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Tasselli

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Illustrazione di Agrin Amedì
La superficie dei tasselli del mosaico era fredda. Lʼaveva toccata più volte negli anni, e la sensazione provata era sempre la stessa. Amava grattarne la porosità con lʼunghia del pollice.

La superficie dei tasselli del mosaico era fredda. Lʼaveva toccata più volte negli anni, e la sensazione provata era sempre la stessa. Amava grattarne la porosità con lʼunghia del pollice. Credendo che contandoli tutti avrebbe disinnescato lʼavanzamento del cancro della moglie, una notte li contò. Erano 25988, color salvia, e la sincerità del monocromo ne distingueva la finalità privandoli della volontà di disegnare qualcosa. A contornarli una greca dai colori tenui, ocra e terra di Siena. I saponi a bordo vasca mostravano uno strato di polvere nonostante lʼutilizzo quotidiano, tradendo piccoli drammi personali: forfora, ritenzione idrica, secchezza cutanea. Chissà se con i prodotti del discount si sarebbero ottenuti gli effetti sperati? Di certo portavano con sé tutta la dignità delle sottomarche dalle confezioni che nulla hanno da invidiare alle originali, neppure le accattivanti promesse di miglioramento.

Sua moglie era morta e ora che i parenti erano andati via, seduto sul water nel bagno che un tempo li aveva visti novelli sposi, posava lo sguardo su una scatola di latta dalle tonalità pastello: Gocce di Napoleon era la marca del talco col batuffolo che sapeva di antico. Sua moglie lo utilizzava per asciugare rapidamente i piedi. I suoi bei piedi, la cui forma negli anni era cambiata, rimasti affusolati e dalle lunghe dita, con lʼincarnato pallido ed elegante. Avevano iniziato a farle male in inverno. Gli alluci decisero di piegarsi. Stava per tirare la catenella dello sciacquone quando, osservandone la trama, vide le minuscole sfere metalliche di cui era composta, come per la prima volta. Sembrava la collana dʼargento col sonaglio che sua moglie indossava sempre. Doveva cercarla. Perché non glielʼaveva infilata per quellʼultimo viaggio? Stava per lavarsi le mani quando alzando lo sguardo si vide riflesso nello specchio: era invecchiato. Due rigonfiamenti sotto gli occhi lo rendevano mostruoso.
La saponetta, eccola. Lo rincuorò vedere che anche lei aveva una crepa: una crepa in cui si depositava la sporcizia. Un taglio netto spaccava in due il panetto di sapone chiaro e ricurvo. Come la ruga che sua moglie aveva intorno al collo. Profonda: un solco. In quel bagno ogni cosa gli parlava di lei. Mentre la pioggia tamburellava sulla grondaia, lʼascoltava, e una danza muta, un pianto quasi, si stampava sul vetro della finestra. Nella testa un motivetto, era il gingle del borotalco… Gocce di Napoleon su di me… un gatto mi guarda e mi fa un sorriso… Stava sedendosi sul bidet quando si ricordò di tutte le volte che la moglie gli aveva chiesto di fissarlo a terra: era basculante, quasi cadde quando spinse per rialzarsi. Quanta fatica doveva aver fatto, povera donna, ogni giorno, per rimettersi in piedi. La ricordava inchinata, poco distante da dovʼera ora, percorsa da brividi, preda di un malessere indescrivibile perché mai provato prima, intenta a gestire i conati, ben salda al wc.
Non era lei a non esserci: era stato lui il vero grande assente in quel matrimonio. Lei cʼera perfino adesso che i resti dei suoi capelli appallottolati con della laniccia cercavano riparo sotto al termosifone. Un dolore, nel petto, lo fece accasciare mentre gli sfilavano davanti i dischetti di cotone e i cotton fiock, il Drakkar e il Sole della Prep. Pianse. Pianse pensando che le parole non pronunciate in tutti quegli anni, ora le avrebbe ascoltate solo il cigno Mantovani. Si rialzò e col volto rigato dal pianto andò in cucina. Sul balcone, nel mobiletto di plastica grigia resistente, era riposta la cassetta degli attrezzi. Cercò affannosamente i bulloni per fissare il bidet a terra ma non li trovò. Così si ripropose di acquistarli lʼindomani insieme al silicone per provare a riparare, a dare stabilità.

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