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Un miracolo

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Illustrazione di Agrin Amedì
No, è andata veramente storta. Non era possibile. Sta lì a ricalcolare le mosse, rivedere le scene, però non c’è niente da fare: è andata male e per questa volta non se ne fa più niente.

I.

No, è andata veramente storta.
Non era possibile.
Sta lì a ricalcolare le mosse, rivedere le scene, però non c’è niente da fare: è andata male e per questa volta non se ne fa più niente.
Eppure aveva pianificato la situazione al millimetro, l’aveva prevista nei minimi dettagli. L’incrocio, l’auto, il semaforo.
Però c’era stato quell’imprevisto. Perché nella vita è tutta questione di coincidenze. Di tempi, di incastri. La volontà del Sommo Fattore conta, ma fino a un certo punto. C’era quella storia degli atomi, per esempio, che a un certo punto deviano dalla loro traiettoria. Per i cazzi loro, esattamente.
Insomma, lei era uscita di casa, ma era insieme a un tizio. Avrebbe dovuto essere sola.
E il tizio, con quel suo alito mefitico, aveva rovinato tutto.
Engel non era riuscito ad avvicinarsi NEMMENO DI UN MILLIMETRO.
E così.
Erano saliti in macchina, erano passati col rosso, e lui non aveva potuto modificare la situazione di una virgola.
Adesso erano carne da obitorio. Quando invece lei avrebbe dovuto essere viva, palpitante, scattante come una gazzella in mezzo alla giungla metropolitana. Almeno questi erano i piani.
Avrebbe dovuto avere quel bambino, Pupetto, un vero discolo che a undici anni avrebbe cominciato a smerciare marjiuana e a quindici si sarebbe inguaiato sul serio finendo immischiato nel famoso caso delle mani mozzate, e che invece a causa di questo piccolo inconveniente non avrebbe mai visto la luce.
Engel si passa una mano fra i capelli color biondo-angelo.
È l’unico avventore di quello scassatissimo fast food, un chiosco e quattro tavoli marci in mezzo all’incrocio di due strade. Quando passa un’auto, la sua sedia comincia a tremare, ma per fortuna succede solo ogni tanto, perché fra le altre cose sono le quattro di mattina e di gente in giro ce n’è davvero poca.
Ma Raphael gli aveva dato appuntamento lì. Per affidargli un nuovo caso, aveva sibilato al cellulare, forse l’ultimo.
Engel ripercorre mentalmente la propria carriera. Il momento più fulgido era stato quando aveva convinto quel pony a non suicidarsi. Lì lo avevano promosso agli esseri umani.
Adesso girava per le strade della città notturna, con la sua canottiera bianca e una coppola verde appoggiata sui ricci, come un poliziotto che pattuglia la sua zona.
«Allora cosa devo riferire?»
La voce di Raphael a due millimetri dal suo orecchio lo fa sussultare. Ha quella dannata abitudine di materializzarsi senza preavviso.
«Disastro totale,» risponde Engel cercando di contenere la pulsazione sfrenata della palpebra.
«Senti,» fa Raphael passandosi più volte la lingua sui denti. «Non ti nascondo che Mary è rimasta contrariata. Hai un’ultima chance. Se fallisci sarai retrocesso.»
«Di nuovo agli equini?» chiede Engel ostentando indifferenza, ma il nome di Mary gli ha dato un brivido profondo.
«No no caro, andrai diritto alle rocce.»
«Ma le rocce non hanno anima.»
«Mai dire mai.»
«Hmmm… cosa vuole Mary questa volta?»
Raphael non risponde, ma gli passa il cellulare. Sullo schermo c’è la foto di una bambina tutta rosa, con una stellina di latta appuntata sul giubbino di pelo.
«Non devi perderla di vista un solo istante.»
«Come si chiama?»
«Leila. Ha quattro anni. Sua madre è una single con manie depressive. Lavora come segretaria nello studio di un avvocato penalista. Zero possibilità di carriera. Al momento non si vede con nessuno. Aggressività a mille contro la bambina. Devi stare attento che non le faccia del male, è chiaro?
Userai nell’ordine le tecniche: sussurro, distrazione, miracolo.
Sono stato chiaro?»
Engel annuisce con aria rigida. Non è ben sicuro di ricordarsi la tecnica n. 3, miracolo. In realtà non ne ha mai fatti, di miracoli: non l’hanno ancora autorizzato, ma questa volta la posta in gioco deve essere proprio alta. Questa Leila deve essere un pezzo davvero grosso nell’economia dell’universo.
Raphael gli impartisce ancora qualche istruzione, gli comunica qualche dettaglio, poi eccolo che si allontana già, diretto verso il centro città, in effetti non è un tipo da bassifondi come Engel, lui spesso si occupa di personcine raffinate, gente con un suo perché.
Si allontana e come sempre porta con sé quella luce, un riflesso che lo precede e lo segue. Che invidia.
Comunque a lui Leila piace molto, pensa Engel dandosi un tono.
E siccome tutto in questo universo tende verso l’alto, tende verso la propria perfezione, anche Engel adesso si immagina bellissimo, vestito di luce, seduto al centro di una stella incastonata al centro del buio racchiuso al centro di un’esplosione di luce cosmica.
Poi spia il proprio riflesso dentro una vetrina. Un po’ sordido, a metà fra il bulletto di periferia e la cortigiana ateniese. Accenna qualche passo di tip tap. Si guarda in giro: non c’è assolutamente nessuno. Le finestre dei palazzi sono tutte spente. Eppure anche lui varrà qualcosa prima o poi.
E all’improvviso tutte le luci dei lampioni si oscurano, e un silenzio incantato cade sulla strada, in ogni angolo, in ogni fessura, in ogni granello di polvere.
Ed Engel si guarda, si guarda come se si vedesse per la prima volta. Perché dietro il bulletto dai ricci pallidi, all’improvviso sono spuntate due ali grandi, enormi, fatte di piume, fatte di lana, di pelo, di seta, due ali che si aprono e si tendono da un capo all’altro della strada, maestose, possenti, immense.
Engel chiude gli occhi, si abbraccia. È un essere infinito.
Poi riapre gli occhi: le ali sono scomparse, la bambina Leila lo sta aspettando, c’è da scarpinare parecchio per arrivare fino a casa sua, quel seminterrato dove lei vive con la mamma che a quell’ora si starà già preparando.
Engel si avvia piano lungo la strada, i semafori lampeggiano ancora, la giornata non è nemmeno iniziata.

 

II.

Bimba Leila è seduta in un angolo lontano della sala e sta giocando compostamente con la sua Barbie. Engel entra con un salto dalla finestra aperta e spia la bambina a occhi socchiusi.
La casa puzza di quei deodoranti per ambienti che si comprano al supermercato.
Engel vorrebbe sedersi su una sedia: è stanco. Ma non ci sono sedie in quella stanza. C’è solo una moquette spessa e pelosa color cioccolato, e poi un divano ricoperto da un telo tutto spiegazzato e un tavolino pieghevole di plastica bianca.
Engel si siede per terra vicino alla bambina, e lei ha un piccolo sussulto. Quando sono piccoli sono ancora molto sensibili, non bisogna dimenticarlo. Engel allunga piano piano una gamba. Dovrà muoversi con più cautela, scimmione che è.
Poi si sente una voce e bimba Leila si rattrappisce istantaneamente, appiattendosi contro il muro.
Nella stanza è entrata una donna piuttosto giovane. Ha i capelli piastrati, scarpe con tacco alto e un rossetto color prugna. Sta dicendo una vagonata di parolacce mentre digita freneticamente sul suo cellulare.
«Leila, dove diavolo ti sei cacciata? Muoviti che siamo già in ritardo. Muoviti ho detto!»
Leila rimane impietrita a guardare la madre.
«Vai!» le sussurra Engel. «Ci sono anch’io, dai, andiamo insieme.»
La tecnica sussurro, il primo step, funziona a meraviglia. Leila si alza di scatto e corre dalla donna.
Quella ragazzina ha stoffa, pensa Engel incantato. O forse è lui che è diventato straordinariamente abile. Un grande angelo protettore.
«Brava la mia principessina!» fa la mamma stringendo la bambina contro le proprie collane. «Se facciamo svelte oggi maestra Lucia non si arrabbierà, quella stronza.»
Leila annuisce e corre nell’atrio a indossare il giubbottino di pelo con la stella di latta.
Chi le avrà appuntato quella stella da sceriffo? Si chiede Engel mangiandosela con gli occhi. Poi si affretta fuori dalla porta insieme a lei, mentre il suono dei tacchi della madre li segue.
Non vorrebbe ammetterlo a se stesso, ma è già completamente INNAMORATO.

 

III.

Adesso sono sdraiati insieme nel lettino, e lui sta cercando di consolarla.
Dalla tapparella semi abbassata filtra la luce di un’insegna luminosa che si accende e si spegne ogni dieci secondi.
La giornata non è finita molto bene. In pratica bimba Leila si è presa un pestone dalla mamma, e lui, che non se l’aspettava, all’inizio è rimasto a guardare come un ebete. Il fatto è che quella donna è isterica come una cavalla suonata. Non sai mai quello che potrà fare l’istante dopo.
Solo perché bimba Leila ha rovesciato quel bicchiere di coca cola. Ma è una cosa che capita praticamente a tutti i bambini. L’isterica però è partita con due schiaffoni a ripetizione. Ed Engel lì a guardare. Solo dopo un minuto buono gli è venuto in mente di farle lo sgambetto, del resto era già abbastanza traballante di suo, con quei bicchierini che si era filtrata appena rientrata a casa dopo il lavoro. È crollata in mezzo alla sala e si è messa a frignare come una scema. La scema che è.
Engel ha raccattato bimba Leila e l’ha aiutata a lavarsi i denti e a mettersi il pigiamino, poi l’ha infilata a letto e adesso sono lì insieme sotto le coperte, e lui le tocca le lacrime che in certi momenti le scivolano lungo le guance. Anche se è una bambina ha già imparato a piangere in silenzio come fanno gli adulti.
Engel vorrebbe essere un angelo più potente, più bello, più degno. Sente che forse non ce la farà a salvarla, si sente così incapace. Quel cuore ammaccato, come si fa a riparare un cuore ammaccato che si trascina la vita come una borsa pesante da portare in giro?
Bimba Leila adesso recupera il suo orsetto di pezza in fondo al letto e se lo stringe al petto.
«Ehi, ma chi abbiamo qui?» chiede Engel con voce dolce.
«Teodoro,» sussurra lei guardando il peluche dentro gli occhi di vetro. «Stai buono sai? Promettimi che non scappi.»

 

IV.

Il mattino dopo la madre di bimba Leila ha la sbronza triste e piange come una fontana.
Tocca a Engel svegliare la piccola e assicurarsi che faccia colazione con i suoi cereali preferiti, quelli a forma di animaletti.
«Vedi, questo è un babbuino,» le spiega mentre lei si infila sonnolenta il cucchiaio in bocca e si guarda in giro inseguendo con lo sguardo le chiazze di sole sulla parete.
«Dai, andiamo a vestirci,» la esorta. «Altrimenti cosa dirà la maestra Lucia?»
Non c’è verso. Bimba Leila non ha nessuna intenzione di muoversi da lì.
Engel si dirige verso la camera da letto e cerca di schiodare la babbea. Fa partire la radio: un trucchetto di cui va molto orgoglioso. Lei solleva la testa dal cuscino fradicio di lacrime e si guarda in giro torcendo il collo come una gallina colta alla sprovvista.
«Ehi, hai una figlia, ricordi?» le sussurra lui all’orecchio. Poi la abbandona nel momento in cui si sta infilando le ciabatte e corre da bimba.
La trova in camera sua, in mutande, in piedi davanti all’armadio.
«Che ne dici di mettere questi oggi? Mi sembrano grandiosi!» esclama lui adocchiando sul pavimento un paio di stivaletti di plastica rossi.
Dalla sala arriva la voce piagnucolosa della madre:
«Leila, tesorino, dove sei?»
La bambina incassa il collo nelle spalle, poi afferra Teodoro che fino a quel momento se n’è stato tranquillo in un angolo del letto.
«Vieni qui Teodoro. Se vuoi ti faccio il tè.»
«Leila, dove sei?»
La madre appare sulla soglia della stanza e non ha più i capelli piastrati, né le scarpe con i tacchi, né il rossetto color prugna, ma solo una faccia gonfia e un herpes crostoso all’angolo della bocca.
«Teodoro vuole il tè» spiega bimba brandendo l’orsetto come uno scudo contro le forze del male.
La madre guarda la figlia come se non la vedesse, o forse solo come se non la volesse. Engel adesso è teso come una corda, gonfio come un tacchino, pronto a… a cosa? Cosa intendeva esattamente Raphael quando parlava di miracoli? Come si fa a impedire a una madre di fare a pezzi la propria figlia se quello è il pensiero che quotidianamente le attraversa il cervello? Engel pensa alla seconda tecnica, quella che viene prima di miracolo.
Una finestra nell’altra stanza sbatte con violenza. Non si era accorta, la madre, che oggi c’è vento?
La donna si riscuote, poi, come un automa, si dirige verso la sala, e il fragore dei suoi pensieri si allontana con lei.
«Lo sapevo che ci riuscivi,» dice bimba guardando fisso Teodoro, ed Engel si immobilizza in mezzo alla stanza come uno che non ha capito bene.

 

V.

Meeting. Planning. Brain-storming.
Stanno per incontrarsi tutti nell’edificio dell’ex-arsenale. Sarà un evento molto importante. Sono stati convocati da Beatriz, su sollecitazione di Lucy, e forse verrà anche Mary!
A Engel gira già la testa. Ha visto Mary una sola volta nella vita, e gli è bastato per perdere il controllo. Non può dimenticarla, giorno e notte ha la sua immagine di luce stampata a fuoco nelle retine.
Nonostante l’attrazione che Mary esercita su di lui, fa fatica ad abbandonare il capezzale di bimba. Lei sta dormendo tutta raggomitolata e al centro del suo corpo c’è Teodoro, come un seme avvolto dalla polpa fresca di un frutto.
Engel esce dalla finestra passando direttamente attraverso i vetri chiusi. Ehi, certo che quando questo prodigio gli riesce si sente veramente un boss.

L’ex-arsenale è un edificio lebbroso e scrostato, con i muri che si sbriciolano per l’umidità che sale dal fiume. All’interno sono tutti stanzoni vuoti, eccezion fatta per le cataste di mobili, tavoli, sedie, scrivanie, ferri arrugginiti, che si ergono negli angoli più impensati.
Quando Engel arriva la riunione è già incominciata.
Raphael gli ha tenuto un posto vicino a sé. Ha questo soprabito nero molto bon ton e sopracciglia che sembrano disegnate, a forma di virgola.
«Ehilà Engel, come va?» lo saluta qualcuno dandogli il cinque.
Lui contraccambia, poi si siede accanto a Raphael.
Beatriz gli allunga uno sguardo un po’ contrariato: le sembra inammissibile che uno di loro arrivi in ritardo, si chiede cosa possa frullare per la testa di Engel. Poi ricomincia a parlare.
Engel non capisce una parola, pensa solo che è bellissima, con il corpo per metà di luce e per metà di forme. Visto che non concepisce l’idea di possesso, pensa semplicemente che vorrebbe essere lei.
Dopo un po’ cerca di concentrarsi. Beatriz sta riepilogando i punti chiave. Engel sente che sta spiegando cose importanti, cose che lui da zuccone non ha mai capito. Per esempio il discorso sulla misericordia e sul fatto che ogni essere umano ha il diritto di possedere un custode, per quanto scalcinato possa essere (il custode o l’essere umano? si chiede Engel lanciando un’occhiata alla propria canottiera lisa). Ma quei discorsi teorici dopotutto sono noiosissimi. Lui avrebbe bisogno di qualcuno che gli spiegasse come compiere miracoli, quelli veri.
«Raph!» sussurra. «Mi spieghi come fare un miracolo? Altrimenti non so se riesco a salvarla.»
Gli costa moltissimo ammettere i propri limiti davanti a Raphael, ma bimba è diventata più importante.
Però in quell’esatto momento, mentre Raphael si è voltato verso di lui per rispondergli e si sta sfiorando il naso con la punta dell’indice, in quel preciso istante il tempo nella stanza si ferma, le figure rimangono pietrificate in un bagliore di luce, ogni gesto si interrompe e si sospende perché sulla soglia è apparsa Mary, ma non è Mary, è una colonna di luce radiante che getta fiamme bianche e fuoco blu, vortici di pulviscoli stellari, galassie di scintille come diamanti grezzi.
Il respiro a Engel si strozza in gola mentre Mary fa un passo nella stanza. Vorrebbe prostrarsi ai suoi piedi, implorarla di legarselo addosso e di portarlo con sé come un braccialetto, una stringa, un ciondolo, perché quando si incontra Mary, anche una sola volta, la vita senza di lei non ha più senso.
Ma ecco che lei passa, passa in mezzo a quella folla sbalordita, senza dire una parola: semplicemente china il capo e sorride, e quando Engel realizza che ha sorriso proprio a lui, ecco, se ne è già andata.

 

VI.

Quando rientra in camera, bimba sta ancora dormendo nella stessa identica posizione. Adesso però ha la bocca aperta e un filo di saliva lucente le è colato sul mento.
Engel si sdraia per terra, ai piedi del letto. Sarà per lei come un cane da guardia, questa notte. Non lascerà che nessuno si avvicini.

 

VII.

La giornata fila via tranquilla come un bicchierino di whisky servito liscio, ma alla sera, mentre Engel e bimba stanno guardando i Pokemon alla televisione, qualcuno suona alla porta e la madre si precipita ad aprire. Ecco perché si è tutta agghindata spalmandosi un quintale di fondotinta sopra l’herpes e indossando alte scarpe color rosso scarlatto che ora schioccano in modo ridicolo nell’anticamera vuota.
Il tizio è completamente calvo e sorride, di un riso brutto, con quei denti piccoli piegati verso l’interno della bocca che lo fanno assomigliare a una donnola.
«Ehi, che favola!» esclama facendo un passo all’interno dell’appartamento, ma l’apprezzamento ovviamente è rivolto alla donna, che si pavoneggia soddisfatta.
«Ti va un drink?» fa lei.
«Certo, perché no?»
Adesso la madre è entrata in sala. Engel si para in piedi davanti a bimba, che continua a guardare la televisione insieme a Teodoro.
«Leila, smamma per favore. Vai in camera tua, da brava,» dice la donna, e intanto anche il tizio è entrato e ha allungato uno sguardo vorace tutto attorno.
«Ah, hai una bambina?» dice con una voce che esprime disappunto e curiosità allo stesso tempo.
«Sì, ma non ci darà fastidio. Ora lei se ne va a dormire, vero Leila?»
«Ma non ha cenato!» protesta Engel e in quello stesso istante bimba si alza in piedi ed esclama:
«Mamma, Teodoro ha fame.»
«E chi sarebbe Teodoro?» chiede il tizio già allarmato.
«È solo il suo stupido orsetto!» ride la madre. Subito anche l’uomo scoppia a ridere e i due si abbandonano a una irrefrenabile crisi di risate, davvero stupefacente, pensa Engel che li osserva mentre, piegati in due dal ridere, si dirigono verso la cucina, dove la donna estrae una bottiglia di vodka dal freezer.
«È meglio se andiamo a letto, bimba,» sussurra Engel, e subito la televisione si spegne con un sibilo, forse per un attimo è mancata la corrente.
«Dai Teodoro, ti sei stufato di vedere i Pokemon?» chiede lei senza il minimo stupore, afferrando l’orsetto per una zampa.
«Sì, si è stufato,» risponde Engel lanciandole un’occhiata perplessa.

Appena sono nella stanzetta, Engel si guarda intorno cercando un’ispirazione. Ci vorrebbero dei mobili da accatastare contro la porta, ma quello che vede di fronte a sé è solo un’innocua seggiolina rosa, uno specchio da bambola, e poi il letto e l’armadio a due ante, che ovviamente nessuno di loro è in grado di spostare.
Di là sente il vociare dei due che cresce di tono ogni quarto d’ora, a ogni bicchierino tracannato.
In testa ha solo brutti presentimenti. Cosa succederà quando saranno completamente ubriachi?
Come si fa a compiere un miracolo? Quanta cavolo di energia mentale ci vuole per arrivare ad alterare le leggi del mondo fisico? Perché hanno assegnato quel compito proprio a lui?
Mary Mary, se ci sei batti un colpo. Ti prego Mary, in che razza di pasticcio mi hai cacciato? Eppure mi hai sorriso ieri sera, lo so, l’ho visto, e allora perché adesso non mi aiuti? AIUTAMI per favore, Mary!
Anche bimba ora sembra molto agitata. Si è messa il pigiamino tutta da sola, poi si è cacciata sotto le coperte insieme a Teodoro, poi però è saltata subito fuori e ha chiuso per bene la porta della stanza, e poi piagnucolando si è accasciata per terra davanti allo specchio, rimanendo a guardare l’immagine riflessa di sé stessa con Teodoro in braccio. Dalla finestra la luce intermittente dell’insegna pubblicitaria lancia il suo misterioso richiamo.
Nella casa intanto è sceso un silenzio opaco, rotto talvolta da gemiti e grugniti.
«Ecco bravi, fatevi una bella scopata,» pensa Engel. «Saziatevi di voi stessi e della vostra bruttezza. Andate a dormire. Andate a dormire.»
Continua a ripetere quell’invocazione come un mantra, mentre cammina a piccoli passi dal letto alla finestra alla porta. Poi si ricorda di bimba. Si siede accanto a lei, si prende la sua testa in grembo, incomincia ad accarezzarle i capelli che profumano di sole, di latte, di cose piccole.
«Non avere paura. Non sei sola. Non ti lascio.»
Lei guarda intensamente il vetro liscio dello specchio, il vetro in cui Engel non si riflette. Ma lei guarda come se potesse scorgervi qualcosa.
«Lo so,» sussurra alla fine nell’orecchio di Teodoro, ed Engel sente il cuore palpitare più forte, e le palpebre pungergli, come se dovessero versare lacrime di gioia e di stupore.

Bimba si è addormentata con la testa appoggiata sulle gambe di Engel. Tutto è tranquillo adesso nella casa buia. Niente è cambiato nel mondo attorno a loro, la città turbina irrequieta con i suoi sogni infranti e i suoi desideri irrealizzati, ma Engel pensa che non è mai stato tanto felice. Nessun essere umano si è mai donato a lui in quel modo, nessuno gli è mai arrivato tanto vicino, nessuno.

Passano le ore, o forse sono solo minuti. A un certo punto Engel sente un rumore. È la porta della stanza che si sta aprendo lentamente, e poi c’è qualcuno che bisbiglia con voce impastata:
«Leila, perché non vieni un po’ di là con noi?»
Engel sente rizzarsi tutti i peli del corpo. Si volta come un gatto e soffia nell’oscurità, ma la donna sta avanzando verso di loro.
«Leila, ma cosa fai? Ti sei addormentata sul pavimento?»
Tende una mano, la scuote.
Bimba spalanca gli occhi di colpo, sono due occhi scuri, ancora torbidi di sogni.
«Leila, vieni di là, dai!»
Bimba inizia a scuotere la testa.
Forse i due vogliono solo ridere un po’ di lei e del suo orsacchiotto, pensa Engel, lo spera: prenderla in giro crudelmente per riscattare le loro vite di falliti e poi rimandarla a letto.
Ma bimba adesso è saltata in piedi, si stringe Teodoro al petto e trema senza controllo.
«Smetti di fare l’isterica!»
La madre l’agguanta per una spalla, ed ecco che all’improvviso bimba si svincola con uno strattone, fa un salto all’indietro, gira la maniglia della finestra ed è fuori sul balconcino, nel freddo polare della notte di dicembre, con il suo pigiamino a scacchi rosa e grigi e Teodoro stretto fieramente in una mano.
Engel le urla qualcosa, cerca di rassicurarla, non le succederà niente, davvero, ma bimba adesso è salita sul parapetto, bimba, ma cosa fai, non sai che potresti… cadere?

Quando la vede barcollare e ondeggiare capisce che tra un secondo sarà già troppo tardi.
Sente l’urlo acuto della madre, sente voci ai piani di sotto, non sa come si facciano i miracoli ma ha già srotolato le sue ali potenti fatte di piume, di seta, di pelo, d’incertezza e di speranza, e adesso vola, vola in picchiata, veloce, deve essere più veloce, ancora più veloce, non sa come si possano invertire le leggi della fisica: tutto quello che sa è che deve raggiungerla, e abbracciarla stretta.

C’è un via vai di gente adesso per strada, attorno a loro. Engel non vuole che li separino. Sente la sirena di un’ambulanza. Ci sono voci, e pianti. Poi sente bimba muoversi accanto a lui.
«È un miracolo, un miracolo, non si può chiamarlo in altro modo,» dice una voce sopra di loro. L’ambulanza è arrivata: bimba viene caricata sul lettino, poi gli sportelli si chiudono e il mezzo parte a razzo, con i lampeggianti accesi e le sirene spiegate.

 

VII.

«Complimenti,» dice Raphael stringendogli la mano. «Ce l’hai fatta.»
Sono seduti al fast food all’aperto. Sono le quattro di notte e per strada non c’è più nessuno. Raphael indossa una giacca di velluto verde che esalta la sua strepitosa luce interiore. Engel si stringe nelle spalle. Piacerebbe anche a lui possedere un indumento del genere.
«Mary sarà felicissima,» aggiunge Raphael. «Non ha mai smesso di credere in te, davvero!»
Ehi, quella sì che è una bella notizia, pensa Engel tronfio.
«Raph, dille una cosa per piacere, è importante… dille che ho capito come si fanno i miracoli,» sussurra poi.
«L’hai capito?»
«Sì,» risponde Engel, ed è vero. Lo ha finalmente capito.

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