comodino di metallo. Mi guarda. Lo guardo. Per un attimo vorrei afferrarlo e perdermi tra le pagine di Google, ma poi mi volto dal lato opposto digrignando i denti. Non posso cedere, finirei solo per cercare consigli dati da medici improvvisati o possibili evoluzioni catastrofiche di quello che si presume che io abbia. O per lo meno, quello che il mio barbuto medico di base mi aveva lasciato intendere sussurrandomi con un’espressione  preoccupata: sei stato in Cina recentemente?
Certo, risposi io, cercando di fare il simpatico. La mia allegria però si dissolse quando notai che mi guardava con occhi incandescenti. Aggiunsi dunque subito che sì, ci ero stato, ma solo su internet, più e più volte, e allora il suo viso, contratto in un’espressione di panico si distese. Per poco, ovviamente. Mi invitò a recarmi il prima possibile all’ospedale e scappò via, senza aggiungere altro. Lì per lì ci risi sopra, ma quando la tosse crebbe e mia moglie, già allarmata dal fatto che fossi andato a cena con il mio capo appena tornato dalla Cina, mi intimò di obbedire al medico, mi rabbuiai e venni qui.

Un colpo di tosse mi fa sobbalzare sul letto.
Mia moglie arriverà qui a momenti, per fortuna. E tra qualche mese arriverà anche mio figlio. Le ho viste tutte le ecografie, anche l’ultima, poco prima che lei mi costringesse a venire qui. Quando arrivai al pronto soccorso la tosse mi aveva già tolto anche il respiro. Ero in affanno ma tranquillo, sicuro che tanto mi avrebbero cacciato via invitandomi a non prendere freddo e a non uscire di casa, come ogni anno. Invece il terrore del medico di base lo vidi di nuovo, questa volta sul volto paonazzo dell’infermiere in accoglienza, che prima mi pregò con estrema cortesia di attendere in sala e poi, anche lui, quando gli riportai le parole del catastrofista, sgranò gli occhi e corse a chiamare qualcuno dentro la stanza del personale medico.
Dopo è successo tutto troppo in fretta perché possa ricordarlo, se non vagamente: tamponi, analisi, controlli. E la quarantena. Un medico gentile cercò persino di rassicurarmi, sempre a debita distanza ovviamente. 

Il cellulare continua a fissarmi. Sono davvero tentato di fare una ricerca più approfondita su internet. Prima di finire qui, del resto, i giornali li leggevo, ogni giorno. E avevo letto anche di lui, temibile virus COVID-19, che mi avrebbe riguardato solo da lontano e che avrebbe generato in me la solita finta compassione per le vittime, sempre e comunque a un palmo dal mio sedere, com’era già successo anni prima. La Cina era dall’altro lato del mondo e poi con la robaccia che mangiano c’era da aspettarselo. Poi però quando il mio capo mi ha invitato a cena non sono riuscito a dirgli di no. Figuriamoci se arriva in Italia, ho pensato. Che lui lavorasse in Cina lo sapevo benissimo, che fosse tornato da lì pochi giorni prima potevo intuirlo, che fosse stato proprio a Wuhan no, non l’avrei mai immaginato. Tanto meno che Wuhan sarebbe stata di nuovo il centro del focolaio del virus, come una decina d’anni prima. Quella sera mi divertii pure, scherzammo parecchio, scolammo bottiglie di vino. Mi raccontò delle donne cinesi, della differenza rispetto alle italiane, e alle brasiliane, alle tedesche, alle spagnole. Lui le conosceva bene le donne, a differenza mia. Io ho avuto solo lei, mia moglie, che sarà qui a momenti. E finalmente potrò rassicurarla. Ma sono ore che l’attendo e sono stanco.
Mi alzo spazientito dal letto, ma barcollo quando il mio piede scalzo si appoggia sulla mattonella gelida. Tossico senza tregua. Mentre elaboro un possibile percorso il respiro si fa affannoso, la fronte brucia e le mie gambe cedono.
Mi faccio coraggio, mi rialzo e mi trascino fuori dalla stanza, anche se mi è stato intimato di non farlo per nessuna ragione al mondo.
Il corridoio è vuoto. Procedo a passo incerto e con grande difficoltà, avanzando di fronte a tutte le porte chiuse del reparto. Arrivato quasi in fondo, quando sto quasi per desistere e per tornare indietro perché la tosse non mi dà tregua, la vedo, mia moglie. Mi invita verso di lei, stretta nella sua camicia da notte di seta bianca, e scompare dietro una porta socchiusa. Avanzo, lentamente.
Dallo stipite noto che la stanza è illuminata solo dalla luce tenue di una lampada, posta sul comodino accanto all’unico letto presente.
Amore, sussurro, cercando mia moglie nell’ombra, come a volerne evocare le fattezze. Ma non la vedo. Sul letto un uomo tossisce violentemente, e piange, piange, piange tra la tosse, ansimando. Qualcosa in lui mi incuriosisce e non mi lascia andar via. Mi avvicino più che posso. Anche io tossisco, insieme a lui, quasi come un concerto di strumenti male accordati. Lo guardo, noto i suoi lineamenti duri, la calvizie, la barba bianca, le labbra carnose. Lo guardo e rabbrividisco. È proprio lui, il mio medico di base, che però non nota la mia presenza, perso com’è in un limbo di dolore e paura che sento sta per attanagliare anche me. Un brivido scorre, fulmineo, lungo la mia schiena. Quando la mia mano sta per sfiorare la sua fronte, desiderosa di dargli un minimo di conforto, un uomo compare alle mie spalle e mi afferra per un braccio. Indossa una specie di scafandro, da cui si notano solo gli occhi che riconosco subito essere quelli del medico gentile, che ora gentile non lo è per niente. Non capisco cosa dice. Quando mi indica il corridoio, mi butto ai suoi piedi, piangendo.
Mia moglie arriverà a momenti, lo imploro, mi porti da lei. Lui resta un attimo immobile, ma poi mi solleva come un fuscello, anche se peso più di ottanta chili, da quanto mi ricordo. Mi trascina per il corridoio, tra la tosse, il sangue, il sudiciume del pavimento. Quando la siringa penetra nel mio braccio, non resta che il nulla.

 

*

Adesso mi ritrovo nuovamente qui, su questo letto, davanti a questa maledetta televisione. La tosse si è calmata. Adesso le vedo le immagini, e Wuhan in quarantena, come anche Parigi, Londra, Il Cairo, New York, e ovviamente Milano, la mia città.
La vedo la gente in metropolitana con le mascherine, i cartelli esposti fuori dalle farmacie con su scritto “disinfettanti esauriti”, gli scaffali dei supermercati vuoti.
Le vedo le città deserte, le famiglie in quarantena, la gente che muore, una a una, come le mele marcite su un albero non più rigoglioso… il mio medico di base e dopo mia suocera, il giornalaio, l’amico del calcetto, il mio capo, la cameriera del Florian, la collega del settore contratti, il barbone all’angolo, l’amica stronza di mia moglie, mia moglie e… mio figlio. Le vittime del Covid-19, virus da laboratorio. Afferro il cellulare tra le lacrime e lo scaravento a terra.
Mia moglie sarà qui a momenti urlo, nel silenzio dell’alba di un nuovo giorno.

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